Frammenti d'autore

La casa delle favole

💬 Gli individui sono come villini a tre piani. Una taverna, un piano terra, un primo piano.

Il primo piano serve per esporre bandiere, per mostrarsi al pubblico. Al primo piano tutto deve essere raccontabile a parole e misurabile a numeri.

Il piano terra serve per parlare all'intuito per far capire quello che solo in parte si può dire. Al piano terra si deve essere parimenti abili a dire ed ascoltare.

La taverna è il regno delle risonanze profonde dove affondano le radici, l'amore, l'odio, la vita, la morte. È il piano dove il non dire dice, dove l'abilità è l'ascolto degli abitanti del silenzio.

Al primo piano si dice.

Al piano terra si intuisce.

In taverna si sente.

Le favole non amano il primo piano. Lì non trovano spessore per il loro "non detto", non si muovono a loro agio tra calcolatori e individui che spiegano tutto ma che non sanno cogliere neppure il finale ambiguo di una barzelletta.

Esse si trovano a loro agio a piano terra, là dove il dire troppo rovina il dire profondo. Dove amano stare gli individui che apprezzano l'ironia seria. La metafora trova respiro tra la parola e l'intuito, nell'ambiguità seduttiva che connette il detto all'inteso.

Ma le favole più intriganti amano spingersi in taverna dove, tra penombra e frescura, si odono gli echi lontani delle note familiari all'uomo senza tempo e senza spazio.

È là dove si ascolta e non si dice, dove ci si ritrova con i veri compagni di viaggio, dove una frase evoca l'universo. Là dove l'ascolto, e non la parola, dà la misura di chi amiamo amandoci, dove gli altri si confondono in noi e noi negli altri.

È là che, insieme alle vere poesie, vivono le grandi favole.
✦ Roberto Vaccani. La casa delle favole. In «C'era una volta... I manager raccontano». Olivares, 1990

La favola non nega la razionalità: semplicemente, ricorda che esistono regioni dell'esperienza dove il pensiero lineare non basta più. La scienza misura, definisce, distingue; e proprio grazie a questa disciplina rigorosa l'uomo ha potuto conoscere il mondo materiale con una precisione impensabile per le epoche precedenti. Ma vi sono verità — l'amore, il timore della morte, la memoria, il desiderio, il sacro, il dolore — che sembrano sottrarsi ostinatamente alla piena traduzione in formule. Non perché siano irrazionali, ma perché eccedono il linguaggio puramente dimostrativo.
Per questo, le grandi favole, come le grandi poesie, abitano una zona intermedia e profonda insieme: parlano all'intelligenza attraverso immagini, silenzi, allusioni, risonanze. Non spiegano il mondo: lo evocano. E spesso riescono a far intuire qualcosa dell'umano proprio là dove il discorso troppo nitido rischia di impoverirlo. La metafora, l'ambiguità, il simbolo non sono un difetto del pensiero: sono forse il tentativo più antico di avvicinare ciò che non può essere posseduto del tutto.