Frammenti d'autore

Lezioni sull'antifascismo

💬 Altiero Spinelli

GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (5/6)

Il confino consisteva nella residenza obbligata, talvolta in piccoli comuni dell'Italia meridionale, talvolta in piccole isole, poiché il fascismo non aveva a disposizione una Siberia, ma solo Ponza, Ventotene, Lipari, Tremiti, che da tempi immemorabili servivano a questi usi. Ad esempio il santo protettore di Ponza era il papa S. Silverio confinato lì dall'imperatore Giustiniano ed a Ventotene Augusto aveva confinato la nipote Giulia.

Nei primi anni il confinato viveva semplicemente sotto libertà vigilata, ricevendo una piccola somma per l'alimentazione cui doveva provvedere da sé, nonché un abito ed un paio di scarpe all'anno. Ci si poteva affittare una casa, ed avere relazioni con la popolazione. Alcuni si sposarono con donne del posto. A poco a poco, a partire dalla fuga di Rosselli, la libertà personale fu ristretta, soprattutto nelle isole. I confinati furono obbligati ad abitare a Ponza nell'antico carcere borbonico ed a Ventotene in baracconi in muratura, nei quali erano rinchiusi col calar del sole. Coloro che si erano sposati con isolane furono trasferiti in altre isole senza poter essere seguiti dalle mogli. Furono proibite tutte le relazioni amichevoli con la popolazione – il che significò non già che scomparvero, ma che diventarono clandestine e punibili. La sorveglianza dei poliziotti e dei militi su ogni atto o parola dei confinati si fece più attenta e più molesta. Si introdusse il rinnovo automatico del confino.

Anche in carcere, come ho detto, la via della libertà era socchiusa per chi faceva atto di sottomissione, ma non c'era una pressione sistematica in questo senso da parte delle autorità. La pressione veniva piuttosto, quando c'era, dalle famiglie, che spesso chiedevano al condannato di fare domanda di grazia e di comportarsi in modo da facilitare la concessione. Al confino la situazione era diversa. Era la polizia che assegnava senza troppe formalità al confino, che esercitava, con l'assistenza della milizia, la sorveglianza sui confinati, e che poteva cancellare il provvedimento con un semplice tratto di penna. Fin dal primo momento in cui uno arrivava al confino, il commissario lo informava che poteva tornare presto a casa, se riusciva a lasciar svanire i sospetti che pesavano su di lui. Cioè, non doveva frequentare i tali e tali confinati con i quali ora avrebbe convissuto; doveva starsene con coloro che avevano accettato questi consigli, con le spie, con gli ubriaconi e con gli altri rifiuti della società che casualmente erano caduti nella rete della polizia politica; doveva riferire alla polizia tutto ciò che fosse venuto a sapere degli altri confinati; doveva mostrare il suo ossequio al regime facendo il saluto fascista. Aggiungendo a questo comportamento un atto scritto di sottomissione al regime e di ammirazione per Mussolini, la via del ritorno gli si sarebbe facilmente aperta.

Poiché i gesti contano sempre molto, specialmente per i regimi totalitari che sono tutti terribilmente retorici, il problema del saluto fascista assunse al confino un significato del tutto sproporzionato. Il confino era il solo luogo d'Italia in cui questo saluto ostentatamente non si faceva per nessuna ragione, dinnanzi a nessuna autorità. Ciò era ammesso, ma era anche un grave segno della riottosità politica del confinato. Immaginate ora un povero uomo che si trovava al confino con la prospettiva di restarci a tempo indeterminato e con la possibilità di tornarsene in famiglia se acconsentiva alle richieste della polizia. C'era chi cedeva, soprattutto negli anni in cui il regime coglieva i maggiori trionfi e sembrava più incrollabile. C'era chi accettava la compagnia prescritta dalla polizia, chi faceva la spia. Ma l'atto più semplice e primo di buona volontà era il saluto fascista. Quelli che capitolavano noi li contavamo al momento dell'appello, che aveva luogo una o due volte al giorno per constatare che nessuno fosse fuggito dalla piccola zona dell'Isola entro cui ci si poteva aggirare. Il numero di coloro che, chiamati, passavano dinnanzi al drappello dei poliziotti e militi facendo il saluto romano era un barometro abbastanza preciso della situazione politica che c'era nel mondo. Quando le cose andavano bene per i fascisti, qualcuno si aggiungeva alla schiera di coloro che si rassegnavano ed alzava il braccio. Nel 1940, dopo il crollo della Francia, nel 1941 dopo l'invasione della Russia, su circa 800 confinati ce ne saranno stati a Ventotene un paio di centinaia che avevano deciso di salutare romanamente.

