La morte di Matusalemme
💬 Il contrabbandiere
Suonò il telefono e, quando risposi, sentii mormorare, balbettare e tossire. E dopo un po' una voce di uomo disse: «Probabilmente non se ne ricorda più, però una volta mi ha promesso di farmi una dedica sui miei libri, cioè, sui suoi, voglio dire. A Filadelfia, dove ci siamo conosciuti, mi ha dato il suo indirizzo e il numero di telefono. L'indirizzo è sempre quello, ma il telefono l'ha fatto togliere dall'elenco. L'ho avuto dalla sua segretaria, ma ho dovuto prometterle che non le avrei preso molto tempo».
Cercai di farmi venire in mente la conferenza, quella sera a Filadelfia, e mi resi conto che era stata una decina di anni prima. Ma quello continuò: «Si nasconde? A quei tempi era ancora possibile trovarla sull'elenco telefonico. Ma nel mio piccolo faccio anch'io lo stesso. Sfuggo la gente».
«Perché?» chiesi.
«Spiegarlo richiederebbe troppo tempo, e ho promesso di non seccarla troppo a lungo.»
Prendemmo un appuntamento. Avrebbe dovuto venire a casa mia quella sera stessa, tardi. Era dicembre e su New York era caduta una fitta nevicata. Dalle espressioni del suo yiddish mi era apparso chiaro come dovesse essere uno di quei profughi polacchi emigrati negli Stati Uniti molto tempo dopo la guerra. Quelli arrivati in America in anni precedenti mescolavano il loro yiddish con parole inglesi. Mi misi alla finestra a guardare sulla Broadway. La strada sotto di me era bianca, mentre il cielo aveva assunto una sfumatura viola. Il radiatore friggeva quietamente, suonando un motivo che mi ricordava la nostra stufa con le piastrelle, in via Krochmalna, e la lampada a cherosene sulla scrivania di mio padre. Per esperienza sapevo che chi prende un appuntamento con me arriva prima dell'ora fissata. Quindi mi aspettavo di sentire da un momento all'altro uno scampanellio dalla porta, ma passò una mezz'ora senza che quell'individuo comparisse. Andavo in cerca di qualche stella nel cielo rossastro, pur sapendo in anticipo che nelle sfere celesti di New York non ne avrei trovate. Poi sentii una specie di graffio alla porta. Andato ad aprire, mi vidi davanti un omino dietro a un carrello pieno di libri. In quel freddo invernale indossava un soprabito lacero e una camicia a collo aperto, oltre ad avere in testa un berretto a maglia. «La sua porta è senza campanello?» chiese.
«Ecco lì il pulsante», risposi.
«Eh? Sono mezzo cieco. Tutta roba che viene con gli anni. Non si muore di colpo, ma a rate.»
«Dov'è andato a prendere così tanti miei libri? Su, entri.»
«Non voglio bagnarle il tappeto. Il carrello lo lascio fuori. Tanto non lo ruba nessuno.»
«Non importa. Entri.»
Quindi lo aiutai a spingere il carrello nel corridoio di casa mia. «Non sapevo di avere messo in giro tutti quei libri», dissi, chiedendo poi: «Davvero in vita mia ne ho scritti tanti?»
«Non sono tutti suoi. Qui ce ne sono anche alcuni che parlano di lei, oltre a diversi giornali e riviste, più qualche traduzione.»
Dopo un po' ci spostammo in soggiorno, dove dissi: «Fuori è inverno, ma lei è vestito come se fosse estate. Non ha freddo?»
«Freddo? No. Mio padre, riposi in pace, diceva sempre: 'Nessuno porta una maschera per coprirsi il naso, tanto quello non si raffredda. E i poveri sono fatti completamente di carne di naso'.»
Quindi sorrise, lasciandomi vedere che era sdentato. Gli chiesi di sedersi. Sembrava un senzatetto, uno di quei mendicanti e vagabondi che si vedono sulla Bowery e negli alberghi per chi è privo di una casa. Ma nel suo volto stretto e nei suoi occhi colsi anche dolcezza. # Altro
✦ Isaac B. Singer. La morte di Matusalemme. Longanesi, 1989
A volte gli uomini arrivano annunciandosi con fanfare; altre volte, con un colpo di tosse, una voce esitante e un carrello traboccante di libri. Fuori, la neve copre New York, dentro, il radiatore canta una canzone che viene da molto lontano, da un'altra città e da un'altra vita. L'ospite sembra uno di quei relitti che il mondo ha dimenticato ai margini della strada, eppure porta con sé qualcosa che resiste alla miseria e agli anni. «Non si muore di colpo, ma a rate», dice. E in quella frase c'è tutta la malinconica saggezza di chi ha imparato a sopravvivere alle proprie perdite.