Lezioni sull'antifascismo
💬 Altre testimonianze
GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (7/7)
Ernesto Rossi
[ERNESTO ROSSI (1897-1967), volontario e mutilato della guerra 1915-18. Dopo il delitto Matteotti, con Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli pubblicò il foglio clandestino «Non mollare» e fu a capo dell'organizzazione segreta antifascista «Giustizia e Libertà». Arrestato nel 1930 venne condannato a 20 anni di reclusione dal Tribunale speciale; dopo nove anni di carcere, fu assegnato al confino di Ventotene, ove iniziò con Altiero Spinelli la propaganda per la Federazione europea. Dopo la Liberazione fu membro della direzione del partito d'azione. Sottosegretario alla ricostruzione nel gabinetto Parri]
Quando vedemmo che non era più possibile esprimere alcuna opposizione al fascismo attraverso la stampa consentita, decidemmo di organizzare una pubblicazione clandestina. Il nome fu scelto da Nello Rosselli e il foglio ebbe vita a Firenze a partire dal gennaio 1925 per circa un anno, finché si verificarono gli episodi gravissimi di aggressione al gruppo antifascista, con la morte di Gaetano Pilati e di Consolo, che distribuivano il giornale, con l'invasione e la distruzione delle nostre case. Non ce la sentímmo più di continuare a stampare la pubblicazione; adottammo altre forme di cospirazione. Il «Non mollare» ebbe momenti di grande diffusione. Quando pubblicammo il memoriale di Filippelli, il quale accusava direttamente Mussolini di essere il mandante dell'assassinio di Matteotti, ebbi la sensazione che il nostro foglio avesse un significato e una importanza superiori a un «Corriere della Sera». Si pensi che di quel numero tirammo e distribuimmo ben 12.000 copie. In quel periodo subii, nello spazio di un mese, una ventina di perquisizioni domiciliari. Perdemmo anche, purtroppo, diversi dei nostri amici: ricordo specialmente Gaetano Pilati, socialista, mutilato della prima guerra mondiale, lavoratore indefesso che aveva raggiunto una notevole posizione economica con l'attività di costruttore. Andava in giro personalmente la notte ad incollare ai muri «Non mollare», là dove era possibile venisse letto da molte persone.
Quello che ci interessava non erano tanto le notizie quanto far sentire la nostra presenza di avversari irriducibili. Anche se fosse un foglietto bianco con la sola scritta «Non mollare» – dicevamo fra noi – lo diffonderemmo lo stesso. Pilati fu ucciso nel letto, aggredito nel sonno, accanto alla moglie. Il processo per il suo assassinio fu una farsa e, oltre ad indignare tutti gli uomini che avevano ancora un senso di dignità, confermò l'essenza del regime. Seguì una ondata di arresti, in seguito alla quale dovetti scappare a Parigi. Rientrai in Italia per una di quelle «qualità borboniche» proprie dell'amministrazione italiana.
Avevo infatti presentato domanda – molto tempo prima – per partecipare ad un concorso di cattedra di economia. La pratica con il mio nome seguì regolarmente il suo corso; il mio cognome, abbastanza comune, sembrò non dire nulla alle autorità. Partecipai al concorso, lo vinsi ed ebbi la cattedra all'Istituto tecnico di Bergamo. Da questa città presi subito contatto con il gruppo antifascista milanese di Bauer e Parri. Fui arrestato mentre stavamo per fare una manifestazione clamorosa: per la ricorrenza del 28 ottobre avevo organizzato l'incendio di cinque intendenze di finanza, cosa che non avrebbe mancato di attirarci la simpatia anche di cittadini lontani dall'antifascismo. Purtroppo, avevamo fra noi una spia che ci vendette per salvarsi da un processo di malversazione e così fummo tutti arrestati.
[...]
Ho sempre avuto molta stima dei comunisti come la signora Ravera; ma ho mantenuto sempre, di fronte a loro, la mia indipendenza. Il mio atteggiamento è stato nei confronti dei dirigenti comunisti condannati a lunghi anni di carcere e di confino, di comprensione e di stima per la capacità che avevano di sacrificarsi per la loro idea, però con un distacco e con una contrapposizione netta, quali ho avuto rispetto a certi sacerdoti e gesuiti che credono veramente e fermamente nella Chiesa cattolica. Tutta la stima che io avevo e la consapevolezza del merito che gli si doveva riconoscere nel mantenere fede alla loro posizione, non mi faceva mai dimenticare tuttavia che, secondo il mio pensiero politico, essi erano i miei avversari di domani impegnati a sostituire un sistema tirannico ad un altro sistema tirannico.
