Gramsci e la teoria marxistica
💬 Gramsci e la concezione marxistica della storia (3/4)
Concretamente: in ogni società capitalistica attuale si può toccare con mano che il capitalista ha perduto la sua funzione storica, che egli è diventato una figura superflua, anacronistica, e che il carattere sociale della produzione si fa valere già nel quadro e nel segno del capitalismo moderno, con le diverse forme di imprese pubbliche, di interventi e di istituzioni statali. Ma come e quando questa inequivocabile tendenza di sviluppo metterà capo a una nuova struttura, a un nuovo ordine di vita, nel quale i rapporti di produzione si fondino sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e siano liberati dall'influsso del capitale che disgrega, corrompe e avvelena – tutto ciò dipende dagli uomini, dalle forze che difendono questo nuovo assetto sociale, dalle loro possibilità, dalle loro conoscenze, dai loro argomenti. La storia non può togliere loro questo compito, perché la storia è ciò che gli uomini fanno, in circostanze prestabilite che essi non possono decidere, in condizioni che non dipendono dalla loro scelta.
Nella rappresentazione popolare della concezione marxistica della storia, il mutamento delle formazioni sociali e il passaggio dal capitalismo al socialismo è stato raffigurato secondo il modello delle leggi naturali: la maggiore responsabilità ideale di tutto ciò è da attribuire a Karl Kautsky, che proveniva dal darwinismo e costituì anteriormente alla prima guerra mondiale l'autorità spirituale dell'Internazionale socialista. La legge dinamica della storia, in base alla quale il carattere delle forze produttive contrasta con i rapporti di produzione ad essi corrispondenti, fu spiegata secondo il modello dell'evoluzione delle specie; lo sviluppo delle forze produttive e il loro crescente carattere sociale «garantiva» l'inesorabilità del passaggio al socialismo e l'ineluttabilità della rivoluzione socialista. In questa «teoria delle forze produttive», che del resto riduceva strettamente il concetto di forze produttive agli strumenti di lavoro, alle macchine e alle fabbriche, quando invece comprende anche le forme di lavoro, le esperienze lavorative e gli uomini, andò di fatto perduta la problematica dell'attività umana, della praxis sociale, dell'alternativa storica.
La variante austro-marxistica di questa «teoria delle forze produttive» non lasciò
spazio per un riesame autocritico, e la concezione marxistica della storia finì in un'apologia delle sconfitte e degli insuccessi, spiegati come «conformi alle leggi» e «ineluttabili», come rovesci fatali, espressione di leggi ferree. Per esempio, Otto Bauer – indubbiamente uno dei marxisti più importanti del movimento operaio austriaco – scriveva nella sua analisi della rivoluzione austriaca e della sconfitta del 1920: «La vittoria dell'antimarxismo confermò ciò che i marxisti sapevano da tempo, e cioè che la struttura economica della società condiziona i rapporti politici di potere». Ma la questione decisiva era di sapere se era giusto lasciare immutata nel 1918-19 la struttura economica della società. Anche nell'analisi che Otto Bauer fece della sconfitta del febbraio 1934 traspare questo appello all'ineluttabile conformità alle leggi. E in un periodo in cui non ci si richiamava più alla tradizione austro-marxistica, Karl Renner scriveva nel suo abbozzo Oesterreich von der Ersten zur Zweiten Republik : «È difficile parlare di errori negli eventi storici del passato; il divenire è sempre il prodotto di necessità». Come se una necessità storica potesse costringere un politico a dire di fronte all'annessione del 1938: «sì, con piacere», anziché «no, mi dispiace».
Nell'epoca staliniana questo fraintendimento naturalistico della concezione marxistica della storia ha assunto addirittura forme rituali. Ogni risoluzione, ogni decisione fu spiegata e trasfigurata come emanazione di ferree necessità; ogni legge giuridica dello Stato socialista fu presentata come espressione maestosa della conformità della storia alle leggi. In tal modo ogni dubbio sulla correttezza di queste risoluzioni, di queste decisioni, di queste leggi non aveva soltanto il valore di un attacco contro il materialismo storico, ma era anche oggetto di procedimento penale. [Continua ]
✦ Franz Marek. Gramsci e la concezione marxistica della storia. In «Gramsci e la cultura contemporanea II». Editori Riuniti, 1975
Quando una tendenza storica viene trasformata in una legge di natura, la responsabilità scompare quasi senza rumore. Se il socialismo deve arrivare con la stessa necessità con cui una specie evolve o un corpo cade, l'azione umana diventa accessoria; e persino una sconfitta può essere assolta come inevitabile. È qui che il determinismo mostra il suo volto più insidioso: ciò che dovrebbe spiegare gli avvenimenti finisce per giustificarli. L'errore politico diventa «necessità», l'insuccesso una conferma della teoria, la decisione del potere l'emanazione di una legge ferrea. A quel punto la storia non orienta più l'azione: diventa il suo alibi.