Verso il 1938 ci fu l'unico tentativo della polizia fatto con una certa metodicità di applicare il principio nazista secondo cui l'avversario non era solo da tener prigioniero, ma da umiliare e spezzare moralmente. Il tema di questa operazione fu ancora il saluto fascista. L'esperimento fu eseguito a Tremiti, dove c'erano confinati considerati meno pericolosi, essendo gli antifascisti più noti concentrati a Ponza ed a Ventotene. Un giorno fu a tutti ritirato il libretto rosso che ciascuno era tenuto a portare sempre con sé, e sul quale erano scritte le prescrizioni la cui violazione implicava una condanna che poteva andare da un mese ad un anno e che non sarebbe stata contata come tempo di confino. Il giorno dopo a tutti i due o trecento confinati il libretto fu restituito con una nuova prescrizione: l'obbligo di salutare romanamente le autorità. Poche ore dopo c'era la prova del fuoco dell'appello. Quasi tutti risposero all'appello ignorando la prescrizione, furono immediatamente arrestati, imbarcati per il continente e deferiti al pretore di Manfredonia. La condanna da parte della magistratura avrebbe messo i confinati dinnanzi all'alternativa di cedere o di fare la spola fra un giorno di confino e un numero crescente di mesi di carcere. Ma accadde allora una cosa assai inverosimile in uno Stato totalitario, possibile tuttavia nell'Italia col suo fascismo superficiale. Un piccolo oscuro pretore – di cui nessuno si è occupato ancora di ricercare il nome per rendergli l'onore che merita – osò sfidare l'onnipotente polizia e rifiutò di accogliere la denunzia, dichiarando che la polizia aveva il compito di mantenere nell'isola la disciplina, ma non di imporre opinioni politiche. La polizia non si rassegnò subito. Tenne le sue vittime in carcere per molti mesi, rinviando a Tremiti solo i pochi che cede-vano; poi trasferì di colpo in altre isole, e ripeté il tentativo ancora due volte con altri confinati prelevati da Ponza e da Ventotene. Solo al terzo tentativo, di fronte alla resistenza passiva delle braccia che non si sollevavano, si decise a riconoscere la propria sconfitta e ad ammettere che gli antifascisti avevano il diritto di affermare anche esteriormente questa loro qualità. Il saluto fascista rimase così un atto volontario di coloro che decidevano di capitolare. Quando nel 1942 e nel 1943 i segni dell'imminente crollo cominciarono a diventare evidenti, il numero delle braccia che si sollevavano, delle bocche che riferivano, diminuì progressivamente fino a scomparire del tutto.

Nelle isole i vari gruppi politici erano ben differenziati, ed avevano una sorta di riconoscimento ufficioso grazie all'istituzione delle mense. Poiché i confinati dovevano provvedere per conto proprio all'alimentazione, si riunivano in mense, e c'erano perciò le mense comuniste, anarchiche, gielliste, e via dicendo.

La maggioranza dei confinati era costituita dai comunisti, che, come in carcere, continuavano a studiare, a organizzare, a formare i loro quadri. I giellisti erano poco numerosi ed affiatati fra loro, ma senza la intensa vita collettiva dei comunisti. Non mancavano mai gli ex-comunisti, che, lì come altrove, prima di iniziare la loro diaspora restavano per un certo tempo uniti nell'inconsistente sogno di rinnovare il partito. Gli anar-chici, numerosi al principio, ma con tendenza a diminuire perché le loro file non si rinnovavano più in Italia, aumentarono di colpo, diventando il gruppo più numeroso dopo quello comunista, quando giunsero dalla Francia i reduci della guerra di Spagna. C'erano infine i «manciuriani». Con questo nome, derivato dal fatto che a Ponza si chiamava Manciuria il freddo camerone in cui costoro stavano raggruppati, erano battezzati le spie, gli ubriaconi, quelli che avevano fatto atto di sottomissione, quelli del saluto fascista. Nella società confinaria i manciuriani erano la casta degli intoccabili. Con loro non si parlava, non si andava a tavola insieme. Chi contravveniva a questa regola diventava egli stesso manciuriano.

Questa era nelle linee generali la vita del confino.

L'aspetto positivo dell'antifascista in carcere ed al confino consisteva – se mi permettete di adoperare almeno per una volta parole un po' solenni – nel rendere una testimonianza dello spirito contro la forza. In una situazione in cui lo Stato, poiché disponeva della forza, pretendeva tutto, c'era qualcuno che opponeva il suo rifiuto: rifiuto di rispettare le leggi fasciste prima di entrare in carcere; rifiuto di compiere alcun atto di sottomissione dopo esserci entrato. Ciò costituiva un fermento permanente nel paese, ove si sapeva che c'era gente in carcere ed al confino la cui volontà il regime non riusciva a piegare.

