Frammenti d'autore

Non temere alcun male

💬 Prefazione

Poco dopo le sei di sera del 15 marzo 1977, fui arrestato dal KGB all'uscita di un appartamento sito in Via Gorky nel centro di Mosca e condotto alla prigione di Lefortovo. Qui fui accusato di spionaggio e tradimento ai danni dell'Unione Sovietica, crimini passibili della pena di morte. Trascorsi i nove anni successivi in carcere e nei campi di lavoro, di cui molti mesi a regime disciplinare speciale, più di quattrocento giorni in celle di punizione e oltre duecento giorni in sciopero della fame. Nel corso dei lunghi mesi di interrogatori e di isolamento precedenti il processo e di tutti gli anni che seguirono, i miei aguzzini si accanirono per farmi crollare e confessare crimini che non avevo mai commesso, per poi mettermi in mostra davanti all'opinione pubblica mondiale. Volevano usarmi per distruggere i due gruppi nei quali ero impegnato: quello degli ebrei che sperano di espatriare in Israele e quello dei dissidenti che si battono per i diritti umani. Questo libro descrive le mie quasi decennali vicissitudini di prigioniero del KGB; è il resoconto di una farsa che i sovietici definiscono il loro sistema giudiziario. Ed è la storia della mia lotta per la sopravvivenza.

Innanzitutto, però, un breve accenno ai miei precedenti. Quando morì Stalin avevo solo cinque anni, ma il ricordo di quel giorno del 1953 è ancora chiaro nella mia mente. Una musica solenne trasmessa dagli altoparlanti riempiva le strade e la popolazione di Stalino, come allora si chiamava la città ucraina di Donetsk, portava fasce nere al braccio. Enormi ritratti di Stalin troneggiavano dovunque. «Oggi niente allegria o esuberanze», spiegò la maestra della scuola materna. «Questo è un giorno molto triste. È morto Joseph Vissaironovich Stalin, nostra guida e nostro maestro.»

Per me Stalin era semplicemente un simbolo, un nome in una invocazione che ripetevamo a scuola: «Grazie compagno Stalin per la nostra infanzia felice», o in una canzone che cantavamo nei cortei: «Mosca e Pechino, Mosca e Pechino, russi e cinesi fratelli per sempre; Stalin e Mao vegliano su di noi». Ma l'annuncio che la scuola materna sarebbe rimasta chiusa per vari giorni di lutto era molto reale e mi fu difficile tornare a casa senza sorridere.

Quando entrai mamma stava piangendo e solo in seguito seppi il vero motivo delle sue lacrime: temeva i pogrom. Durante l'ultimo periodo staliniano la rinnovata campagna antisemita, particolarmente virulenta in Ucraina, aveva riacquistato vigore. Chi poteva sapere quali terribili avvenimenti avrebbero potuto verificarsi a seguito della morte di Stalin?

Qualche ora prima la mamma si era recata in piazza, come il resto della popolazione, per ascoltare le notizie; era rimasta inorridita vedendo un uomo dirigersi verso una vecchia ebrea e schiaffeggiarla gridando: «Branco di miserabili, avete ucciso il nostro Stalin e adesso piangete?» Nessuno prese le difese della donna e io e mio fratello dovemmo rimanere chiusi in casa per giorni.

Mio padre era giornalista, con idee personali sul modo di educare i bambini. Si trattasse di sesso o di politica, voleva che apprendessimo i fatti da lui, non dalla strada. A me e a mio fratello Leonid, che aveva sette anni, disse che Stalin aveva ucciso molti innocenti, che negli ultimi anni aveva perseguitato gli ebrei e che potevamo rallegrarci per la morte di quel terribile macellaio. Ci raccomandò di non ripetere ad alcuno quelle considerazioni.

Appresi allora per la prima volta che per sopravvivere nella società sovietica era necessario funzionare contemporaneamente a due livelli: cosa pensavi veramente e ciò che credevi opportuno comunicare agli altri. Ho vissuto questa dicotomia fino al 1973, quando aderii al movimento aliyah degli ebrei in lotta per il diritto di emigrare in Israele. (Il termine ebraico aliyah significa «ascesa», ossia l'aspirazione a vivere in Israele.) Da quel momento, per la prima volta nella mia vita, non ebbi più paura di esprimere ciò che veramente pensavo sui miei compatrioti, sul paese in cui vivevo e sui valori in cui credevo. A venticinque anni capii finalmente quale grande gioia fosse essere libero. [...]
✦ Natan Sharansky. Non temere alcun male: i miei nove anni nei lager di Brezhnev. Sperling & Kupfer, 1988

La prigione comincia molto prima di Lefortovo. Comincia quando un bambino impara che, per vivere nell'Unione Sovietica, occorre dividere se stesso in due: con una verità custodita nell'intimo e con una versione "innocua" da offrire agli altri. Il sistema pretende proprio questo, prima ancora dell'obbedienza: che ciascuno diventi il censore di sé, che la paura preceda la polizia e continui il suo lavoro anche quando nessun agente è presente.
Perciò i lunghi anni di carcere, interrogatori, celle di punizione e scioperi della fame non sono soltanto la persecuzione di un dissidente, ma il tentativo di ricondurlo dentro quella scissione originaria, costringerlo a dire ciò che non pensa e a rinnegare ciò che sa di essere vero.
Ma la libertà più profonda non coincide con quella che le circostanze concedono: è quella che lo spirito riesce a imporre anche alle circostanze avverse. Quando, a venticinque anni, Sharansky decide di smettere di tacere, lo Stato sovietico possiede ancora il potere di arrestarlo, processarlo e rinchiuderlo. Non possiede più, però, il potere di stabilire ciò che egli deve pensare.