Frammenti d'autore

Apologia dell'Attualismo(Q)

💬 CAPITOLO III (1/2)

APOLOGIA

1. Il passato e il futuro della filosofia

Una filosofia come questa può parere che con anima giacobina neghi il passato, poichè non ci lascia nulla alle spalle e ci orienta verso il futuro. Ma può anche parere che neghi il futuro, poichè la realtà per lei è atto, e l'atto è il presente da cui non si passa al futuro; quel presente, in confronto del quale, come in confronto di Dio per la vecchia teologia, il futuro è esso stesso un passato. –

Ma nel venire al cospetto del tempo, tra i padri che ci precedono e i figli che ci seguono, nel mondo della verità, in cui i padri parlano sempre, come vivi, le loro sacre parole, e i figli non ancor nati ci rispondono colle loro obbiezioni e limitano le nostre affermazioni e traggono problemi dalle nostre soluzioni, ogni uomo, lo sappia o no di chiara e netta coscienza, sente in sè, compresenti, – e in questa compresenza, morti e nascituri, vivi tutti, – gli uomini ai quali egli desidera indirizzarsi. Sono una moltitudine sterminata, alla quale egli rivolge insieme la sua parola. In quella moltitudine alcuni di più alta statura si distinguono, si individuano; ma il loro pensiero non è di essi in particolare; s'affonda nella mente e nel cuore della moltitudine anonima e fluttuante tra il passato e il futuro in questo orrizzonte attuale, in cui l'uomo la scorge. I nomi son nomi: la realtà è il pensiero; gl'individui particolari, che hanno nomi sì e no, sono astrazioni rispetto a quel pensiero, che alla sua volta, in concreto, non è se non l'uomo che pensa: non particolare individuo nè anch'esso, ma sempre, anche lui, il vero individuo, il pensiero. Così l'uomo pensa, così l'uomo filosofa. E in questo senso egli non nega nè il passato nè il futuro, se non come esterni al pensiero. In questo senso, non c'è filosofia che non sia la stessa filosofia passata, ma negata, attuata, cioè avvivata nella vita dello spirito che rinnovandola dà luogo a questo pensiero, nel cui seno soltanto si può parlare di passato. Nè c'è filosofia che non sia la filosofia futura, che non voglia cioè sopravvivere in una filosofia che la ravvivi negandola e riaffermandola nell'atto stesso che la dirà passata. Nel tempo astrattamente considerato tutti moriamo e dobbiamo morire: perchè nel tempo c'è la molteplicità che sparpaglia la vita e la sopprime; ma nell'eternità del pensiero nè moriamo nè possiamo morire, perchè la molteplicità del tempo vi è risoluta in quell'unità, che è immortale, non potendo esser negata se non per atto di autonegazione che è atto di autoaffermazione.

In questo eterno pensiero che promette l'immortalità senza nulla negare (salvo l'astrattezza) di quel tempo, in cui ogni uomo si vede naturalmente collocato tra i predecessori e i successori, non ci può essere modestia e umiltà di cuore che imponga al filosofo di non entrare: poichè il pensare è vivere vita immortale, e filosofare, se Dio vuole, è pensare. Arroganza sarebbe e fatuità attribuire a sè, ossia all'uomo che scrive e sottoscrive e si prepara ad andarsene, l'immortalità che spetta al pensare. Una filosofia, la filosofia, è superamento; e poichè dà luogo a una determinazione determinata del pensiero, dev'essere superata. In questo superare ed esser superata, consiste l'ἐπίδωσις ἐφ᾽ αὐτὸ del pensiero, che stringe nel suo istante senza tempo tutti i tempi, e ci dà il gusto, in ogni nostro pensare, della vita immortale.

2. La filosofia e la critica della filosofia

La filosofia è superare ed essere superata nel dialettismo del pensiero, e perciò ogni filosofia non pur deve accettare, anzi desiderare la critica. Sottrarsi alla quale sarebbe lo stesso che sequestrarsi dalla vita del pensiero, e privarsi del valore stesso che si vuol difendere. Quindi i più fieri nemici del filosofo sono stati in ogni tempo i suoi scolari, i suoi imitatori, i suoi plagiari: i quali, chiudendo quel germe di vita che avevano ricevuto dal maestro nel forziere della loro ammirazione, ne resero impossibile lo sviluppo, e ne soffocarono la fecondità.

