Barche capovolte
💬 Io non so quel che porto
Io non so quel che porto dentro di me. Di quassù non posso scorgere i riflessi che avvengono dentro il profondissimo pozzo dell'anima. Non so se abbia dentro di me una buca di scorpioni o un nido di usignoli. E la mano ignota del destino ora mi avvicina ai bisbigli ed ora un'altra volta alle code paurose.
Soltanto l'acqua di tale pozzo ne potrebbe parlare. Talvolta il sole fa trasparenti di luce dolce le mie foglie; talvolta un inverno asprissimo mi tormenta.
E allora mi sento senza alcuna risorsa. Mi si convincerebbe bene che dopo quel giorno io debba morire. Mi sento così circoscritto soltanto a quello che ho compiuto, di cui dubito. Se venissero a dirmi che i miei pensieri sono stati rapiti da qualche forza misteriosa e maligna, vi crederei.
Sento morire tutte le mie rose.
Di là da quel che trovo, non c'è speranza né avvenire. Bisogna che io mi rassegni con il capo piegato sul petto. Allora mi vien voglia di comprendere quel che non ho mai compreso. Vi potrebbero essere in torno a me tante vie quante sono le possibilità delle anime.
Potrebbe darsi che la mia anima si cambiasse!
Ma morire così; con l'anima troncata come una rama che fosse carica di frutti! Sentir cadere tutti questi frutti, dove io neppure sono stato mai! Sentirli divenire appartenenti al passato, staccati da me stesso!
E allora ho paura. Non muovo la mia anima. Da ogni parte c'è un tranello, per cui un altro spicchio di me rimarrebbe attaccato.
«Da qui in avanti, bisognerà che io mi comporti in altro modo». Ma potrò trovare la regola per l'assestamento definitivo di questo spirito, che ha patito così tanti danni? Di questo spirito che le fiamme consumano da tutti i lati?
Bisognerebbe che avessi una sapienza, che m'è stata negata. Bisognerebbe che io possedessi quello che, per mia natura, non potrò mai.
E possibile che soltanto ora mi si rivelino questi abissi? Dove erano? Non sono stato io sì vigilante da colmarli? Non li avevo veduti mai. Essi mi sono apparsi come una deficienza. Io credevo che la mia anima si potesse estendere di più. Ed invece, io non ho trovato più pensieri per soddisfare l'avidità dei giorni.
Che importa se, qualche volta, mi son sentito troppo pieno di me stesso?
È stata una irregolarità. Bisogna saper mungere sempre la stessa quantità di latte.
È vero che dopo tali esaurimenti possiamo essere compensati in modi varii; ma che cosa mi faccio io dei deserti che il destino mi offre in compenso? Dove ho lasciato tutti i frutti che io producevo? Chi li ha presi? Sono stato pagato in alcun modo? Non è vero, forse, che al posto di tanta fecondità io trovo adesso le spine che mi fanno soffrire? Posso sopportare a lungo questo tormento?
Una pioggia di lacrime ha fecondato queste spine; e l'anima è come il loro fiore. Non è possibile che io passi da un'altra strada?
# Altro
✦ Federigo Tozzi. Barche capovolte. Vallecchi, 1993
C'è una profondità della vita che non si lascia raggiungere dallo sguardo. Possiamo ascoltare le nostre paure, i nostri slanci, le improvvise dolcezze e le crudeltà inattese, ma non vedere davvero da quale oscurità o da quale canto provengano. Dentro lo stesso pozzo possono dormire gli scorpioni e gli usignoli, e forse nessuno dei due ci appartiene per sempre. È il tempo, con la sua mano silenziosa, a calare il secchio nell'acqua e a riportarne in superficie, ogni volta, un volto diverso. Ma viene anche il momento in cui si teme che il pozzo inaridisca, che le rose muoiano, che i frutti cadano anzi d'esser raccolti. Di noi conosciamo soprattutto ciò che affiora; il resto continua a parlare una lingua che soltanto il fondo comprende. E quando anche quel fondo sembra farsi deserto, una domanda resta: non esiste forse altra strada?