Non voglio nascondere che c'era anche un aspetto negativo nell'atteggiamento degli antifascisti in carcere: un certo fariseismo di uomini che ringraziavano il cielo perché erano giusti. Dostojevski ne ha parlato nella sua Casa dei morti, quando ha descritto la fredda suberbia dei prigionieri politici polacchi. Fra gli anarchici questo difetto era probabilmente minore che fra gli altri e fra i giellisti maggiore, ma comunque era assai diffuso. C'era inoltre un'assai forte ripugnanza a rimeditare le proprie idee; ogni ripensamento, non appena andava un po' a fondo, era considerato come un inizio di cedimento morale e politico. Le uniche idee e prospettive nuove ammesse erano quelle che giungevano, debitamente controllate, dalle centrali della cospirazione. Chi tentava di pensare per conto proprio correva qualche spiacevole rischio. La durezza verso gli eretici non era una specialità dei comunisti, i quali erano costretti a mettere qualcuno al bando ogni volta che giungeva notizia di uno dei sorprendenti cambiamenti di rotta decisi dal Cremlino: la «svolta», il fronte popolare, il patto Stalin-Hitler, l'aggressione della Finlandia. Con minore furore ideologico, ma in compenso con assai maggiore rigore moralistico, la stessa diffidenza verso il nuovo regnava fra i prigionieri democratici, i quali, specialmente negli ultimi anni, accoglievano con la stessa altezzosità con cui Farinata accoglie Dante nell'Inferno, la gente nuova che approdava al confino dopo aver vissuto per lunghi anni la normale vita del paese e che non aveva perciò la rigorosa puntigliosità moralistica dei vecchi antifascisti. Non posso fare a meno di ricordare l'aspra opposizione che ha suscitato anche il tentativo fatto a Ventotene da alcuni confinati, di elaborare i princìpi di un'azione federalista europea. Non limitarsi a tener duro, ma voler consigliare nuove vie ai cospiratori sul continente, sembrava ai più qualcosa di presuntuoso e quasi empio. Gli eretici erano trattati come lebbrosi. Si toglieva loro il saluto, erano invitati ad andarsene dalla mensa di cui facevano parte; quando li si incontrava per istrada – il che accadeva ogni giorno innumerevoli volte, data la ristrettezza dello spazio a nostra disposizione – gli occhi non li notavano, quasi fossero aria trasparente e non corpi. Questi aspetti negativi sono solo una pennellata nel quadro che ho cercato di farvi, ma mi sembra giusto non averla omessa. [Continua]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962

5. Il confino: libertà, capitolazione, eresia
Il confino è meno chiuso del carcere, ma proprio per questo offre alla polizia strumenti più sottili di pressione. Nei primi anni il confinato conserva una certa libertà personale: può affittare una casa, frequentare gli abitanti, perfino sposarsi. Poi, progressivamente, soprattutto dopo la fuga di Rosselli, le maglie si stringono. Arrivano i dormitori obbligatori, il coprifuoco, i trasferimenti, il divieto di relazioni con la popolazione, la sorveglianza sempre più minuta e il rinnovo automatico del provvedimento.
Ma la caratteristica più insidiosa del confino è che la stessa autorità che imprigiona può liberare. Il commissario lascia capire subito che tornare a casa è possibile, purché il confinato mostri buona volontà: frequenti le persone gradite alla polizia, riferisca ciò che sa, eviti gli irriducibili, manifesti rispetto per il regime e per Mussolini. In questa situazione anche un semplice gesto assume un peso enorme.
Il saluto fascista diventa così una sorta di frontiera morale. Nel resto d'Italia è un rito obbligatorio; nelle isole di confino, invece, proprio coloro che il fascismo ha rinchiuso rifiutano ostentatamente di compierlo. Spinelli ricorda che il numero delle braccia che si alzavano durante l'appello seguiva quasi le fortune del regime: cresceva quando il fascismo sembrava trionfare, diminuiva quando la sua forza appariva incrinata. Un gesto minuscolo diventava un barometro della speranza e della resa.
L'episodio di Tremiti porta questo significato al limite. Quando la polizia tenta di rendere obbligatorio il saluto, quasi tutti resistono. Un pretore rifiuta di punirli sostenendo che la polizia può imporre disciplina, non opinioni politiche. Dopo ripetuti tentativi, il regime deve rinunciare. La «resistenza passiva delle braccia che non si sollevavano» ottiene così una piccola ma concreta vittoria.
La società dei confinati riproduce intanto le divisioni dell'antifascismo: comunisti, giellisti, anarchici, ex comunisti, reduci di Spagna, fino ai «manciuriani», coloro che hanno collaborato, fatto la spia o accettato il saluto fascista, esclusi dalla comunità.
È a questo punto che Spinelli pronuncia le parole più solenni: l'antifascista prigioniero rende una «testimonianza dello spirito contro la forza». Lo Stato possiede carceri, polizia e leggi, ma non riesce a ottenere da tutti il riconoscimento che pretende.
E tuttavia Spinelli non trasforma questa resistenza in santità. Fra i prigionieri esistono anche orgoglio dei «giusti», durezza moralistica, paura di riesaminare le proprie idee, sospetto verso ogni deviazione. I comunisti scomunicano secondo le svolte imposte da Mosca; i democratici possono essere altrettanto severi verso chi pensa fuori dalle formule accettate. Persino il progetto federalista europeo nato a Ventotene viene accolto da molti come un'eresia.
È forse la sfumatura più importante dell'intero quadro: resistere alla forza non rende automaticamente liberi da ogni rigidità. Anche fra coloro che difendono la libertà può nascere la tentazione di giudicare come tradimento il pensiero nuovo.

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