Lezioni sull'antifascismo
💬 Altiero Spinelli*
GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (1/6)
La persecuzione poliziesco-giudiziaria degli antifascisti si articola in quattro periodi ben distinti e notevolmente differenti fra loro.
Il primo è quello della guerra civile aperta, svoltasi fra il 1919 e la marcia su Roma.
Gli antifascisti che andavano in carcere erano in generale lavoratori e organizzatori operai, arrestati per aver partecipato a conflitti armati. La repressione giudiziaria era dura, perché la volontà di far rispettare le leggi funzionava allora in un senso solo, e perché c'era nei tribunali un assai forte senso di classe che portava a colpire senza scrupoli coloro che avevano preso le armi contro le squadre fasciste. Erano condannati come malfattori comuni per omicidî, per stragi, ed in prigione non c'era alcuna distinzione fra loro ed i delinquenti comuni. Salvo alcune eccezioni, questi primi antifascisti si adeguarono talmente in prigione all'atmosfera dei «comuni» che quando, qualche anno dopo, affluì una nuova assai più numerosa ondata di politici, fu spesso assai difficile ristabilire un contatto umano profondo fra gli uni e gli altri.
Il secodo periodo va dalla marcia su Roma all'instaurazione delle leggi speciali, dalla fine del 1922 alla fine del 1926.
Vigeva allora un regime di arbitrî e soprusi, ma non ancora un regime totalitario. Le libertà erano parzialmente tollerate, precarie, andavano a poco a poco diminuendo, ma non erano del tutto scomparse.
Subito dopo la marcia su Roma, il governo di Mussolini tentò di mettere su un grosso processo politico, arrestando e denunziando Bordiga, allora capo del partito comunista e numerosi altri dirigenti dello stesso partito. Ma il processo si concluse con una assoluzione generale. Analoghi tentativi successivi di inventare cospirazioni e complotti non approdarono mai a nulla, perché né la legislazione allora vigente, né i giudici si prestavano a questi servizi.
Erano invece frequenti gli arresti e i processi per violazione delle leggi sulla stampa, sia perché queste diventavano sempre più repressive, sia perché cominciavano ad apparire i primi fogli illegali: il «Non mollare» di Salvemini, Rossi ed altri, e i primi fogli illegali comunisti. I giornalisti che combattevano l'ultima battaglia per la libertà della stampa legale e coloro che cominciavano a redigere, stampare e diffondere la stampa illegale, fornivano materia a uno stillicidio di arresti e processi.
Non mancarono, né prima né dopo quello di Matteotti, assassinî politici – perpetrati da fascisti e rimasti impuniti – ultimi strascichi della guerra civile degli anni precedenti. Ma quando nei giorni dello scioglimento dei partiti Emilio Lussu si difese con le armi in pugno contro i fascisti che tentavano di invadere la sua abitazione in Sardegna, uccidendo uno degli aggressori e mettendo in fuga gli altri, i giudici lo assolsero per legittima difesa contro il tentativo di violazione del suo domicilio. Ancora una volta leggi e tribunali non si mostravano troppo condiscendenti ai desideri dei governanti.
In questo periodo la repressione fascista fu soprattutto poliziesca: una gragnuola di fermi frequenti, prolungati, arbitrari. Gli antifascisti erano «schedati» dalla polizia, non appena questa si accorgeva della loro attività erano continuamente fermati, e tenuti per qualche notte in luride camere di sicurezza o per qualche settimana in carcere. Ogni ricorrenza patriottica, ogni grosso incidente politico, ogni volta che in una città arrivava il duce o il re o qualche altro alto gerarca fascista, la polizia faceva retate di tutti gli schedati che riusciva ad acciuffare e li teneva dentro per qualche tempo, senza nemmeno spiegare loro il perché.
Durante questi anni, se si eccettua l'iniziativa del «Non mollare», gli antifascisti democratici non passarono ancora all'attività illegale, mentre il partito comunista, pur continuando ad utilizzare le possibilità legali ancora esistenti, costruiva metodicamente il suo apparato clandestino, sia perché la polizia dedicava le sue attenzioni a loro più che agli altri, precludendo loro molte possibilità legali che erano ancora ammesse per gli altri, sia perché l'Internazionale comunista aveva in generale prescritto a tutti i partiti di darsi un'organizzazione clandestina parallela a quella legale, anche nella più democratica delle situazioni.
Il terzo, lungo periodo va dalla fine del 1926 al 25 luglio 1943, dall'instaurazione del vero e proprio regime totalitario fino alla caduta di Mussolini.
Ebbe inizio con lo scioglimento di tutti i partiti, con la repressione di ogni libertà di stampa, con l'abrogazione del mandato parlamentare dei deputati dell'Aventino e di quelli comunisti. Per uno strano estremo scrupolo la Confederazione Generale del Lavoro era stata esclusa dallo scioglimento, ma i suoi dirigenti, con a capo Rigola e contro l'opinione di Buozzi, pensarono che fosse bene andare spontaneamente incontro ai desideri del fascismo e la sciolsero loro stessi. Nessuna attività politica e sindacale era ormai più permessa al di fuori di quella del partito fascista e delle sue varie organizzazioni.