Il che non vuol dire che il filosofo debba andare incontro con le braccia aperte ai suoi critici, per stringerseli al petto, e farsi d'un pensiero solo e di un solo sentire con loro. Quello che il filosofo deve desiderare è la critica nella gioia del contrasto e della guerra, non nella stanca pace della resa e della sconfitta. La vita che è pensiero e dialettismo, è bensì guerra; e perciò si risolve sempre nella pace. Ma si risolve in una pace che ha valore in quanto è guerra seria e feroce, così da far desiderare questa pace per cui è combattuta. Giacchè nel dialettismo c'è la sintesi; ma questa suppone e vive del rigido contrasto della tesi con l'antitesi. E alla critica perciò il filosofo deve andare incontro non pregustando la dolcezza dell'amplesso con l'amico, ma l'amaro e virile gusto della stretta faticosa con l'avversario. Come, dalla parte sua, il crítico di una filosofia, se vuol fare opera seria e che abbia un posto nella dialettica del pensiero, non può non desiderare che la filosofia, che egli vuol superare, si sviluppi in tutta la sua verità, e si difenda perciò con tutte le armi che sono a sua disposizione e che anzi egli stesso le fornirà lealmente, quando trovi che non disponga di tutte quelle che a suo parere si potrebbero utilmente adoprare. Nella sintesi veramente dialettica la tesi dev'essere tesi e l'antitesi antitesi: soltanto così esse veramente si escludono a vicenda, e la sintesi ha significato. Anche nelle guerre tra i popoli ogni facile vittoria vale meno pel vincitore, e frutta meno, d'una vittoria aspramente e duramente contesa dall'avversario. E il vantaggio del vincitore, evidentemente, è il vantaggio stesso dell'umanità.

Quindi la necessità logica, che è dovere morale, dell'apologia, che è chiarimento della propria tesi.

3. La doppia accusa di misticismo e di ateismo

E invero le accuse che si muovono contro questa concezione del mondo, che ha la sua forma nella logica del concreto, son tutti quei pericoli per sfuggire ai quali la logica assume questa forma appunto di logica del concreto.

Questa filosofia, si dice, è mistica. Ma l'atto del pensiero che è il nostro logo, la nostra verità, vuol essere appunto la critica pratica e perciò perentoria di ogni misticismo. Giacchè il misticismo è posizione di un oggetto immediato: religione astratta e inattuale. Ma l'oggetto immediato non si può superare se non si nega nell'atto dello spirito, che è sintesi di oggetto e soggetto, inseparabili perchè questa sintesi è non pure sintesi a priori, ma autosintesi: vale a dire quella sintesi, fuori della quale il pensiero non trova se stesso.

Questa filosofia, si dice, è atea. Ma l'ateismo è l'opposto del misticismo; e la critica testè accennata del misticismo è critica del misticismo in quanto, nella sua astratta opposizione coll'ateismo, esso si identifica col suo opposto. E la stessa critica che abbatte il misticismo, abbatte perciò l'ateismo. Infatti il mistico è ateo, ponendo così immediatamente l'oggetto, che il soggetto, di fronte all'oggetto, non può non essere immediato, e quindi escludere assolutamente il suo opposto. Come, viceversa, l'ateo ha sempre certa naturale nostalgia di quell'infinito trascendente che non può conoscere, perchè, ponendosi come immediata soggettività, pone già se stesso come infinito, che non è dato trascendere.

Il vero è che la doppia accusa si fonda su una patente ignorantia elenchi, lasciandosi sfuggire il significato del soggetto e dell'oggetto di cui si parla in questa filosofia dell'atto. Si lascia sfuggire che il soggetto qui si pone, e ponendosi è soggetto e insieme oggetto. E non gli si può perciò nè opporre il misticismo, che importerebbe la trascendenza dell'oggetto, che essa invece ha in sè, in quanto lo realizza, realizzandovisi; nè l'ateismo, che importerebbe la trascendenza del soggetto all'oggetto: di quell'astratto soggetto, che per questa filosofia è posizione del soggetto concreto, al pari deł correlativo oggetto.

Si vuol mettere il vino nuovo nelle vecchie botti: qual meraviglia se esso vi fermenti, e le spezzi?

