Quando la pre-voce diventa voce, comincia anche la responsabilità: il tempo entra nella parola, e con esso la scelta dell'intonazione, del suono, dei nomi. Ma nessun nome riesce a esaurire ciò che il desiderio voleva raggiungere. Ogni parola lascia una lacuna, e proprio quella mancanza rimette in moto il desiderio. La voce umana vive così in un'inquietudine necessaria: tende all'appagamento e insieme lo oltrepassa, perché una compiutezza definitiva coinciderebbe con la fine stessa del suo movimento. La lacuna diventa allora non soltanto privazione, ma possibilità: ciò che manca impedisce alla voce di arrestarsi e la costringe continuamente a rinnovarsi.
Rileggi i tre frammenti e i rispettivi commenti, scegli mentalmente una risposta e poi scopri la soluzione.
1. Perché, nella riflessione di Rebora, la forma non è un porto nel quale lo spirito possa finalmente gettare l'ancora?
A) Perché ogni forma è necessariamente falsa e deve essere superata.
B) Perché la forma autentica non conclude il movimento dello spirito, ma apre qualcosa che resta ancora da leggere e da comprendere.
C) Perché soltanto ciò che rimane informe può appartenere veramente alla vita interiore.
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Risposta corretta: B
La forma non è un approdo definitivo né una candida sicurezza nella quale riposare. È piuttosto una soglia: raggiungerla significa accorgersi che davanti allo spirito si apre un nuovo movimento. Per questo persino la forma e la gioia possono portare con sé «allarme» e «angoscia»: non chiudono il cammino, ma annunciano qualcosa che deve ancora essere imparato a leggere.
2. Se dovessimo trasformare la «pre-voce» in un'immagine, quale le somiglierebbe di più?
A) Una stanza chiusa e perfettamente silenziosa, nella quale nulla cerca di manifestarsi.
B) Una porta ancora chiusa, contro la quale qualcosa ha già cominciato a premere per uscire.
C) Una frase già composta in ogni sua parola, alla quale manca soltanto di essere pronunciata.
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Risposta corretta: B
La pre-voce è ancora silenzio, ma non è più un silenzio immobile. Qualcosa vi preme dall'interno: un desiderio di rapporto, un impulso a uscire da sé e a raggiungere il mondo. Non possiede ancora parole, nomi o intonazioni; è la soglia che precede tutto questo, il momento in cui il silenzio ha già smesso di bastare a se stesso.
3. Che cosa accade quando la pre-voce oltrepassa quella soglia e diventa finalmente voce?
A) Entra nel tempo e deve scegliere intonazioni, suoni e nomi: per questo comincia anche la responsabilità.
B) Ritrova un'innocenza assoluta, perché la parola libera chi parla dalle conseguenze delle proprie scelte.
C) Raggiunge una forma definitiva nella quale ogni parola coincide perfettamente con ciò che si voleva esprimere.
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Risposta corretta: A
Finché rimane pre-voce, il desiderio appartiene a una regione quasi senza tempo, ancora priva di determinazioni. Diventando voce deve invece attraversare la frontiera della scelta: assumere un'intonazione, un suono, un nome. Ogni parola pronunciata lascia qualcosa alle proprie spalle e prende una direzione. È in questo passaggio dall'indistinto alla forma che nasce la responsabilità.
4. Perché la «lacuna» che rimane fra ciò che desideriamo esprimere e le parole con cui tentiamo di dirlo non è soltanto un buco da colmare?
A) Perché dimostra che il linguaggio ha fallito e che sarebbe preferibile tornare definitivamente al silenzio.
B) Perché ciò che resta incompiuto rimette in movimento il desiderio: la mancanza diventa anche una possibilità di continuare.
C) Perché ogni lacuna può essere eliminata trovando, prima o poi, il nome perfettamente adeguato a ciò che si voleva dire.
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Risposta corretta: B
Nessun nome riesce a esaurire interamente ciò che il desiderio cercava. Rimane sempre una fessura fra la parola e ciò verso cui essa tende. Ma proprio da quella fessura il movimento può ricominciare: la lacuna non è soltanto una ferita, è anche un'apertura. Se la voce trovasse una compiutezza assoluta, non avrebbe più nulla verso cui tendere; colmandosi del tutto, finirebbe quasi per spegnersi.