Filosofia e buoni propositi

Croce e Gentile tra intesa e rottura

'irrequieto e proficuo sodalizio intellettuale e personale stretto tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile, dipanatosi lungo tre intensi decenni, ha caratterizzato non solo la vita di questi due giganti della cultura italiana contemporanea, ma lo sviluppo stesso della filosofia, e in essa del suo dibattito serrato, per tutta la prima metà del secolo scorso e anche oltre.
In tre brevi documenti (una lettera e due frammenti dei diari), il filosofo napoletano ne ripercorre le tappe e il significato alla luce degli eventi nodali, e tragici, che ne segnarono il cammino. ✦

La relazione tra Benedetto Croce (1866-1952) e Giovanni Gentile (1875-1944), protrattasi dal 1895 al 1924, costituisce uno degli episodi più alti – e insieme più drammatici – della storia intellettuale italiana del Novecento. Non si trattò mai di una semplice "scuola" o di una comunanza dottrinale compatta, bensì di una concordia discors: un accordo dinamico, polemico, produttivo, nel quale la differenza non era un accidente ma il motore stesso del pensiero.

Il terreno comune fu l'idealismo, riletto criticamente alla luce di Hegel, Vico e De Sanctis, ma sul quale già all'origine emergevano due vocazioni diverse: quella di Gentile, quale purus philosophus, orientato alla costruzione sistematica; quella di Croce, quale filosofo-storico, refrattario a ogni metafisica definitiva e geloso della concretezza delle forme dello spirito.

La rottura, maturata sul piano filosofico già nel 1913 (con la critica crociana all'"attualismo"), diventa insanabile sul piano politico tra il 1924 e il 1925, quando Gentile assume il ruolo di filosofo del regime e Croce, all'opposto, diviene il riferimento morale dell'antifascismo liberale. Due date sono al riguardo eloquenti e simboliche:

Da quel momento, la concordia discors si spezza, ma non si dissolve: sopravvive come nodo tragico della memoria e come problema teorico irrisolto.

* * *

Cominciamo dall'epilogo, cioè dal giorno in cui Giovanni Gentile, a Firenze, viene "giustiziato" dai partigiani. E di come Croce ne apprende la fine.

Testo : 1/3
17 aprile 1944
La mattina a prima ora, è venuto da Capri il buon Brindisi1 a discorrere con me di quanto sta operando colà come sindaco molto zelante; e, nel mezzo del discorso, mi ha detto di aver udito nel battello che il Gentile è stato ammazzato in Firenze! La notizia, purtroppo, è stata poco dopo confermata dalla radio di Londra. Tale la fine di un uomo che per circa trent'anni ho avuto collaboratore, e verso il quale sono stato sempre amico sincero, affettuoso e leale. Ruppi la mia relazione con lui per il suo passaggio al fascismo, aggravato dalla contaminazione che egli fece della filosofia con questo; e perciò nella rivista la «Critica» non lasciai di combattere e ribattere molte delle cose che egli veniva asserendo in oltraggio della verità. Ma, pur sentendo irreparabile la rottura tra noi, e, d'altra parte, essendo sicuro che in un modo o nell'altro l'artificioso e bugiardo edifizio del fascismo sarebbe crollato, io pensavo che, in questo avvenire, mi sarebbe spettato, per il ricordo della giovanile amicizia, provvedere, non potendo altro, alla sua incolumità personale e a rendergli tollerabile la vita col richiamarlo agli studî da lui disertati. Già nell'agosto scorso mi dolsi di una lettera di rimprovero che il nuovo ministro dell'istruzione gli aveva pubblicamente diretta, e raccomandai di procedere verso di lui con temperanza e fargli consigliare da qualche comune amico, poiché si avvicinava il tempo del suo collocamento a riposo, di anticiparlo con spontanea sua domanda. Poi accadde quel che accadde: l'Italia fu spezzata in due: di lui seppi che aveva accettato di presiedere l'Accademia d'Italia e stava molto in vista nella repubblica fascistica tenendo discorsi a questa intonati, dei quali mi fu ridetto qualche tratto dei più violenti. Non si sa nulla degli autori né delle circostanze della sua morte; ma la radio Londra, che l'ha definita «giustizia» e ha aggiunto severi commenti sull'uomo, ha fatto scoppiare in pianto Adelina2 che l'ascoltava e che ricordava lui, nei primi tempi del nostro matrimonio, bonario uomo ed amico, da noi accolto a festa quando veniva a Napoli nostro ospite.
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1 Giuseppe Brindisi (1898-1950), avvocato napoletano e commissario prefettizio di Capri.
2 Adelina Rossi (1882-1963), moglie di Croce.