4. L'accusa di positivismo

Questa filosofia si dice, è positivistica e naturalistica. Giustifica i fatti, o si mette in grado di non poter nè condannare nè giustificare: perchè per lei tutta la vita dello spirito, col suo vertiginoso immanentismo, si esaurisce nella sua positiva attualità. L'ideale non si distingue dal reale. Non v'è campo a un giudizio morale: non è concepibile un'etica. Tutto è bene, e niente perciò è bene. – Ma noi abbiamo visto, che nulla è più diverso che l'atto dal fatto. E ormai dev'esser chiaro a chi abbia letto con animo sgombro da pregiudizi, che, se è vero il principio dell'idealismo che vien detto attuale perchè tiene per fermo che non si possa trascendere l'atto del pensiero, non c'è campo nemmeno a proporsi la questione del giudizio da dare intorno ai fatti, poichè ciò che si giudica è l'atto, e quando si abbassi la storia a congerie di fatti, ancorchè sistematicamente ordinati, essa è già stata spogliata d'ogni valore spirituale. Come dev'esser pur chiaro, d'altra parte, che la distinzione di bene e di male è interna all'atto dello spirito, che non potrebbe produrre il bene (se stesso) senza contrapporlo al male. La quale distinzione, cosi concepita, non è astratta e vaga distinzione soggettiva, poichè il giudizio soggettivo qui è tale in quanto fonda la più solida obbiettività; ed è insomma giudizio divino, eterno discriminatore del bene dal male. E infine dev'esser chiaro che, per vedere il valore dell'atto spirituale, e intendere perciò l'eticità, la libertà di questo atto, non bisogna considerare questo atto dall'esterno, come faremmo, p. es., dell'atto di Giove che si manifesta in questa pioggia, che in questo momento scende a rinfrescare e dissetare la terra riarsa dai soli estivi. # [Continua]
✦ Giovanni Gentile. Sistema di logica come teoria del conoscere. Vol. II. Laterza, 1923

Una filosofia vive soltanto finché continua a essere pensata: il passato non è qualcosa che ci lasciamo definitivamente alle spalle, né il futuro qualcosa che ancora non esiste, perché entrambi acquistano realtà nel presente dell'atto che li riprende e li trasforma. Per questo anche la critica appartiene alla vita stessa della filosofia: essere superati non significa essere cancellati, ma continuare ad agire nel pensiero che ci contraddice.
La medesima logica regge la difesa dell'Attualismo dalle accuse di misticismo, ateismo e positivismo. Soggetto e oggetto non sono due realtà già costituite che poi entrano in rapporto: nascono insieme nell'atto del pensare. E proprio perché l'atto non coincide col fatto, l'immanenza non comporta l'accettazione indiscriminata di ciò che accade. Lo spirito è giudizio, negazione, scelta: distingue il bene dal male mentre realizza la propria libertà. Nulla vale semplicemente perché è.

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Mettiti alla prova: l'Apologia dell'Attualismo gentiliano – I

Rileggi i frammenti e i commenti, scegli mentalmente una risposta e poi scopri la soluzione.

1. Se per l'Attualismo la realtà è l'atto presente del pensiero, in quale senso passato e futuro continuano ad avere realtà?

  1. Esistono indipendentemente dal pensiero, che si limita a registrarli.
  2. Vivono nell'atto presente che riprende il passato e apre il pensiero al futuro, trasformandoli in momenti della propria vita.
  3. Appartengono a una dimensione eterna separata dalla coscienza individuale.

Risposta corretta: B. Il presente dell'atto non cancella il tempo: lo raccoglie in sé. Il passato vive quando viene nuovamente pensato, negato e trasformato; il futuro vive nel movimento stesso con cui il pensiero oltrepassa ciò che ha già raggiunto.

La A ricondurrebbe passato e futuro a realtà già date fuori dal pensiero, proprio ciò che l'Attualismo rifiuta. La C, invece, li collocherebbe in una sfera separata dall'atto concreto del pensare, riproponendo quella trascendenza che Gentile intende superare.

Per orientarsi

Una filosofia dell'atto non può avere alle proprie spalle un passato definitivamente morto, né davanti a sé un futuro ancora inesistente. Passato e futuro vivono soltanto nel presente del pensiero che li riprende, li nega e, proprio negandoli, li conserva.

Per questo una filosofia sopravvive non quando viene custodita intatta, ma quando viene superata: il pensiero che la contraddice le restituisce vita assai più di quello che si limita a ripeterla.

