Restituire alla storia la praxis significa restituirle anche l'errore, l'alternativa e la responsabilità. In ciò, la concezione storicistica gramsciana, se da un lato spiega con la sua propria sostanza la timidezza riservatale sul palcoscenico del marxismo e dello stalinismo deterministi allora prevalenti, segna al contempo un punto decisivo di non ritorno: non esiste uno sviluppo già sagomato nel quale gli uomini debbano soltanto prendere posto: esistono circostanze determinate, tendenze riconoscibili e una lotta il cui esito non è scritto in anticipo. La libertà può far saltare gli schemi, ma proprio per questo nessuna scelta può giustificarsi solo dietro pretese di necessità. Nemmeno le singole decisioni politiche, prese per loro stesse, sono il riflesso immediato della struttura: colà intervengono calcoli sbagliati, lotte interne, esigenze organizzative, tentativi di egemonia. Cercare sotto ogni avvenimento una causa economica automatica significa sostituire alla storia un meccanismo; comprenderla, significa invece riconoscervi uomini che agiscono dentro condizioni che non hanno scelto, ma che non possono per ciò essere privati della speranza di esiti sostanziali derivanti dal loro libero impegno.
Mettiti alla prova: Gramsci e la filosofia della prassi
Rileggi i quattro frammenti e i rispettivi commenti, scegli mentalmente una risposta e poi scopri la soluzione.
1. Che cosa accade quando le leggi della storia vengono pensate sul modello delle leggi della natura, come se il socialismo dovesse seguire al capitalismo allo stesso modo in cui il giorno segue alla notte?
A) Le tendenze storiche acquistano maggiore precisione, mentre l'azione politica conserva intatta la propria funzione.
B) Il corso storico rischia di apparire già garantito, e la decisione degli uomini finisce per ridursi ad attesa di ciò che dovrebbe comunque accadere.
C) Ogni regolarità dello sviluppo sociale scompare, lasciando la storia interamente affidata al caso.
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Risposta corretta: B
È il nodo da cui prende avvio tutto il ragionamento. Se il passaggio da una formazione sociale all'altra possiede la stessa necessità del flusso e del riflusso o del giorno e della notte, l'azione politica rischia di diventare superflua: agli uomini non resterebbe che aspettare. Gramsci rompe precisamente questa identificazione fra necessità e destino. Le condizioni esistono e pongono limiti reali, ma la storia passa attraverso uomini che interpretano, organizzano, scelgono e agiscono.
2. Perché, passando da Hegel a Marx, lo sviluppo storico non può più procedere come una «falange corazzata» o svolgersi docilmente «come il filo dal fuso»?
A) Perché le leggi storiche indicano tendenze che si realizzano attraverso la praxis umana e ammettono accelerazioni, arresti, regressi e perfino ricadute nella barbarie.
B) Perché Marx nega l'esistenza di qualsiasi tendenza riconoscibile nello sviluppo della società.
C) Perché il movimento della storia dipende esclusivamente dalla volontà individuale di coloro che decidono di trasformarla.
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Risposta corretta: A
Marx non sostituisce alla necessità il puro arbitrio. La svolta consiste nel riconoscere che le leggi dello sviluppo sociale hanno carattere tendenziale e operano attraverso l'attività degli uomini. Possono essere comprese, assecondate, rafforzate e accelerate, ma non offrono garanzie automatiche. La storia non possiede un argano invisibile che la trascini inevitabilmente in avanti: può fermarsi, arretrare e perfino precipitare nella barbarie.
3. Qual è il pericolo politico di una concezione che trasforma ogni sconfitta, errore o decisione in espressione di una «ferrea necessità» storica?
A) La storia rischia di diventare un alibi: ciò che è accaduto viene dichiarato inevitabile e la responsabilità delle scelte scompare dietro la necessità.
B) Diventa impossibile riconoscere l'esistenza di condizioni economiche che limitano concretamente l'azione politica.
C) Ogni avvenimento viene attribuito alla volontà personale dei dirigenti, escludendo completamente il peso delle strutture sociali.
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Risposta corretta: A
Qui il determinismo mostra il suo volto più insidioso. Una teoria nata per spiegare la storia può finire per assolverla: la sconfitta diventa inevitabile, l'errore necessario, la decisione del potere emanazione di una legge superiore. Nell'austro-marxismo questa logica poteva trasformare l'insuccesso in fatalità; nello stalinismo arrivò a rivestire di necessità perfino singole risoluzioni e leggi. Quando tutto ciò che accade «doveva» accadere, diventa quasi impossibile chiedere chi abbia scelto, sbagliato o avrebbe potuto agire diversamente.
4. Che cosa significa allora, nella prospettiva gramsciana, affermare che la libertà è una «forza immanente della storia»?
A) Che gli uomini possono plasmare liberamente la storia senza essere condizionati dalle circostanze ereditate.
B) Che il futuro è già contenuto nelle leggi dello sviluppo, e la libertà consiste nel riconoscerlo e adeguarvisi.
C) Che gli uomini agiscono dentro condizioni che non hanno scelto, ma quelle condizioni non prescrivono un unico esito: restano possibili scelta, errore, lotta, alternativa e responsabilità.
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Risposta corretta: C
La libertà non è arbitrio e non cancella le condizioni storiche. Significa piuttosto che quelle condizioni non costituiscono uno stampo nel quale il futuro sia già colato. È per questo che Gramsci può vedere nella Rivoluzione d'ottobre la smentita di uno sviluppo rigidamente suddiviso in stadi prestabiliti e può ammettere, contro il materialismo meccanico, la possibilità dell'errore politico. La storia pone il terreno della partita, ma non gioca al posto degli uomini.