Circa gli operai e i contadini incontrati al confino, devo dire che il comunismo è stato per loro una forma di educazione politica di grandissimo valore. Senza il comunismo pochissimi di loro avrebbero resistito al fascismo. Quello che manca al popolo italiano è soprattutto il carattere, e la lotta antifascista era una lotta anche per la formazione del carattere.
Manlio Rossi Doria
[MANLIO ROSSI DORIA (1905-1988), arrestato nel 1930 con Sereni e condannato a 15 anni di prigione in base all'art. 4 della legge per appartenenza, propaganda e ricostituzione del partito disciolto (comunista). La pena fu ridotta a 7 anni nel 1932 e a 5 nel 1934. A Roma sotto sorveglianza speciale dal 1935 al 1940. Internato in Basilicata nel 1940 sino al 25 luglio. Staccatosi ed espulso dal partito comunista nel 1939, entrò nel partito d'azione fin dalla fondazione. Dopo lo scioglimento di questo non ha militato in nessun'altra organizzazione. Professore di economia agraria all'Università di Napoli]
Appartengo al secondo periodo delle leggi speciali, cioè quando oramai eravamo in pieno regime totalitario. Facevo parte di quel gruppo di democratici liberali che in quegli anni si diressero verso il comunismo come reazione al vergognoso crollo della democrazia, ed anche perché l'esperienza di quegli anni (era il periodo più acuto della crisi economica) sembrava mostrare a noi giovani l'incapacità del regime democratico a garantire una economia sana ed una società civile. Girando per raccogliere materiale per le inchieste agrarie, che costituivano oggetto dei miei studi, mi accorsi che sotto la pressione della disoccupazione crescente, erano numerosi i casi di villaggi meridionali in cui si ripeteva il fenomeno delle rivolte contadine. Fu allora più che naturale confluire nel partito comunista e mettere mano all'organizzazione del primo nucleo di antifascisti attivi con Sereni, Amendola, Eugenio Reale, nonché con molti bravissimi operai delle fabbriche napoletane. In quello stesso periodo cominciò quella che chiamerò la meditazione interna, che si sarebbe sviluppata sempre più negli anni successivi con una drammaticità molto maggiore. Si deve dire anche, infatti, che gli anni dell'antifascismo sono stati anni di intenso travaglio spirituale su temi che sono quegli stessi che si dibattono ancor oggi: temi di libertà e democrazia, di riforma sociale, di comunismo o non comunismo.
[...]
Anzitutto vorrei dire che la nostra non è stata solo una testimonianza contro il fascismo, ma anche una tormentosa elaborazione politica. Bisogna tenere presente che da centro a centro tale processo si è presentato in maniera diversa: per esempio a Napoli l'evoluzione si è sviluppata in senso comunista mentre a Torino si notava fin dal principio la contemporaneità dell'azione comunista e di «Giustizia e Libertà». Chi dovrà scrivere la storia di questo particolare periodo si accorgerà che questi nuclei erano chiusi e in molti casi senza nessun contatto fra di loro, se non talvolta per ragioni accidentali. Dopo il 1932 questa elaborazione è stata particolarmente complessa, sollecitata anche dai molteplici e drammatici avvenimenti internazionali. La crisi in Germania e l'avvento del nazismo, il distacco fra comunisti e socialisti, l'evolversi della situazione sovietica, la liquidazione del gruppo dirigente russo, la dimostrata incapacità della rivoluzione comunista di trovare le vie della libertà, la guerra di Spagna e la lotta avvenuta nel corso del conflitto civile fra comunisti e anarchici sindacalisti, il «New Deal»: tutti questi fatti hanno imposto profondi ripensamenti, anche se non subito manifestatisi e non sempre in maniera soddisfacente. In quegli anni insomma la politica ha cessato per noi di essere italiana ed è diventata europea ed internazionale; e si sono posti i problemi che ancora oggi sono materia di viva e accesa discussione.
