La favola non nega la razionalità: semplicemente, ricorda che esistono regioni dell'esperienza dove il pensiero lineare non basta più. La scienza misura, definisce, distingue; e proprio grazie a questa disciplina rigorosa l'uomo ha potuto conoscere il mondo materiale con una precisione impensabile per le epoche precedenti. Ma vi sono verità — l'amore, il timore della morte, la memoria, il desiderio, il sacro, il dolore — che sembrano sottrarsi ostinatamente alla piena traduzione in formule. Non perché siano irrazionali, ma perché eccedono il linguaggio puramente dimostrativo.
Per questo, le grandi favole, come le grandi poesie, abitano una zona intermedia e profonda insieme: parlano all'intelligenza attraverso immagini, silenzi, allusioni, risonanze. Non spiegano il mondo: lo evocano. E spesso riescono a far intuire qualcosa dell'umano proprio là dove il discorso troppo nitido rischia di impoverirlo. La metafora, l'ambiguità, il simbolo non sono un difetto del pensiero: sono forse il tentativo più antico di avvicinare ciò che non può essere posseduto del tutto.