(Da: Croce. Taccuini di guerra 1943-1945. Adelphi, 2004, pp. 121-122)

Il passo dei Taccuini di guerra sopra riportato colpisce per il tono trattenuto, quasi dimesso, che rende tanto più lacerante il giudizio. Pur sotto l'emozione della tragica notizia appena ricevuta, Croce distingue con lucidità tre piani: quello dell'errore filosofico; quello della responsabilità politica; quello della persona umana.

La rottura con Gentile è detta "irreparabile", e tuttavia non cancella né l'amicizia passata né un residuo di responsabilità morale: Croce confessa di aver pensato, nel futuro post-fascista, di "provvedere alla sua incolumità personale". È una pagina di alta etica civile: l'antifascismo non come vendetta, ma come custodia della dignità umana, anche del nemico.

Colpisce anche il dissenso implicito verso la definizione radiofonica dell'uccisione come "giustizia": Croce non assolve Gentile, ma rifiuta la scorciatoia morale dell'esecuzione. Qui la filosofia si fa ethos vissuto.

* * *

Ora riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro, ai momenti della rottura tra i due filosofi, diciannove anni prima. Croce fa una cronistoria di quella relazione.

Testo : 2/3
Meana, 30 luglio 1925
Caro amico,
Anche Lei, a proposito di quel che dice e fa Gentile, si rivolge a me come per chiedermi un non so se conto o spiegazione! Ciò poteva avere qualche motivo al tempo in cui il Gentile era stretto con me come collaboratore; non ne ha più nessuno ora che la distinzione fra lui e me è stata segnata nettamente, non solo dalle cose stesse, ma da mie espresse dichiarazioni.

Conobbi il Gentile nel 1895, quando egli era studente nell'Università di Pisa, e, come scolaro dello Jaia, scolaro a sua volta di Bertrando Spaventa, aveva una sorta di culto per l'opera dello Spaventa, ed io, nipote dello Spaventa, fui molto lieto che egli ne rivendicasse la memoria, e agevolai la raccolta da lui iniziata degli scritti sparsi di questo, allora, quasi dimenticato filosofo. Così entrammo in relazione, e, poichè il Gentile studiava filosofia con molta serietà e in quel tempo appunto io dagli studî storici e letterarî mi ero andato rivolgendo ai problemi filosofici, la nostra relazione si fece sempre più intrinseca, tanto che, avendo io nel 1902 ideato la rivista la «Critica», volli lui per unico collaboratore.

Non già che tra noi fosse perfetta coincidenza nelle dottrine filosofiche e nella concezione stessa della filosofia. Il Gentile veniva dalla tradizione dello Spaventa, io da quella del De Sanctis; il Gentile era purus philosophus, io sentivo che la filosofia doveva sorgere e trasfondersi insieme negli studî particolari, specialmente negli studi storici. Inoltre, fin d'allora io notavo in lui quel che ho poi chiamato atteggiamento teologico, a me poco confacente. Nè mi pareva molto dotato di capacità inventiva, perchè lo vedevo sempre aggirarsi nella cerchia, che era assai stretta, dei problemi che avevano interessato lo Spaventa e così come questi li aveva posti. Ma tale impressione restava in me una semplice impressione, alla quale non davo importanza, sia perchè il Gentile era giovane e poteva svolgersi e arricchirsi, sia perchè dominava in me il sentimento di amico che sapeva di avere in lui un bravo e serio collaboratore nell'opera culturale che aveva intrapresa. D'altra parte, a me giovava di aver vicino e discutitore uno studioso di indirizzo mentale alquanto diverso, e, in certo senso, opposto, perchè ne traevo stimolo al mio personale pensiero.

