Frammenti d'autore

Lezioni sull'antifascismo

💬 Altiero Spinelli

GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (6/6)

Ed ora, a conclusione, riassumerò brevemente le successive ondate di arresti di questo periodo, per darvi una idea approssimativa del ritmo dell'attività cospirativa e della repressione poliziesca.

Alla fine del 1926, con l'introduzione delle leggi speciali, hanno luogo grosse retate in tutta Italia, dirette ad arrestare gli antifascisti noti alla polizia che non hanno potuto né fuggire all'estero né sparire nella clandestinità. Le isole si riempiono di democratici aventiniani, di comunisti e di anarchici. In carcere vanno soprattutto dirigenti e deputati comunisti, in attesa del grande processo Gramsci e compagni, che questa volta non si sarebbe concluso come quello del 1923 contro Bordiga.

Il partito comunista, già attrezzato per l'illegalità, mantiene la sua rete organizzativa e comincia subito a metter fuori giornali clandestini, stampati o ciclostilati. Nel 1927 e 1928 la polizia riesce però a stroncarne con una serie di grandi arresti l'organizzazione.

Fra la fine del 1928 e la fine del 1929 la cospirazione sembra sgominata completamente. Tribunale speciale e commissioni per il confino hanno poco lavoro.

Gli arresti riprendono numerosi fra la fine del 1929 ed il 1932, quando la crisi economica rinfocola il malcontento nel paese. «Giustizia e Libertà» comincia ad agire; i comunisti riprendono vigore. In questi anni ha inizio l'invasione delle prigioni e del confino da parte degli emiliani; il dialetto bolognese diventa e resta fino alla fine quasi la seconda lingua ufficiale dei prigionieri politici.

Nell'ottobre del 1932, l'amnistia per il decennale della marcia su Roma riduce in modo sostanziale il contingente dei prigionieri politici, ma gli arresti e le condanne continuano e riempiono i vuoti.

La guerra abissina, le sanzioni, la fondazione dell'impero costituiscono il periodo del massimo isolamento degli antifascisti. Voi sapete che ancor oggi si dice comunemente: «Ah! se Mussolini si fosse fermato dopo la conquista dell'Abissinia!...» In quel momento molti capitolano, molti si rassegnano, molti si credono in dovere di stringersi intorno al governo che comunque rappresenta la patria minacciata dalle sanzioni. «Right or wrong, my country» deve pensare persino Benedetto Croce, il grande maestro dell'antifascismo democratico, nel momento in cui anch'egli consegna la sua medaglietta di senatore ai fascisti che fanno raccolta d'oro per tener testa alle sanzioni.

Ma il fascismo non può fermarsi, e quando comincia la guerra di Spagna cospirazione ed arresti tornano a moltiplicarsi.

La conquista dell'Albania dà anche a questi nuovi cittadini dell'impero il diritto di andare nelle prigioni italiane. Arrivano al confino intellettuali albanesi, democratici o comunisti, ed a volta interi clan famigliari, che per sbaglio si sono pronunziati per Zogu anziché per Mussolini, e che ora, lasciando in patria le donne ed i neonati, sbarcano a Ventotene al completo, dal vecchio patriarca ai ragazzi dodicenni.

Con l'inizio della guerra mondiale la cospirazione dilaga. Il Tribunale speciale e le commissioni per il confino colpiscono ormai anche i sospetti di spionaggio, quelli che contrabbandano valute, i disfattisti. Compaiono nelle isole e nelle carceri i testimoni di Geova, che annunziano la fine del mondo e rifiutano il servizio militare.

Agli ebrei erano stati tolti molti diritti, ma l'artificiosità delle leggi razziali, introdotte per fare piacere a Hitler in un paese che ignora completamente l'antisemitismo, fa sì che, fino all'occupazione tedesca, non c'è in Italia un'effettiva metodica persecuzione di ebrei. Se per caso la polizia arresta un ebreo, come accadde ad esempio, ad Eugenio Colorni, perché cospiratore socialista, o ad un certo Sacerdoti che ha messo al sicuro all'estero un po' di denaro, la stampa ne approfitta per riempire durante alcuni giorni le sue colonne di imprecazioni e di maledizioni contro la perfida razza che si propone di rovinare l'Italia. Ma ciò serve in realtà solo per mostrare ai Tedeschi che si sta facendo sul serio. Poi, tutto rientra nell'ordine borbonico ed il prigioniero ebreo è confuso con il prigioniero non ebreo.

Durante la guerra affluiscono i reduci della guerra di Spagna, che si erano rifugiati a nord dei Pirenei, e che dopo l'occupazione della Francia Hitler consegna a Mussolini. Qualche anno prima, se questi avesse potuto metter le mani su coloro che gli erano consegnati dal suo vittorioso alleato, li avrebbe caricati di anni di galera, ne avrebbe forse fatto anche fucilare qualcuno. Ormai però nel momento stesso in cui ha inizio l'avventura bellica cui il regime si era preparato da tanti anni, la macchina dello Stato totalitario comincia a dar segni di decomposizione. I fuorusciti, odiati e spiati per tanti anni e che ora cadono in mano alla polizia, i Nenni, i Longo, i Di Vittorio, sono inviati alla chetichella al confino. Qualcuno a Roma deve aver pensato ad un certo momento alla convenienza di montare un esemplare processo con esecuzioni capitali, ed a questo scopo Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e qualche altro sono prelevati nel giugno 1943 dal confino e spediti a Regina Coeli..., ma tutto rimane sul piano delle velleità.