Furono introdotte per cinque anni leggi speciali per la difesa dello Stato, ma al loro scadere furono rinnovate, e successivamente incorporate nel nuovo codice penale, restando così in vigore fino alla caduta del fascismo. Le leggi speciali reintrodussero in Italia la pena di morte e contemplavano pene gravissime per attentati al re e al duce, per cospirazione contro i poteri dello Stato, per ricostruzione o apparenza a partiti sciolti, per propaganda di programmi e idee di partiti sciolti. Il giudizio su questi reati non era più affidato ai tribunali ordinari, ma ad un «Tribunale speciale», composto di generali della milizia e dell'esercito, il quale agiva secondo la procedura militare. Al Tribunale speciale furono anche devoluti tutti i processi politici in corso presso la magistratura ordinaria, la quale, come ho ricordato, non si prestava molto alle voglie dei fascisti. Successivamente la competenza del Tribunale speciale si estese anche ad altri reati, che andavano dallo spionaggio ai reati valutari, ma la più importante delle sue occupazioni rimase sempre la repressione dell'antifascismo.
Furono inoltre introdotti il confino e l'ammonizione per motivi politici. Queste due istituzioni esistevano già – la prima sotto il nome di domicilio coatto – per i delinquenti comuni abitudinari, ed erano state esplicate contro i socialisti nell'epoca di Crispi e di Pelloux. Ora furono estese a tutti i sospetti di antifascismo. Confinati o ammoniti non si era per sentenza della magistratura, ma per decisione di commissioni provinciali, di cui fa-cevano parte il prefetto, il questore, il console della milizia. Su rapporto della polizia costoro assegnavano da uno a due anni di ammonizione, o da uno a cinque anni di confino a coloro che erano sospettati di essere antifascisti ed erano perciò considerati pericolosi per il regime.
È di questo periodo che mi occuperò qui, lasciando da parte il quarto ed ultimo: quello della rinnovata guerra civile nel quadro della seconda guerra mondiale, che va dal settembre 1943 all'aprile 1945, poiché penso che sarà trattato in una successiva esposizione. [Continua ]
*ALTIERO SPINELLI (1907-1986), arrestato non ancora ventenne nel giugno 1927 a Milano e condannato dal Tribunale speciale per cospirazione contro i poteri dello Stato a 16 anni e 8 mesi di reclusione, di cui quasi tre da scontare in segregazione cellulare. Ridotta la pena a dieci anni in seguito a condoni, nel 1937, anziché essere messo in libertà, è stato inviato al confino a Ponza e poi a Ventotene, ove è restato fino all'agosto 1943. Durante la sua prigionia è uscito dal partito comunista e nel 1941 ha redatto, insieme a Ernesto Rossi a Ventotene, il manifesto per la Federazione europea. Liberato dopo la caduta del fascismo, ha partecipato alla Resistenza nelle file del partito d'azione.
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962
1. Dalla guerra civile allo Stato totalitario
La persecuzione degli antifascisti non nasce già compiuta nella forma che assumerà durante la dittatura, ma cambia insieme al fascismo. All'inizio, negli anni della guerra civile, chi finisce in carcere è soprattutto un militante operaio coinvolto negli scontri armati con le squadre fasciste: viene giudicato come un delinquente comune e immerso nello stesso ambiente carcerario dei «comuni». Dopo la marcia su Roma la situazione muta, ma non ancora fino al totalitarismo. Il nuovo potere procede per soprusi, violenze, fermi arbitrari e progressiva restrizione delle libertà; tuttavia sopravvivono leggi e magistrati che non sempre si piegano alle sue esigenze. Il fallimento del processo contro Bordiga o l'assoluzione di Lussu mostrano proprio questa fase intermedia, nella quale il fascismo governa e intimidisce, ma non dispone ancora interamente dello Stato.
Anche l'opposizione evolve. I democratici tentano ancora, in larga misura, di agire negli spazi legali superstiti; i comunisti, più colpiti dalla polizia e già orientati dall'Internazionale verso l'organizzazione clandestina, preparano invece una struttura capace di sopravvivere all'illegalità. Poi, alla fine del 1926, il passaggio si compie. Partiti e stampa libera vengono soppressi, il Parlamento mutilato, entrano in vigore le leggi speciali, nasce il Tribunale speciale, il confino politico diventa strumento ordinario. Non si tratta più soltanto di violazioni della legalità perpetrate dal potere: è la legalità stessa a essere rifatta secondo le esigenze della dittatura.
La distinzione di Spinelli è dunque essenziale. Il fascismo non appare come un blocco immobile, uguale a se stesso dal principio alla fine: conquista gradualmente uomini, istituzioni e strumenti giuridici, fino a trasformare la repressione da pratica di parte in funzione regolare dello Stato.