Augusto Monti
[AUGUSTO MONTI (1881-1966), insegnante di lettere nei ginnasi-licei fino al 1932. Volontario nella prima guerra mondiale. Alunno di Gaetano Salvemini, collaboratore della «Voce», dell'«Unità» di Salvemini, di «La Rivoluzione Liberale» fino alla soppressione della rivista, del «Corriere della Sera» fino al 1925. Insegnante al «D'Azeglio» di Torino, fu maestro di Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Giancarlo Pajetta, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Renzo Giua, educandoli alla lotta antifascista. Militò in «Giustizia e Libertà» fin dalla sua fondazione. Fu arrestato una prima volta nel 1934 con diversi suoi scolari e una seconda nel 1936. Condannato dal Tribunale speciale a cinque anni e un mese]
Fui arrestato per la prima volta nel marzo 1934 in seguito all'episodio di Ponte Tresa. Rientrando in Italia insieme con Sion Segre, Mario Levi aveva imbottito l'automobile di materiale clandestino e specialmente con copie di «Giustizia e Libertà». Preso dal panico alla dogana, perché la polizia italiana indugiava troppo attorno alla macchina, si buttò nel Tresa. Il suo corpo fu ripescato dai doganieri svizzeri. Sion Segre venne arrestato e la mattina dopo ci fu una larga retata di antifascisti, fra cui molti studenti del «D'Azeglio». Vennero presi per primi Leone Ginzburg e Carlo Mussa. Questi, timoroso di essersi lasciato andare a rivelazioni compromettenti, tentò di impiccarsi all'inferriata della cella e fu salvato quando era già rantolante. Fui trattenuto in stato di arresto per 16 giorni, minacciato, diffidato e poi rilasciato.
Alla metà del maggio 1935 ci fu la grande frana di «Giustizia e Libertà» a Torino, a causa dell'attività di alcuni delatori fra i quali ricordo Pitigrilli e Aglietta. La polizia cercava in particolare i collaboratori torinesi dei Quaderni di «Giustizia e Libertà» che avevano per loro assiduo lettore, a quanto pare, lo stesso Mussolini. Io avevo scritto più volte sui Quaderni firmando Veturio . Dicono che il duce, dopo avere letto un mio articolo, ebbe a dichiarare: «Se mi trovate questo Veturio , diciotto anni non glieli toglie neppure il Padre Eterno». In quel periodo furono arrestati Pavese, Antonicelli, Mila ed altri. Fui arrestato anch'io con i miei studenti e trasferito a Roma a Regina Coeli e pochi giorni dopo ebbi il processo.
Camilla Ravera
[CAMILLA RAVERA (1889-1988), membro del comitato centrale del PCI fin dalla sua fondazione e collaboratrice dell'«Ordine Nuovo» a Torino. Svolse particolarmente la sua attività antifascista tra le donne dirigendo anche il giornale «Compagna». Nel 1926 fu assegnata al confino per cinque anni in contumacia. Nel 1927, sempre in contumacia, fu rinviata a giudizio dal Tribunale speciale, e nel 1928 inclusa nel processo ai dirigenti del partito comunista in cui vennero condannati Gramsci, Terracini, Scoccimarro ed altri. Nel 1930 fu condannata a quindici anni di reclusione dal Tribunale speciale e nel 1935 fu confinata prima in Basilicata poi a Ponza e a Ventotene, dove fu tenuta fino alla caduta del governo Mussolini. Dopo la Liberazione è stata dirigente dell'UDI, consigliere comunale di Torino e deputata nel collegio di Torino nella prima e seconda legislatura]
Quando fui arrestata nel luglio 1930 ero dirigente responsabile del Centro interno del Partito comunista e in questa qualità dirigevo nazionalmente la propaganda e l'organizzazione del partito. Fra i miei compiti vi era anche quello di fornire a Parigi le notizie e le informazioni necessarie a dare una visione chiara della situazione del paese in tutte le zone e nei vari strati sociali. Avevamo organizzato scioperi fra le mondine e proteste contro la riduzione dei salari in molte fabbriche. Il nostro lavoro tendeva cioè a collegare l'azione dei dirigenti con i vari strati della popolazione. Il mezzo migliore era la stampa clandestina a cui si è riferito il relatore, ma c'erano anche dei contatti personali i quali, come a catena, riuscivano poi a giungere anche molte volte nelle fabbriche, nelle campagne, fra gli operai che manifestavano il loro malcontento e fra i contadini che si rivoltavano.
