Se tutto è pensiero, che ne è delle differenze? È qui il nodo più delicato dell'Attualismo. Gentile non vuole dissolvere arte, religione, scienza, natura o volontà in un'unità indistinta: sostiene invece che l'Uno è reale soltanto come unità dei molti, perché il pensiero vive oggettivandosi e dunque differenziandosi. Anche il dissenso con Croce tocca questo punto: non l'esistenza delle distinzioni, ma il modo in cui esse appartengono all'unità dello spirito.
Perciò nemmeno la scienza è negata: diventa astratta soltanto quando scambia il proprio oggetto particolare per tutta la realtà. E neppure Dio può essere una realtà già posta davanti al pensiero, perché ogni presupposto irrigidisce ciò che dovrebbe essere vivente. Lo spirito non è qualcosa di compiuto: è trasformazione continua, negazione del dato, libertà che si realizza. Alla fine resta un solo problema veramente vivo: quello che, nel presente, ci obbliga ancora a pensare.
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Risposta corretta: C. L'Uno gentiliano non è un blocco immobile contrapposto ai molti. Il pensiero esiste soltanto ponendosi un oggetto e quindi differenziandosi. Il problema filosofico è comprendere l'unità come unità dei molti.
La A confonderebbe l'unità con l'indistinzione, proprio ciò da cui Gentile si difende. La B, al contrario, rende le differenze autonome rispetto all'atto che le pensa e ricade così nella separazione che l'Attualismo considera astratta.
Dire che tutto è pensiero sembra esporre l'Attualismo alla più radicale delle accuse: aver costruito un'unità così assoluta da divorare ogni differenza.
È qui che affiora anche il cuore del dissenso con Croce: se le forme della vita spirituale sono realmente distinte, ricondurle tutte all'atto del pensiero non significa forse confonderle?
La risposta di Gentile è netta: non nega le differenze; nega che esse possano essere presupposte all'unità che le rende possibili. Il dissenso decisivo riguarda quindi non l'esistenza delle distinzioni, ma il loro statuto e il modo in cui appartengono all'unità dello spirito.
In questo straordinario frammento, Giovanni Gentile non respinge l'accusa di panlogismo, ma la accetta pienamente, rivendicandola e capovolgendola in una formidabile difesa del suo Attualismo.
La sua mossa retorica e filosofica è davvero fulminante e si articola in tre passaggi distruttivi per i suoi critici:
1. La provocazione e la sfida speculativa
Gentile ridicolizza l'idea che il pensiero sia un "Orco smisurato" che maciulla la realtà. Lancia quindi una sfida ironica e imbattibile a ogni suo critico: aspettare con pazienza qualcuno che gli dimostri di poter pensare a qualcosa che non sia pensiero. Nel momento stesso in cui il critico formulerà un'obiezione o un'alternativa al pensiero, starà ancora e sempre... pensando.
2. La storicizzazione del Panlogismo
Il filosofo dimostra che tutta la storia della filosofia è inevitabilmente panlogistica. Nessuno può sfuggire a questa legge:
– L'acqua di Talete o il fuoco di Eraclito non erano elementi fisici grezzi (Talete non poteva "bere" il principio di tutto, né Eraclito bruciarvi dentro), ma concetti, ovvero pensiero.
– Da Platone a Spinoza, da Vico a Kant, fino allo stesso Positivismo (che adora ciecamente la "materia" ma la trasforma in un concetto astratto), ogni filosofo non ha fatto altro che ricondurre la realtà al pensiero.
3. La metafora di Narciso e la vera natura dell'Unità
La tesi centrale è racchiusa nella celebre e poetica immagine di Narciso al fonte: l'essere umano, quando guarda il mondo (l'arte, la religione, la natura, le stelle), fa come Narciso che si innamora della figura riflessa nell'acqua. Quella figura sembra "altro" da lui, ma in realtà è la sua stessa immagine proiettata. Il pensiero non si disperde nel vuoto, ma pensa sempre se stesso: l'oggetto esiste solo in quanto posto dall'Atto pensante (l'Io trascendentale).
Perché la critica di "aridità" fallisce?
I critici accusavano l'Attualismo di essere un astratto e arido indistinto (un pensiero che "abbuia il mondo"). Gentile risponde che l'errore non è porre l'Uno, ma concepirlo senza differenze. L'Attualismo, al contrario, non annulla l'arte, la religione o la materia, ma spiega che l'unità genera da se stessa le proprie differenze. L'Io si realizza solo oggettivandosi nella molteplicità del mondo.
Gentile chiude con una stoccata finale tagliente: l'accusa dei suoi avversari è una "critica astratta, quasi spada che voglia ferire a un miglio di distanza", incapace di scalfire la dialettica vivente del pensiero in atto.
Risposta corretta: A. Gentile non nega il valore della ricerca scientifica. Astratta è soltanto la pretesa che una determinata regione del reale possa essere assunta come realtà compiuta e indipendente dall'attività umana che la conosce.
La B trasformerebbe l'Attualismo in una semplice svalutazione della scienza, che Gentile esplicitamente respinge. La C separerebbe teoria e prassi e collocherebbe la scienza fuori dalla vita dello spirito, mentre per Gentile lo scienziato, proprio in quanto pensa e opera, partecipa pienamente a quella vita.
Lo scienziato concreto non è un occhio impersonale davanti a una natura già fatta: domanda, sperimenta, calcola, trasforma, e così riconduce ciò che gli si oppone entro un mondo intelligibile.
In questo senso la scienza partecipa alla realizzazione della libertà dello spirito. Gentile non vuole sottrarle valore, ma ricordarle che il particolare che essa studia acquista significato soltanto entro l'attività umana che lo conosce.
Risposta corretta: B. Se ogni cosa fosse già immediatamente divina in quanto esistente, ciò che è coinciderebbe automaticamente con ciò che deve essere. Per Gentile, invece, la vita spirituale comporta negazione, trasformazione e superamento della propria determinatezza.
La A attribuisce al panteismo esattamente il contrario di ciò che esso significa: non separazione, ma identificazione immediata di Dio e realtà. La C è smentita dallo stesso svolgimento dell'Apologia, che non elimina il problema di Dio, ma pretende di ripensarlo entro l'atto dello spirito.
Dire che tutto ciò che esiste è immediatamente Dio significherebbe consacrare il dato proprio in quanto dato: ciò che è dovrebbe essere semplicemente perché è.
Ma lo spirito non è una sostanza già compiuta. Esso vive soltanto negando ciò che è diventato, morendo continuamente alla propria determinatezza per rinascere nell'atto. La vita spirituale è perciò trasformazione, e proprio questa incessante negatività rende possibile la moralità.
Risposta corretta: C. Gentile rovescia anche quest'ultima accusa. Dio non può essere una realtà già compiuta e presupposta davanti al pensiero: sarebbe ancora una realtà astratta. Il problema ultimo vive invece nel problema concreto che, nel presente, chiede di essere pensato.
La A riporterebbe Gentile proprio alla teologia presupposta che egli critica. La B capovolge il senso del passo: per Gentile il problema vivo non deriva da una soluzione già posseduta; al contrario, una soluzione ormai acquisita appartiene già ai problemi "spenti".
Dio non può essere un ente posto davanti al pensiero come realtà già pronta: anche questo sarebbe un presupposto, un'ombra scambiata per il vivente.
Se teologizzare significa invece interrogare il problema ultimo nel quale l'uomo sente impegnati se stesso e l'universo, allora la filosofia non ha ragione di sottrarsi a quel nome. Le soluzioni conseguite appartengono già al passato: molti sono i problemi spenti, unico il problema vivo.