Frammenti d'autore

Gentile e la dialettica hegeliana

💬 I. La dialettica del pensato e la dialettica del pensare

Il centro dell'idealismo hegeliano è il concetto della dialettica, anima della logica e legge fondamentale della realtà in tutte le sue forme. Di questa dialettica, profondamente diversa dalla dialettica platonica, quanto le categorie o concetti puri della Logica trascendentale nella Critica della ragion pura differiscono dalle idee di Platone e dagli universali di Aristotele, non si può designare più nettamente il carattere che per la contrapposizione appunto della categoria all'idea platonica e agli universali aristotelici.

Chi nella dialettica hegeliana guardasse solo a quel lato, pur così messo in rilievo da Hegel, dell'apriorità della sintesi o originarietà ed assolutezza della relazione, onde sono fra loro dialetticamente legati i concetti, se ne lascerebbe sfuggire la caratteristica essenziale.

Perché già nella dialettica quale la concepisce Platone le idee sono concepite come costituenti essenzialmente un sistema; e Aristotele non attribuisce valore se non al discorso apofantico e enunciativo, che richiede e implica la sintesi dei concetti. (σύνθεσίς τις νοημάτων). E tutta la logica formale, svoltasi dall'Analitica aristotelica, anche nelle sue maggiori degenerazioni del terminismo medievale e del nominalismo empirico moderno, fondata com'è tutta quanta sul presupposto gnoseologico, d'origine schiettamente platonica, dell'assoluta oggettività della verità, cui s'adegua il pensiero logicamente corretto, non poteva muoversi e in realtà non si è mossa mai fuori di questo concetto che la verità si conquista attraverso la costruzione del pensiero modellantesi sui rapporti del reale o, se si vuole, dell'esperienza, che l'empirista concepisce come sistema di dati esteriori alla mente, in cui l'esperienza si raccoglie.

Non v'ha dubbio che la teoria kantiana della sintesi a priori abbia acuito immensamente la coscienza di questa verità già chiaramente enunciata dai maggiori filosofi greci, dell'assoluta relazione dei concetti; ma è pur certo che questa più acuta coscienza propria dell'idealismo post-kantiano è provenuta dal nuovo carattere con cui nel criticismo s'è ripresentato come ringiovanito e ravvivato il vecchio concetto della relazione. Nuovo carattere che può designarsi con due note, le quali poi, se ben si rifletta, si riducono ad una sola. Nella Logica trascendentale di Kant la relazione: 1º non è rapporto di concetti, ma concetto essa stessa; 2º non è più carattere oggettivo della verità, ma attività del soggetto che conosce la verità.

La sintesi a priori di Kant è categoria, la quale non è un oggetto del pensiero: non è un pensato, né, veramente, un pensabile; perché, come funzione trascendentale, è al di qua dell'esperienza, in cui tutto il pensabile viene via via pensato in virtù della categoria stessa. Ond'è bensì un concetto, ma un concetto trascendentale, e però immanente ai concetti che ci troviamo a pensare connessi nella sintesi dell'esperienza: i quali hanno in esso la loro condizione e quindi appariscono rispetto ad esso in tutta la loro aposteriorità. In guisa che, se gli elementi della sintesi si voglian dire concetti, tali essi sono in virtù di un concetto da cui dipendono, e senza il quale non si rappresenterebbero in nessun modo innanzi al pensiero; e che è perciò il concetto originario, il vero concetto, o concetto puro.

Ma questo concetto puro non ha nulla di simile ai concetti empirici, che mercé di esso si pensano. Esso costituisce l'oggetto dell'esperienza (il pensato), in cui tutti si dispiegano i concetti empirici; e come tale non può entrare mai nella serie di questi, e non può, a rigore, essere un pensato. Esso è lo stesso pensiero come atto del pensare, onde si costituisce il pensato. Non è conceptum, ma lo stesso concipere o conceptus nel preciso concetto spinoziano. E appunto perché concipere, e non conceptum, la relazione o sintesi kantiana, trascendentale, può sottrarsi (in Kant si comincia a sottrarre) alla ambigua posizione, a cui la relazione era condannata nella dialettica platonica e nella logica aristotelica, di mero rapporto tra concetti, quasi che i concetti fossero un prius, e la relazione un posterius. Intesa con Kant la natura dei concetti come produzione della categoria, si cancella ogni originalità (oggettività) dei concetti in sé considerati, e il vero concetto diventa lo stesso atto del concepire.