Ero già stata deferita al Tribunale speciale nel 1927 e nel 1928 insieme con tutti i dirigenti del partito comunista Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Roveda. Le donne però furono meno sospettate, in quanto la loro partecipazione ad una lotta di quella natura costituiva una novità. Ma il contributo femminile alla lotta antifascista fu rilevante; anche se, per la ragione accennata, le donne vennero arrestate e condannate in numero assai minore rispetto agli uomini.
[...]
La caratteristica fondamentale delle carceri femminili stava nel fatto che queste erano affidate alle suore con funzione di guardie e carceriere e con la superiora in funzione di capoguardia, mentre il direttore aveva poca ingerenza nella vita interna del carcere. Per le suore le detenute erano delle persone colpevoli, giustamente punite, che dovevano accettare questa penitenza con sottomissione e spirito di redenzione. Le suore si prefiggevano perciò lo scopo di riconquistare le anime delle detenute.
Nelle case penali di Trani e di Perugia dove io sono stata, vi erano suore candidissime che non uscivano mai e che non conoscevano nulla del mondo, e non potevano comprendere i reati delle detenute politiche e i loro moventi e li consideravano anzi come atti di disobbedienza all'autorità legittima. Esse pensavano perciò che, scontando la pena, si sarebbero liberate dallo spirito di ribellione che le aveva condotte a quella disobbedienza e si sarebbero di nuovo avviate alla normalità della vita. In prigione si viveva come in un collegio: alla mattina si andava a messa, poi al lavoro; ed era difficile avere dei libri. Spinelli ha fatto un quadro della vita carceraria in qualche momento quasi positivo; ed io capisco che questa impressione sia rimasta in lui perché nelle carceri maschili i detenuti si trovavano insieme, e numerosi, e potevano discutere e dibattere i loro problemi tramutando il carcere in una scuola. Le donne condannate politiche, invece, anche perché meno numerose, non avevano questo conforto, giacché non erano tenute insieme.
Altra difficoltà era costituita dal problema religioso. Le suore pensavano di dover portare tutte le prigioniere alla pratica religiosa. Quando si trattava di detenute di altra religione (a Trani vi erano delle musulmane di Rodi, delle ebree, una protestante) le pressioni erano molto minori, anzi le musulmane ebbero persino la possibilità di avere la minestra non condita, onde essere certe che in questa non vi fosse del grasso di maiale: rischio, a dire il vero, molto piccolo! Situazione particolare però era quella delle donne, come me, che arrivavano con la qualifica di donna atea. Io fui trattata con rispetto e non dovetti subire pressioni di sorta, ma ero considerata anima destinata alla dannazione creando nelle suore uno stato d'animo che si traduceva in un comportamento che appesantiva, qualche volta, le pesantezze del carcere. Questo accadeva soprattutto al primo incontro, e quando si trovavano suore particolarmente fanatiche, come una a Trani che entrava nella mia cella sempre tenendo in mano il crocifisso, così come i napoletani toccano un cornetto.
In conclusione voglio dire che in carcere l'antifascista portava con sé tutti i motivi ideali che avevano determinato la sua attività e la sua condanna e che davano un senso alla vita. Nella concentrazione obbligata del carcere il pensiero andava più a fondo, gli affetti si dilatavano, la solidarietà e la comprensione umana diveniva più grande fino ad estendersi a tutti gli uomini che lavorano, soffrono, lottano, come Gramsci ha scritto nella sua ultima lettera al figlio. Gramsci è stato quasi il simbolo dell'antifascismo in carcere: i suoi quaderni dal carcere ne sono la testimonianza più umana e più autentica. I giovani li leggano e vi scopriranno il modo nuovo in cui da tanti antifascisti sono state scritte in questo secondo Risorgimento d'Italia Le mie prigioni .