Col trasferimento del Gentile da Napoli, dove era insegnante di liceo, a Palermo, dove andò professore dell'Università (nel 1906), la nostra consuetudine mentale si fece meno continua e meno viva; quantunque io solessi ogni anno andargli a far visita per qualche giorno a Palermo, ed egli venisse di frequente ospite presso di me. Fu in quel tempo che egli mise insieme quei concetti intorno alla filosofia che battezzò come nuovo sistema dell'idealismo attuale. E quando io potei vedere sviluppato quel sistema, e vedere altresì le applicazioni che ne facevano lui e i suoi scolari, sentii la necessità di protestare, perchè quel nuovo sistema definitivo di filosofia, andava contro al mio lungo studio di distruggere per sempre le pretese dei sistemi chiusi e delle delle filosofie definitive, e, inoltre, per certe affinità e per il non poco che aveva attinto alla mia critica dello hegelismo, dava facile appicco a confusioni col mio pensiero. La mia protesta fu una lunga lettera aperta, pubblicata nel 1913 nella rivista «La voce»¹, critica dell'idealismo attuale che è rimasta fondamentale e alla quale poco o nulla hanno aggiunto i critici venuti negli anni di poi. Per qualche tempo, in Italia, il pensiero del Gentile fu presentato come una forma più conseguente del mio pensiero, e, secondo i gusti, come un potenziamento o come una riduzione all'assurdo dell'indirizzo idealistico da me propugnato. Ma la verità è che quel pensiero si moveva su una linea divergente dalla mia, ed era, a mio giudizio, l'estrema forma della filosofia di tipo teologico, alla quale anche lo Spaventa era stato legato.

Checchè sia di ciò, il dissenso filosofico non diminuì in nulla nel mio animo l'affetto e la stima che sentivo pel Gentile: lo conoscevo insegnante ligio al suo dovere, gran lavoratore, ottimo padre di famiglia, uomo probo in tutti i giudizî che gli udivo esprimere, di vita modesta, e sereno in condizioni difficili. Inoltre, egli, vivendo nella scuola, aveva assai studiato l'andamento della scuola italiana e preso parte principale nelle discussioni che allora cominciavano a farsi più intense sulle riforme da introdurvi. Io lo considerai sempre competentissimo in una materia, della quale avevo scarsa esperienza; e a lui usai sempre riferirmi come ad autorità in cose pedagogiche, e, sempre che se ne offrì l'occasione, gli detti il mio appoggio in questa parte, convinto e fiducioso che nessuno meglio di lui poteva giovare alla scuola italiana.

Quando, nel rivolgimento fascistico, il Gentile fu chiamato al Ministero dell'istruzione, ne gioii profondamente, perchè mi parve che l'uomo giusto fosse stato messo al posto giusto; e non dubitai neppure un istante della somma sua rettitudine e della sincerità del suo animo. Anche alcuni dei suoi primi atti, che non mi piacquero, li interpretai benevolmente o li addebitai alla gente che s'era messa attorno, e che erano suoi scolari, avidi di collocamenti e di promozioni. Anche la lettera con la quale egli si iscrisse al fascismo – per la quale non mi chiese consiglio e della quale non mi parlò mai nè io gliene parlai mai –, quantunque mi paresse deplorevole, fu da me interpretata come dettatagli dal grande affetto che egli aveva alla riforma scolastica che veniva preparando. Mi fu detto allora (e non so se la cosa sia vera) che quella lettera gli era stata imposta sotto minaccia di impedirgli la riforma scolastica e di mandarlo via dal ministero.