Dopo il 25 luglio 1943 dobbiamo attendere chi giorni, chi settimane, chi più di un mese, perché Badoglio si decida a liberarci. Egli comincia col rilasciare i democratici; dopo qualche esitazione mette fuori i comunisti; mantiene prigionieri gli anarchici, gli Sloveni, gli Albanesi. Molti di costoro possono riprendere la loro libertà profittando dello sfacelo dell'8 settembre. Molti passano dalle mani dei carcerieri italiani in quelle dei carcerieri tedeschi.

Nell'inverosimile mese di agosto del 1943, in cui non c'è né guerra né pace, né democrazia né tirannide, gli antifascisti usciti di galera riprendono contatto con le loro famiglie, partecipano alla ricostruzione dei partiti, provano l'ebrezza della libertà. Sembra la fine, e si tratta solo di una pausa.

Quarantacinque giorni dopo la caduta del fascismo ha luogo l'occupazione tedesca, e comincia la Resistenza. Di nuovo carceri e campi di concentramento si riempiono di antifascisti delle vecchie e delle nuovissime leve. Questa volta non si tratta però più solo di privazione della libertà, ma assai spesso di anticamera della morte. Di ciò vi parlerà tuttavia altri. [Leggi dall'inizio]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962

6. Le ondate della repressione e la fine del fascismo
La storia della persecuzione antifascista non procede con intensità costante. Spinelli conclude seguendone le maree, perché il numero degli arresti e la vitalità della cospirazione riflettono insieme le condizioni del paese e le fortune del regime.
Alla fine del 1926 le leggi speciali producono grandi retate: le isole si riempiono di democratici, comunisti e anarchici, mentre il Tribunale speciale prepara il grande processo contro Gramsci e gli altri dirigenti comunisti. Il partito comunista, già organizzato per la clandestinità, tenta di ricostruire continuamente le proprie reti, che la polizia spezza fra il 1927 e il 1928. Segue una fase di apparente calma; poi la crisi economica riaccende il malcontento e, fra il 1929 e il 1932, riprendono insieme attività clandestina e arresti, mentre entra in scena «Giustizia e Libertà».
L'amnistia del 1932 alleggerisce temporaneamente carceri e confino, ma non interrompe il meccanismo repressivo. La guerra d'Etiopia e la proclamazione dell'impero segnano invece il momento di massimo isolamento degli antifascisti. Molti italiani si stringono intorno al regime, altri si rassegnano alla sua apparente solidità. Spinelli ricorda persino il gesto di Croce che offre la medaglietta d'oro durante le sanzioni: segno di quanto, in quel momento, l'appello patriottico potesse coinvolgere anche chi restava avversario del fascismo.
Ma il fascismo, osserva Spinelli, «non può fermarsi». La guerra di Spagna riapre conflitti e persecuzioni; l'espansione imperiale porta nelle carceri anche gli Albanesi; con la guerra mondiale la categoria dei sospetti si allarga ancora a disfattisti, accusati di spionaggio, contrabbandieri di valuta e testimoni di Geova.
Anche gli ebrei compaiono nel quadro della repressione, e Spinelli insiste sul carattere artificioso che egli attribuisce alla politica razziale fascista e sulla diversa natura, fino all'occupazione tedesca, della loro persecuzione rispetto a quella praticata dalla Germania nazista. Nel suo racconto, l'arrestato ebreo che cade nelle mani della polizia per attività politica viene utilizzato dalla propaganda come prova dell'antisemitismo ufficiale, ma poi rientra nella normale macchina repressiva destinata agli altri oppositori.
Negli ultimi anni, tuttavia, la macchina comincia a perdere forza. Gli antifascisti reduci dalla guerra di Spagna, un tempo destinati a pene durissime, vengono mandati quasi discretamente al confino. Persino quando si pensa ancora a un grande processo politico, nel 1943, tutto rimane allo stato di progetto. Il regime conserva gli strumenti della dittatura proprio mentre comincia a non riuscire più a usarli con l'antica sicurezza.
La caduta di Mussolini non porta immediatamente la libertà. Badoglio libera prima alcuni, poi altri, mentre anarchici, Sloveni e Albanesi restano prigionieri più a lungo. L'agosto del 1943 appare allora come una parentesi irreale: gli antifascisti tornano alle famiglie, ricostruiscono i partiti, assaporano una libertà che sembra definitiva.
Non lo è. Dopo l'8 settembre comincia un'altra fase, quella che Spinelli aveva già separato fin dall'inizio: nuova guerra civile, occupazione tedesca, Resistenza. E con essa cambia anche la natura della repressione. Il carcere che per diciassette anni aveva significato soprattutto privazione della libertà può ora diventare, assai più spesso, anticamera della morte.

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