Vindice Cavallera
[VINDICE CAVALLERA (1911-1998), nel 1931 venne rimosso dal grado di sottotenente per non avere reso gli onori in pubblico alla marcia reale. Nel 1932 fu arrestato e deferito al Tribunale speciale per propaganda di «Giustizia e Libertà». Nel 1934, trasferitosi a Roma, venne nuovamente arrestato e condannato dal Tribunale speciale a otto anni. Durante il periodo clandestino partecipò alla lotta partigiana e nel novembre del 1943 fu arrestato con la moglie dai Tedeschi. Già membro della direzione nazionale del partito d'azione]
Fui arrestato una prima volta a Torino, città di forti tradizioni antifasciste, dove frequentavo l'Università. Eravamo un gruppo di giovani affiatati per il fatto di essere figli di militanti socialisti: Cosmo, Renzo Giua ed io. Eravamo dunque una generazione di giovani che cercavano, direi, con ansietà, con un'azione molto profonda ed indomita, la rivincita e ci siamo trovati giovani nel periodo al quale accennava Rossi Doria, fortunatamente con dei maestri di azione antifascista. Era già avvenuto il processo di Rossi e Bauer, ma soprattutto a Torino c'erano i compagni di Piero Gobetti, cioè la presenza di un'attività di pensiero già critico di fronte alle debolezze del partito socialista, e che pertanto attraverso i collaboratori di Gobetti veniva con tutta facilità verso di noi, che se non eravamo stati lettori di «Rivoluzione liberale», lo eravamo pur stati del «Baretti».
La nostra attività si svolse all'Università: cominciammo ad affiggere modesti manifestini, stilati da noi, poi distribuimmo pubblicazioni antifasciste stampate in Francia. L'ambizione suprema era quella di poter fare noi stessi una pubblicazione antifascista: vi riuscirono Andreis e Garosci, i quali distribuirono poi quel materiale nell'ambiente operaio torinese. La prima volta fummo arrestati proprio in seguito alla cattura di Andreis, indicato come autore della pubblicazione da un imprudente operaio al quale il foglio fu trovato in tasca. Andreis tenne duro all'interrogatorio e noi fummo assolti. Egli ed un suo collaboratore, Scala, furono condannati a otto anni. Dopo quel processo pubblicammo insieme con Carlo Levi e Leone Ginzburg un foglio clandestino, che piacque molto a Carlo Rosselli. Frattanto la mia famiglia si trasferì a Roma ed io mi iscrissi all'Università della capitale. Era l'autunno del 1934: un momento di grave depressione per i gruppi antifascisti. Molte organizzazioni erano state rotte o disperse. Ricominciai la mia azione all'Università, mimetizzandomi soprattutto con l'attività sportiva nella quale riscuotevo non pochi successi. Raccolsi attorno a me un gruppo di una dozzina di universitari fra cui Antonio Amendola. Fui arrestato, ed un funzionario dell'OVRA mi precisò come erano giunti a me. Un agente dell'OVRA, seguendo una persona sospetta di antifascismo, era riuscito a sfilargli di tasca degli appunti. In uno di questi era scritto: «Cav. ha l'inchiostro simpatico». Seguivano i nomi di alcuni antifascisti torinesi. Non era stato difficile completare il cognome iniziale. A casa mia cercarono inutilmente l'inchiostro simpatico, che avevo ben nascosto fra gli attrezzi sportivi, ma trovarono le copie di «Giustizia e Libertà» di cui curavo la distribuzione a Roma.
[...]
Avevamo dei forti motivi di critica giacché avevamo cominciato ad amare le idee dei nostri padri nel momento in cui venivano sconfitte, e perciò comprendevamo che in esse vi doveva essere un elemento di debolezza. Per questo «Giustizia e Libertà» esercitava uma grande influenza su molti giovani, in quanto si proponeva un ripensamento del socialismo e di altre dottrine democratiche. D'altra parte sentivamo che anche il PCI aveva fallito il confronto con il fascismo e sottoponevamo anche esso alla nostra critica; ma soprattutto avevamo l'aspirazione di trovare una formazione nuova, capace di condurre vittoriosamente la lotta contro il regime.
Tuttavia non volevamo rinunciare al patrimonio positivo dei nostri padri. Avevamo avuto un'educazione dai nostri genitori, li avevamo visti operare per l'elevamento civile del nostro paese: direi che proprio da questa eredità paterna noi derivavamo l'impegno a condurre una lotta nella quale a loro era toccata una sconfitta. # Altro
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962