Senonchè, dopo qualche mese, molti suoi atti di aperto favoritismo e partigianeria, e certe sue manifestazioni come il discorso che andò a fare a Palermo in difesa del fascismo, mi scossero assai nella stima che avevo del suo carattere morale. Per pochi giorni, dopo il delitto Matteotti, mi parve che si riprendesse e volesse dividere la sua responsabilità da quella del partito che aveva alimentato così orribili atti. Ma non appena il fascismo, che era stato a rischio di rovinare, diè segno di rinsaldarsi, il Gentile si fece innanzi di nuovo con professione di radicalismo e di estremismo fascistico; si mise a capo di una commissione per alterare in senso reazionario lo statuto liberale italiano; salutò (egli che era stato mesi innanzi fautore del moderato Rocca, avversario del Farinacci) il Farinacci come l'uomo dalla «massiccia fede» e si diè ad adularlo mentre il Rocca era perseguitato e costretto a vita stentata; plaudì al discorso del 3 gennaio; presiedette il congresso della cultura fascistica e scrisse il manifesto dei cosiddetti intellettuali fascistici; e, insomma, ne fece tante e tante, e di così inescusabili, che io tenni ad accentuare la mia separazione da lui e la mia recisa opposizione. Del modo in cui si è condotto verso di me, così in un discorso al Senato come in altre manifestazioni, non val la pena di parlare, perchè si tratta di piccole cose a paragone del tradimento che egli ha fatto alla causa della libertà italiana e a quella della dignità della scienza.

...Ecco la storia, che ho voluto sommariamente narrarle, non già per mia giustificazione, chè non mi pare che ne sia il caso, ma piuttosto per farle intendere quanto sia stato il mio dolore e quanta sia la mia ripugnanza alle cose che il Gentile ora scrive e alle azioni alle quali partecipa.
Lettera non inviata, a destinatario sconosciuto.
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1 Ristampata in Conversazioni critiche, serie seconda.
(Da: Croce. Epistolario I. IISS, 1967, pp. 118-121)

La lunga lettera (non inviata) è forse il documento più prezioso per comprendere la natura profonda del distacco. Croce vi esercita una forma rara di autobiografia intellettuale: non apologetica, ma analitica. E due osservazioni non banali ne emergono con forza:

Notevole è anche la distinzione tra competenza pedagogica e responsabilità politica: Croce separa ciò che Gentile era (un grande organizzatore della scuola) da ciò che divenne (un intellettuale organico al regime).

* * *

E per finire, saltiamo all'estate del '44, con una riflessione del filosofo napoletano questa volta più marcatamente teoretica.