2. Perché, secondo Gentile, una filosofia deve non soltanto accettare, ma addirittura desiderare la critica?

  1. Perché nessuna filosofia può aspirare alla verità e deve quindi limitarsi a confrontare opinioni equivalenti.
  2. Perché il filosofo deve rinunciare alla propria posizione per raggiungere un accordo con l'avversario.
  3. Perché soltanto nel contrasto una tesi sviluppa pienamente la propria verità e può essere realmente superata.

Risposta corretta: C. La critica non interviene dall'esterno sulla vita della filosofia: appartiene al suo stesso movimento dialettico. Una posizione deve poter dispiegare tutta la propria forza perché il suo superamento non sia semplice cancellazione.

La A trasformerebbe il confronto filosofico in un relativismo estraneo a Gentile. La B scambia invece la dialettica per conciliazione: Gentile vuole un avversario forte, non un accordo ottenuto rinunciando alla differenza.

Per orientarsi

Chi pensa deve desiderare un avversario capace di opporglisi davvero, perché soltanto nel contrasto una tesi rivela fino in fondo ciò che è e può essere oltrepassata senza essere semplicemente cancellata.

L'apologia non è dunque la difesa gelosa di una dottrina, ma il suo chiarimento attraverso la lotta.

3. Per quale ragione Gentile considera infondate tanto l'accusa di misticismo quanto quella opposta di ateismo?

  1. Perché entrambe presuppongono come già separati soggetto e oggetto, mentre nell'atto del pensiero essi sorgono insieme nella loro relazione.
  2. Perché l'Attualismo considera indifferente ogni problema religioso e sospende il giudizio sull'esistenza di Dio.
  3. Perché misticismo e ateismo, pur essendo opposti, conducono entrambi necessariamente al materialismo.

Risposta corretta: A. Per Gentile tanto il mistico quanto l'ateo partono da una separazione già compiuta fra soggetto e oggetto: il primo assolutizza l'oggetto trascendente, il secondo la soggettività che lo nega. L'Attualismo contesta proprio questa immediatezza, perché soggetto e oggetto sono momenti inseparabili dell'atto concreto del pensare.

La B è fuorviante: l'Attualismo non sospende affatto il problema religioso, ma pretende di ripensarlo alla radice. La C attribuisce invece alle due posizioni un esito materialistico che non appartiene all'argomento di Gentile: il loro errore consiste nella struttura astratta da cui muovono.

Per orientarsi

Nell'atto del pensiero soggetto e oggetto non stanno l'uno davanti all'altro come due realtà indipendenti: il soggetto è tale proprio nel porsi un oggetto, e l'oggetto esiste come momento della medesima attività.

L'opposizione non viene soppressa, ma nasce dentro una più originaria unità. L'unità dell'atto non vuole abolire le differenze, ma impedire che esse vengano trasformate in realtà già costituite e presupposte al pensiero.

4. Se ideale e reale non possono essere separati, perché l'Attualismo non è costretto ad affermare che tutto ciò che accade è bene?

  1. Perché bene e male derivano da norme trascendenti poste al di sopra dell'atto dello spirito.
  2. Perché il fatto semplicemente dato non coincide con l'atto spirituale, che è invece giudizio, negazione, scelta e libertà.
  3. Perché soltanto alcuni fatti appartengono realmente allo spirito, mentre gli altri restano moralmente neutrali.

Risposta corretta: B. Qui è decisiva la distinzione fra atto e fatto. Il fatto, assunto come qualcosa di semplicemente dato, è già un'astrazione; nell'atto, invece, lo spirito giudica, nega, sceglie e distingue il bene dal male.

La A reintrodurrebbe dall'esterno proprio quella trascendenza che l'Attualismo esclude. La C separa arbitrariamente una parte della realtà dalla vita dello spirito: il problema di Gentile non è stabilire quali fatti siano spirituali, ma distinguere il fatto astrattamente considerato dall'atto vivo in cui esso viene giudicato.

Per orientarsi

Il fatto, considerato come qualcosa di semplicemente dato, è già un'astrazione; l'atto è invece vita spirituale, e dunque giudizio, negazione, scelta, libertà.

Bene e male non sono criteri collocati fuori dello spirito per misurarlo dall'esterno: sorgono nel suo stesso movimento. Perciò l'identità di ideale e reale non significa che qualunque realtà di fatto sia buona. Nulla vale semplicemente perché è.