Tre camere a Manhattan
💬 1. Si era alzato di scatto, esasperato, alle tre di notte, e si era rivestito così in fretta che per poco non usciva in pantofole, senza cravatta, con il bavero del soprabito rialzato, come quelli che portano fuori il cane la sera tardi o di buon mattino. Poi, nell'attraversare il cortile di quella casa che, dopo due mesi, non riusciva ancora a considerare una vera casa, si era accorto, alzando meccanicamente la testa, di aver lasciato la luce accesa, ma non aveva avuto la forza di risalire.
A che punto era la situazione, lassù, da J.K.C.? Chissà se Winnie stava già vomitando... Probabile. Con il solito accompagnamento di gemiti, dapprima soffocati, poi sempre più forti, che finivano in un'interminabile crisi di pianto.
Il rumore dei suoi passi risuonava nelle strade quasi deserte del Greenwich Village, mentre lui continuava a pensare a quei due che per l'ennesima volta gli avevano impedito di dormire. Non li aveva mai visti. Né sapeva a cosa corrispondessero quelle lettere, J.K.C., che aveva sempre letto solo così: semplici iniziali, dipinte in verde, sulla porta del vicino.
Ma sapeva, per aver attraversato una mattina il pianerottolo mentre la porta era socchiusa, che il pavimento era nero, di un nero brillante come lacca (probabilmente si trattava di una vernice), e la cosa lo aveva molto colpito, anche perché i mobili erano rossi.
Sapeva parecchie altre cose, ma frammentarie, non collegabili fra loro. Che J.K.C. era un pittore, e che Winnie abitava a Boston.
Ma che lavoro faceva? Perché, ad esempio, veniva a New York sempre e soltanto il venerdì sera, e non in un altro giorno della settimana, o magari per l'intero week-end? Ci sono professioni che consentono di far vacanza in determinati giorni. Lei arrivava in taxi, evidentemente dalla stazione, poco prima delle otto di sera. Sempre alla stessa ora, minuto più minuto meno, il che faceva supporre che venisse col treno.
Quello era il momento in cui esibiva la sua voce stridula, perché Winnie aveva due voci. La si sentiva andare su e giù chiacchierando in continuazione, come fosse in visita.
La coppia cenava nell'atelier, e il pasto veniva portato regolarmente da un ristorante italiano della zona un quarto d'ora prima dell'arrivo della donna.
J.K.C. parlava pochissimo, con voce sommessa. Benché le pareti fossero piuttosto sottili, non si riusciva mai a cogliere quel che diceva, eccetto qualche parola, le altre sere, quando telefonava a Boston.
E, chissà perché, non telefonava mai prima di mezzanotte, a volte parecchio dopo l'una.
«Pronto!... Interurbana?».
A quel punto, Combe sapeva che la cosa sarebbe durata per un bel po'. Riconosceva al volo la parola Boston, ma non era mai riuscito a capir bene il nome o la sigla dell'ufficio. Poi era la volta del nome «Winnie» e del cognome, che cominciava con una P, una O e una L, ma chissà come terminava.
Alla fine, un lungo mormorio in sordina.
Era una cosa esasperante. Sempre meglio che al venerdì, comunque. Che cosa bevevano a cena? In ogni caso dovevano bere forte, soprattutto Winnie, perché ben presto la sua voce si faceva più bassa e più calda.
Combe si chiedeva come facesse a scatenarsi a quel modo in così poco tempo. Non avrebbe mai immaginato che nella passione ci potesse essere una simile violenza, una così incontrollata bestialità.
L'uomo, invece, quel J.K.C. dal volto ignoto, si manteneva calmo, padrone di sé, e continuava a parlare con un tono pacato e quasi accondiscendente.
Dopo, lei tornava subito a bere, esigeva che le si desse da bere, e si poteva immaginare l'atelier tutto in disordine, con magari dei bicchieri rotti sul famigerato pavimento nero.
Quella sera lui era uscito senza aspettare l'epilogo inevitabile, l'andirivieni precipitoso dentro e fuori dal bagno, i singhiozzi, il vomito, le lacrime, e per finire quell'interminabile lamento, come di un animale ferito o di una donna isterica.
Perché continuava a pensarci, e perché era andato fuori di casa? Si ripromise di appostarsi, una mattina, sul pianerottolo o sulle scale nel momento in cui lei usciva. Perché, dopo notti simili, quella donna riusciva ad alzarsi regolarmente alle sette, senza bisogno della sveglia e senza disturbare neppure il compagno, perché non li si sentiva parlare.
Qualche rumore nel bagno, un bacio, forse, sulla fronte dell'uomo addormentato, poi apriva la porta, scivolava fuori e camminava per le strade con passo spedito alla ricerca di un taxi che la portasse alla stazione.
Com'era, a quell'ora? Si sarebbe potuta scoprire sul volto, nelle spalle un po' curve, nella voce roca, qualche traccia della notte?
Era quella, la donna che avrebbe voluto vedere. Non quella della sera, che scendeva dal treno sicura di sé ed entrava nell'atelier come in una qualunque casa di amici.
Quella del mattino, che se ne andava via da sola alle prime luci del giorno mentre l'uomo, nel suo tranquillo egoismo, continuava a dormire, la fronte madida sfiorata da un bacio. [...]
✦ Georges Simenon. Tre camere a Manhattan. Adelphi, 1998