Se per dialettica, adunque, s'intende la scienza della relazione, si può affermare che la dialettica antica, quella di Platone, è la dialettica del pensato, laddove la nuova dialettica, richiesta dalla dottrina kantiana delle categorie, è la dialettica del pensare.

Tra le due dialettiche c'è un abisso: l'abisso che divide l'idealismo moderno dall'antico. La dialettica del pensato è, si può dire, la dialettica della morte; la dialettica del pensare, invece, la dialettica della vita. Infatti, il presupposto fondamentale della prima è la realtà o verità tutta ab aeterno determinata; in modo che non sia più concepibile una determinazione nuova, come determinazione attuale della realtà. Il progresso della scienza (e tutta, in generale, la vita del mondo), in tal presupposto, non può essere se non il vano sogno di un'ombra: un dileguarsi apparente di vane apparenze senza consistenza e senza significato nell'immutabile scena del mondo in un teatro deserto. Come trovare nel platonismo la spiegazione del nascere delle anime e del mondo in tutte le sue infinite varietà? Poste le idee nelle loro immanenti relazioni, tutto ciò che per avventura accada, e magari la stessa umana dialettica, che dalle ombre del carcere mondano si sollevi alla contemplazione del vivo sole del Bene o dell'Uno, non può né anche raffigurarsi nella più lieve increspatura di un oceano immensurabile eternamente quieto. Posto lo stesso fuoco eternamente vivo di Eraclito, e l'eterno fluire e la guerra madre di tutte le cose, poiché tutto ciò è un mondo pensato, e però pensabile, eternamente pensabile, e però già ab aeterno determinato, quel fuoco brucerà quanto un fuoco dipinto; poiché, se bruciasse davvero, la combustione importerebbe una novità, un'assoluta novità, che è esclusa dal concetto della realtà ab aeterno determinata. Posti gli atomi col loro eterno cadere o quel qualunque movimento che spetti loro ab aeterno, non è possibile più accadimento che sia vero accadimento, come alcunché di nuovo che muti l'essenza della realtà. Ogni sorta di oggettivismo ristagna in questa morta gora di una realtà già realizzata.

La dialettica, invece, del pensare non conosce mondo che già sia; che sarebbe un pensato; non suppone realtà, di là dalla conoscenza, e di cui toccherebbe a questa d'impossessarsi; perché sa, come ha dimostrato Kant, che tutto ciò che si può pensare della realtà (il pensabile, i concetti dell'esperienza) presuppone l'atto stesso del pensare. E in questo atto vede perciò la radice di tutto. In guisa che tutto quello che è è in virtù del pensare: e il pensare così non è più postuma e vana fatica, che intervenga quando non c'è più nulla da fare nel mondo, anzi è la stessa cosmogonia. La storia del pensiero pertanto nella nuova dialettica diventa il processo del reale, e il processo del reale non è più concepibile se non come la storia del pensiero. L'uomo antico si sentiva malinconicamente diviso dalla realtà, da Dio: l'uomo moderno sente in sé Dio, e celebra nella potenza dello spirito la divinità essenziale del mondo. (1922) [...]
✦ Giovanni Gentile. La riforma della dialettica hegeliana. Sansoni, 1975