Testo : 3/3
28 luglio 1944
Ripensavo stamane al cosidetto idealismo attuale, formulato e predicato dal Gentile, e che ebbe fortuna con la fortuna scolastica e poi politica di lui. Che questa fortuna sia passata, che l'idealismo attuale sia ora dimenticato, non è cosa che abbia valore conclusivo, perché la fortuna o la moda cangiano, ma le verità o gli errori filosofici tornano, perché si muovono secondo ragioni intrinseche ai problemi. E, ripensando a giorni ora remoti, ho ricordato che il Gentile, in uno dei colloquî nei quali gli aprivo la mia mente e il mio animo, mi disse (si era intorno al 1912): «L'idealismo attuale è una concezione originalissima, che non ha altro riscontro che nel misticismo. Il filosofo deve attingere la coscienza attualistica e in essa chiudersi e posare soddisfatto, e, quanto ai giudizî sulle cose particolari, pensare come tutti gli altri uomini». L'ammissione mi parve gravissima, perché distruggeva l'unica verità, sostituita da due pseudoverità, quella in alto che è misticismo e non verità, e quella in basso, che è empirismo e non verità; e gravissima anche nei rapporti della vita morale, perché distruttiva non solo del discernimento del vero e del falso, ma del bene e del male (del bello e del brutto ecc.). E questa mia obiezione diè poi lo spunto alla critica che feci dell'idealismo attuale (nel 1913). Ciò che allora non vedevo, e che il mio affetto pel Gentile non mi lasciava vedere, suggerendomi del suo errore interpretazioni e spiegazioni indulgenti, era il diretto rapporto che quel filosofare aveva con l'abbassamento della vita morale, con una sorta di ottusità morale, con la malattia che sotto varie forme è le mal du siècle, del secolo nostro. Ma mi divenne chiarissimo, prima in certi suoi scolari e poi in lui stesso, nei suoi detti e nei suoi fatti, quando prese a partecipare alla vita politica dell'Italia. E quando tra i tela sine ictu che usò scagliarmi in quel tempo nel quale perse ogni dignità di pensatore e di uomo, prese a ripetere che la mia filosofia era quella delle quattro parole, a un certo punto scattai e gli feci notare che le mie parole erano il «vero», il «bene», il «bello» e il «conveniente», cioè le categorie e gl'ideali eterni nei quali si muove l'uomo e la sua storia, e che col chiamarli «quattro parole», egli non definiva me, ma sé stesso. Al quale scatto ammutolì e scantonò, perché sentì che il terreno gli bruciava sotto i piedi; né gli valeva più il giochetto che da anni aveva fatto col darsi l'aria del possente metafisico che unifica ciò che io, l'empirico, avevo diviso, perché, in verità, io niente avevo diviso ma sempre unificato distinguendo o distinto unificando, ed egli ciò non intendeva o non voleva intendere, per la sua mancanza di senso della vita concreta, per intimo disinteresse verso le sue forme necessarie, per incapacità o pigrizia mentale, che lo faceva correre al comodo riposo di una apparente soluzione del cosiddetto problema fondamentale filosofico, luogo di riposo dal quale si guardava indifferenti e sorridenti col sorriso un po' sciocco che non è stato mai dei sempre travagliati e operosi pensatori ma dei fatui o dei professori di filosofia, e scendendo dal quale era lecito e gradevole adeguarsi ai sentimenti e giudizî volgari o magari alla più disonesta vita politica e morale che abbia bruttato l'Italia e il mondo. Tuttavia può ben darsi che quel suo comodo semplicismo, o qualcosa di simile ad esso, sarà ripigliato da qualche ingenuo o da qualche spirito conformato come il suo, coi bisogni che furono i suoi: con la ruina e con la morte miseranda di un uomo non si sradicano gli errori filosofici, i quali, in realtà, non si può mai sradicare, cioè togliere dal mondo, ma solo fronteggiare e domare. Certo, io avrei desiderato che gli fosse risparmiato il triste castigo che gli è stato inflitto e di cui non mi è chiara ancora l'occasione prossima (se, come mi è stato detto, in un suo discorso politico in esaltazione di Mussolini o in un articolo contro di lui, chiedente vendetta, pubblicato nel foglio clandestino comunistico); avrei desiderato che vivesse e, filosofo, soccombesse solo dinanzi alla rinata libera discussione e alla risorta sensibilità morale: ancorché non mi fosse dato sperare che il peccatore si sarebbe convertito e sarebbe entrato in una nuova vita.
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(Da: Croce. Taccuini di guerra 1943-1945. Adelphi, 2004, pp. 189-191)

Questo testo è il più duro e, insieme, il più teoricamente rivelatore. Croce individua retrospettivamente il nesso che prima non aveva voluto vedere: l'idealismo attuale non è solo un errore speculativo, ma una filosofia che predispone all'"abbassamento della vita morale".

L'osservazione decisiva è quella sul "doppio registro": in alto, una coscienza attualistica che sfocia nel misticismo; in basso, un empirismo volgare per la vita pratica.

Qui Croce coglie il punto essenziale: la frattura tra verità e vita. Le sue "quattro parole" – vero, bene, bello, conveniente – non sono slogan, ma categorie operative, inseparabili dall'esperienza storica concreta. Gentile, al contrario, appare come colui che cerca un "comodo riposo" metafisico, da cui è poi facile scivolare nell'indifferenza morale e nell'adattamento politico.

