Frammenti d'autore

Della voce umana

💬 Questo argomento va liberato subito dal pericolo della letteratura e più propriamente di una liricità determinata da quel bisogno dello spirito che volentieri cerca di affidarsi ai facili risultati dei ritmi del sentimento. All'equivoco della poesia. E sappiamo di quanti equivoci possiamo andare debitori alla poesia nelle trasposizioni di questa a certe esigenze della vita: equivoci di forma ed equivoci di contenuto, attribuendo noi a queste indicazioni o la loro necessità letteraria (qui il già segnato pericolo), o la loro necessità di una affermazione sentimentale che presume in dati gesti e in dati toni una affermazione individuale libera dai vincoli delle occasioni e delle limitazioni temporali. In più, o forse dovrei dire prima di tutto, c'è l'equivoco che dalla poesia e attraverso essa porta alla confusione dei due momenti già detti – già abbastanza incerti – i quali si prestano alla contaminazione per un risultato che nei fenomeni della forma e del contenuto (dello stile, della rettorica di un individuo di fronte al panico del proprio volto) cercano di volta in volta, e con una certa strana coscienza, di evitare i termini da quel momento richiesti per inseguire "altri termini" di candida sicurezza dove contenuto e forma rappresentano la deformazione di qualcosa che non appartiene a loro.

La liricità, trattando della voce umana, cercherebbe di sottoporre in una sorta di applicazione alla vita di misure estetiche volontariamente fermate a precisazioni scientifiche, la indeterminabile libertà (indeterminabile non perché vaga ma perché difficile e sempre ricominciata) degli incontri – posso dire con ragione: degli accenti – a una funzione di appagamento di una forma purchessia nata dal seme di una irresolutezza. Voglio dire che, per me, forma non è mai appagamento e che la realizzazione di una forma in sé stessa è appena l'inizio di un movimento dello spirito che in quella forma trova un annuncio da imparare a leggere. La forma, ripeto, non è appagamento ma incontro di qualcosa che si inizia con la propria realizzazione formale. Anche la gioia è un incontro e mai la risposta che esaudisce un desiderio verso un determinato oggetto.

Tanto per dire che forma e gioia si possono assomigliare per l'allarme che il loro incontro può destare nello spirito umano. Da essi valori nasce l'angoscia di non mancare l'ineffabile tempo. In questa azione nello spirito è naturalmente escluso qualsiasi carattere di compito umano, di programma esemplare. I compiti umani si formano nel silenzio e si nutrono con l'avventura delle immagini e l'azzardo (l'amore) della fedeltà. [...] # [Continua]
✦ Roberto Rebora. Della voce umana e poesie inedite. Interlinea, 1998

La voce non va trovata nella facilità dell'effusione lirica, né ridotta a una forma che appaghi. Sappiamo quanti equivoci nascano dalla poesia quando deforma la realtà per cercare una candida sicurezza formale. Per me, la forma non è mai un appagamento definitivo, ma l'inizio di un movimento dello spirito, un incontro che annuncia qualcosa da imparare a leggere. Forma e gioia si assomigliano per l'allarme e l'angoscia che destano nello spirito, escludendo ogni intento programmatico. I veri compiti umani maturano invece nel silenzio, alimentati da immagini che aprono possibilità e da quella fedeltà che diventa autentica solo quando accetta il rischio dell'amore e rinuncia alla sicurezza di disegni già stabiliti.

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