La vera dialettica non può riguardare una realtà già costituita e offerta al pensiero come un oggetto da contemplare. In qualsiasi forma di oggettivismo (dalle idee di Platone all'empirismo, fino al divenire di Eraclito) la verità è postulata come già determinata dall'eternità. In questa "dialettica del pensato", definibile "dialettica della morte", ogni novità è solo un'apparenza e il mondo si riduce a un "fuoco dipinto" in un teatro deserto. Con Kant si compie la svolta: la relazione cessa di essere un mero rapporto estrinseco tra concetti già dati e diventa l'attività stessa del soggetto. La categoria non è un oggetto della mente (un conceptum), ma la funzione trascendentale originaria, lo stesso atto del concepire (concipere). È qui che la dialettica acquista vita, transitando dal pensato al pensare. La realtà non precede l'atto che la pensa, ma si costituisce in esso; il pensiero non arriva quando il mondo è già fatto, come tardivo spettatore, bensì coincide col suo stesso farsi come radicale "cosmogonia". Questa identità assoluta tra storia del pensiero e processo del reale sana infine la frattura che condannava l'uomo antico a una malinconica separazione dalla verità e da Dio. L'idealismo moderno celebra così la divinizzazione dello spirito umano: l'atto del pensare non è più il riflesso di un ordine esterno, ma il luogo stesso in cui la divinità del mondo si realizza e si manifesta.

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Mettiti alla prova: Gentile e l'Attualismo

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1. Secondo Giovanni Gentile, quale profonda distinzione caratterizza la dialettica della coscienza rispetto al concetto oggettivato?

  • A) Il "pensato" è il prodotto statico e oggettivato del pensiero, mentre il "pensare" è l'atto vivo, infinito e creatore in cui il pensiero coincide con se stesso.
  • B) Il "pensato" è la realtà empirica esterna, mentre il "pensare" è la rappresentazione sensibile di tale realtà.
  • C) Il "pensato" rappresenta la morale kantiana, mentre il "pensare" corrisponde alla ragion pura teoretica.
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Risposta corretta: A

Per Gentile il "pensato" (il concetto come oggetto fisso ed esterno) fa parte di una logica statica, mentre la vera realtà risiede unicamente nel "pensare" inteso come atto puro, dinamico e in perenne farsi.

2. Come interpreta Gentile la celebre "sintesi a priori" introdotta da Immanuel Kant nella Critica della ragion pura?

  • A) Come un dualismo irresolubile tra la materia empirica e la forma trascendentale che il pensiero deve subire passivamente.
  • B) Come l'intuizione profonda della natura del concetto inteso come attività del soggetto, in cui la relazione diventa l'atto stesso del concepire.
  • C) Come la prova definitiva dell'esistenza di una realtà noumenica extramentale che condiziona l'attività umana.
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Risposta corretta: B

Gentile riconosce a Kant il merito epocale di aver trasformato la relazione da "carattere oggettivo della verità" (esterno) a "attività del soggetto" che conosce. La categoria kantiana anticipa così il concetto di pensiero come atto originario (concipere).

3. A cosa allude la metafora del "fuoco dipinto" utilizzata nella critica gentiliana all'oggettivismo antico?

  • A) All'incapacità dell'arte greca antica di riprodurre fedelmente la natura attraverso le tecniche pittoriche.
  • B) Alla separazione netta tra il mondo delle idee di Platone e la materia corruttibile del mondo sensibile.
  • C) All'illusione di considerare la realtà come un dato oggettivo già interamente determinato dall'eternità, che per questo risulta privo della forza vitale dell'atto che lo produce.
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Risposta corretta: C

Un fuoco dipinto sembra vero ma non brucia e non produce calore reale. Allo stesso modo, qualsiasi filosofia che consideri il mondo come un oggetto già "fatto" e indipendente dal pensiero in atto (oggettivismo) riduce il divenire e la novità a un'illusione senza vita.

4. Qual è la fondamentale differenza esistenziale tra l'uomo antico e l'uomo moderno delineata alla fine del testo?

  • A) L'uomo antico cercava la salvezza nella fede trascendente, mentre l'uomo moderno si affida esclusivamente alla scienza empirica.
  • B) L'uomo antico si sentiva diviso dalla realtà e da Dio, mentre l'uomo moderno scopre l'immanenza dell'assoluto nella potenza creatrice del proprio spirito.
  • C) L'uomo antico era guidato dal principio di autorità politica, mentre l'uomo moderno ha fondato lo Stato democratico.
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Risposta corretta: B

Gentile chiude il testo mostrando il risvolto spirituale dell'idealismo moderno: superata la sottomissione a una verità esterna che generava malinconia, l'uomo moderno celebra la divinità del mondo riconoscendo Dio all'interno dell'attività stessa del proprio pensiero.