Il giudizio finale è severissimo, ma non vendicativo: Croce non avrebbe desiderato la morte dell'avversario (di cui ancora non gli è chiara "l'occasione prossima"), bensì la sua sconfitta nella libera discussione. È la suprema affermazione del primato della critica sulla violenza.

* * *

🔎 La vicenda Croce–Gentile non è un semplice conflitto tra due filosofi, ma una parabola del Novecento europeo. Essa mostra come una divergenza teorica – sul rapporto tra pensiero e realtà, tra filosofia e vita – possa tradursi in una scelta politica radicale.

La concordia discors fu un miracolo fragile: finché il dissenso rimase interno alla cultura, fu fecondo; quando il pensiero pretese di farsi fondamento assoluto dello Stato, divenne distruttivo. Croce resta, in questa storia, il difensore della distinzione: tra filosofia e politica, tra verità e potere, tra critica e dogma. Gentile, tragicamente, ne rappresenta la confusione.

E tuttavia – ed è questo il punto più alto – Croce non cancella l'uomo insieme all'errore. La sua lezione ultima non è la condanna, ma la vigilanza: gli errori filosofici non si estirpano, si fronteggiano. E questa è una lezione che resta ancora attuale.

📌 Il confronto tra Giovanni Gentile e Benedetto Croce non oppone un idealismo a un realismo, né una metafisica a un empirismo, ma due diverse risposte, interne entrambe all'idealismo, alla medesima domanda fondamentale: che cosa significa che la realtà è spirituale e che il pensiero è costitutivo del reale?

L'attualismo gentiliano e lo storicismo assoluto crociano condividono il rifiuto di ogni dualismo ingenuo (soggetto/oggetto, pensiero/realtà), ma divergono radicalmente sul modo in cui l'unità dello spirito debba essere pensata, vissuta e giudicata.

Proviamo a tematizzare:

Ambito
Attualismo (Gentile)
Storicismo assoluto (Croce)
Nucleo teoretico La realtà coincide con l'atto puro del pensiero in atto La realtà coincide con la storia concreta dello spirito
Essere e pensiero Essere = pensare attuale; nulla esiste fuori dell'atto Essere storico, pensato ma non riducibile all'atto unico
Soggetto Soggetto trascendentale, assoluto, non empirico Soggetto storico concreto, sempre determinato
Oggetto Momento interno dell'atto del pensare Distinto ma inseparabile dall'attività spirituale
Unità dello spirito Unità immediata e totalizzante dell'atto Unità mediata attraverso distinzioni necessarie
Distinzione delle forme Tendenza alla loro risoluzione nell'atto unico Distinzione reale e funzionale delle forme dello spirito
Verità Identità dell'atto pensante con se stesso Verità come distinzione operante e giudizio storico
Errore Superato nell'autocoscienza attuale Momento reale e storicamente intelligibile
Sistema filosofico Filosofia come sistema unitario e conclusivo Rifiuto dei sistemi chiusi e delle filosofie definitive
Filosofia e storia La storia è momento della filosofia La filosofia è riflessione storica sulla storia
Teoria e prassi Distinzione superata nell'atto Distinzione necessaria, non separazione
Morale Problematica: rischio di indifferenza valutativa Centrale: giudizio del bene e del male storicamente fondato
Politica Facilità di identificazione tra Stato e spirito Autonomia critica della coscienza morale
Rischio interno Slittamento verso misticismo ed empirismo pratico Frammentazione se si perde l'unità dello spirito

Il punto decisivo non è che l'attualismo nega le distinzioni e lo storicismo le afferma, ma come ciascuno dei due pensa il proprio rapporto con l'unità.

Da qui nasce la critica crociana dell'"atteggiamento teologico": non un'accusa confessionale, ma l'idea che una filosofia che si pone al di sopra della vita storica finisca per perdere presa sul giudizio morale concreto, lasciando la prassi esposta all'empirìa, al conformismo o – storicamente – alla subordinazione al potere.

E tuttavia, va ribadito che per Croce l'errore filosofico non è colpa morale in sé, ma si fa pericoloso quando si traduce in impotenza critica.

