Il borgomastro di Furnes
💬 1. Le cinque meno due minuti. A Joris Terlinck, che aveva alzato la testa per guardare l'ora sul suo cronometro, posato come sempre sulla scrivania, rimaneva giusto il tempo.
Anzitutto il tempo di sottolineare con la matita rossa un'ultima cifra e di richiudere un fascicolo in carta giallastra che recava la dicitura: «Preventivo per l'impianto idrico e in genere per tutte le opere idrauliche del nuovo ospedale di Saint-Éloi».
Poi quello di spingere un po' indietro la poltrona, prendere dalla tasca un sigaro, farlo crocchiare e tagliarne la punta con un grazioso attrezzo nichelato che tirò fuori dal panciotto.
Era la fine di novembre e faceva già buio. Sopra la testa di Joris Terlinck, nell'ufficio del sindaco di Furnes, era acceso un intero cerchio di candele, di quelle elettriche però, con tanto di finte lacrime gialle.
Il sigaro tirava bene. Tutti i sigari di Terlinck tiravano bene, dal momento che li fabbricava lui e ne riservava per sé una qualità speciale. Acceso il tabacco, umettata e accuratamente smussata la punta, bisognava poi togliere il bocchino d'ambra dall'astuccio che, richiudendosi, produceva un rumore secco molto caratteristico – a Furnes c'era gente che riconosceva la presenza di Terlinck da quel rumore!
E non era finita. Non aveva ancora esaurito i due minuti. Dalla poltrona, girando appena la testa, Terlinck scorgeva, fra le tende di velluto scuro delle finestre, la piazza principale di Furnes, le case dai caratteristici frontoni scalettati, la chiesa di Sainte-Walburge e i dodici lampioni a gas lungo i marciapiedi. Sapeva quanti erano perché li aveva fatti mettere lui! Nessuno invece poteva vantarsi di sapere esattamente quante fossero le selci della piazza, quelle migliaia di cubetti irregolari e tondeggianti che parevano esser stati disegnati coscienziosamente, a uno a uno, da un qualche pittore primitivo.
Su tutto si stendeva un velo di vapore, biancastro nel riverbero dei fanali; e per terra, benché non fosse piovuto, ristagnava come una sorta di vernice, una lacca di fango nerissimo su cui spiccavano in rilievo le tracce delle ruote dei carri.
Ancora mezzo minuto appena. La nube di fumo si dilatava intorno a lui, e attraverso quel fumo Terlinck vedeva, sopra il camino monumentale, il famoso ritratto di Van de Vliet nel suo magnifico abito, con le maniche a sbuffo, i nastri annodati e le piume sul cappello.
Joris Terlinck stava forse ammiccando al suo predecessore? O sbatteva semplicemente le palpebre perché il fumo gli pungeva gli occhi?
Lì dal suo posto avrebbe potuto annunciare che era entrato in azione, e stava per scattare, un meccanismo a orologeria, prima sopra la sua testa, nella torre del municipio, dove un orologio dal suono grave si apprestava a battere cinque rintocchi, poi, con lo scarto di un decimo di secondo, sulla torre campanaria, da cui si sarebbe sprigionato il ritornello del carillon.
Allora guardò, all'altro capo dell'ampio ufficio, una porta mimetizzata nel rivestimento intagliato della parete. Aspettò il timido tocco, il colpetto di tosse, e scandì:
«Entri pure, signor Kempenaar!».
Avrebbe potuto dire semplicemente Kempenaar, visto che si trattava del segretario comunale e quindi di un suo subalterno. Ma lui, che non dava del signore a nessuno, faceva eccezione per Kempenaar, e in maniera tale che sembrava volesse annientarlo.
«Buonasera, Baas!».
Lo chiamavano Baas, e cioè padrone, non solo a casa sua, non solo nella sua manifattura di sigari, ma anche in municipio, al caffè e addirittura per strada.
Era l'ora della posta. La cosa si svolgeva sempre allo stesso modo. Kempenaar stava chino sul borgomastro, con il corpo leggermente arretrato, e si prendeva in faccia tutto il fumo del sigaro. Terlinck firmava le lettere, battute con una vecchia macchina che soltanto il segretario sapeva far funzionare.
Al terzo foglio non c'era stata ancora nessuna contestazione. Al quarto, finalmente, Terlinck sottolineò con l'unghia una A che avrebbe dovuto essere una O, poi strappò il foglio a pezzetti e lo gettò nel cestino senza dire una parola, come di consueto.
A cose fatte, Kempenaar s'impadronì avidamente di quel che restava del fascicolo e si precipitò verso la porta: il Baas gli diede corda lunga, lasciò che raggiungesse il centro del tappeto con la speranza di averla fatta franca, poi tirò all'improvviso il guinzaglio, scandendo:
«A proposito, signor Kempenaar...».
E tanto calcava su quel «signor» che il segretario comunale, quando si voltò, aveva delle gocce di sudore sulla fronte segnata dal vaiolo. [...]
✦ Georges Simenon. Il borgomastro di Furnes. Adelphi, 1994