È esattamente questo passaggio – dal piano teoretico a quello etico-politico – che segna il destino tragico della concordia discors.

💡 Conseguenze storico-etiche e possibili esiti delle due impostazioni filosofiche in relazione a specifici nodi di esperienza

Rapporto tra filosofia e vita

Giudizio morale concreto

Verità e responsabilità

Figura dell'intellettuale

Rapporto con il potere

Educazione

Politica

Dissenso

Crisi storica

Destino del pensiero


Questo schema non "condanna" l'attualismo né "assolve" automaticamente lo storicismo. Mostra piuttosto ciò che Croce comprese a posteriori: che una filosofia non è responsabile solo di ciò che afferma, ma anche di ciò che rende possibile.

Il punto non è che l'attualismo debba sfociare nell'identificazione col potere; è che, in una crisi storica, esso dispone di minori anticorpi critici. Lo storicismo assoluto, al contrario, nato come filosofia inerme e senza armi metafisiche, proprio per questo è meglio attrezzato alla resistenza.

Se la tabella sopra era la mappa concettuale, questo schema è la prova sul campo. Ed è qui, finalmente, che il confronto smette di essere tecnico e diventa umano, storico, drammatico.

Tra le righe

👉 Buone intenzioni filosofiche vs. esiti storici

Una delle illusioni più persistenti della storia delle idee è credere che la nobiltà delle intenzioni filosofiche garantisca la bontà degli esiti storici. È un'illusione comprensibile, perché la filosofia nasce spesso come tentativo di liberazione, di ampliamento della dignità umana, di superamento delle esclusioni prodotte dalla storia. E tuttavia – ammonirebbe Croce le idee non operano nel vuoto, ma entrano in un mondo di forze, passioni, interessi, poteri.

Molte filosofie del Novecento sono animate da intenzioni che, prese in se stesse, non solo non sono riprovevoli, ma appaiono moralmente alte: il riconoscimento dell'uomo concreto, la dignità del lavoro, la critica dell'astrattezza liberale, il rifiuto delle élites culturali autoreferenziali. Anche il pensiero di Giovanni Gentile, ad esempio in pagine rilevanti come quelle su diritto e morale o sull'umanesimo del lavoro (v. Genesi e struttura della società), o ancora sulla soggettività del reale oppure sulla meditatio mortis (v. Teoria generale dello spirito come atto puro), nasce da questa esigenza: sottrarre la cultura al privilegio e restituirla all'attività viva dell'uomo che opera, pensa e crea.

Lo sguardo crociano, però, introduce al riguardo una distinzione decisiva: non basta chiedersi che cosa una filosofia intenda affermare; occorre chiedersi che cosa essa renda possibile.

Una filosofia che dissolve le distinzioni nel nome dell'unità, che riduce il giudizio morale a momento interno di un processo necessario, che subordina il valore all'attività riconosciuta come tale da un ordine storico concreto, non diventa per ciò stesso falsa; ma diventa più vulnerabile quando entra in contatto con il potere politico. Non perché lo giustifichi esplicitamente, ma perché indebolisce i criteri interni della resistenza critica.

Da questo punto di vista, Croce non accusa le filosofie di "aver voluto il male", né ritiene che l'errore teorico si traduca meccanicamente in colpa morale. Il suo giudizio è più sottile e più severo: una filosofia è responsabile anche delle rinunce critiche che compie, delle distinzioni che abbandona, dei giudizi che rende difficili.

È qui che le buone intenzioni possono trasformarsi, storicamente, in complicità non voluta. Non perché il filosofo abdichi alla morale, ma perché la sua costruzione teorica non fornisce più un luogo saldo per esercitarla.

Per questo, nello sguardo crociano, la vera virtù di una qualsivoglia filosofia, anche nuova, non è la sua coerenza sistematica né la purezza delle intenzioni, ma la sua capacità di reggere alla prova della storia, cioè di mantenere aperto lo spazio del giudizio anche quando la realtà preme, seduce, impone.

Fonti dei testi

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