Popsy
💬 Sheridan stava camminando lentamente lungo la striscia nera del centro acquisti, quando vide il bambino spingere la porta principale, che recava sopra la scritta luminosa COUSINTOWN , e uscire. Era un bambino forse di tre anni anche se ne dimostrava di più, ma certamente non doveva averne più di cinque. Sulla faccia aveva un'espressione alla quale Sheridan si era bene abituato. Si vedeva che tratteneva le lacrime, ma presto avrebbe pianto.
Sheridan si soffermò, sentendo la familiare ondata di ribrezzo per se stesso... ma ogni volta che prendeva un bambino, quel sentimento si faceva sempre meno pressante. La prima volta non aveva dormito per una settimana. Aveva continuato a pensare al grosso turco infido che si faceva chiamare signor Wizard, e a chiedersi che ne facesse dei bambini.
– Vanno in gita sulla barca, signor Sheridan – gli aveva detto il turco in pessimo inglese. E aveva sorriso. Attento, se sei furbo non chiedere di più , era stato il messaggio di quel sorriso.
Sheridan non aveva chiesto di più, ma questo non voleva dire che non avesse continuato a rimuginare. Girandosi e rigirandosi nel letto, aveva desiderato di non averlo mai fatto, perché si sarebbe potuto allontanare, avrebbe potuto voltare le spalle alla tentazione. La seconda volta era stata ugualmente brutta... la terza un po' meno... e alla quarta aveva smesso di arrovellarsi sulla presunta gita in barca e su quale fine facessero i bambini.
Sheridan sistemò il furgone in uno dei parcheggi davanti al centro acquisti, posti solitamente liberi perché destinati agli invalidi. Lui aveva applicato una targa sul retro del furgone, di quelle che davano agli invalidi; così gli agenti del servizio di vigilanza del centro acquisti non s'insospettivano, e per lui quegli spazi erano molto comodi.
Fingi sempre di non andarli a cercare, però metti sempre una targa del genere uno o due giorni prima .
Lasciamo perdere tutte queste stronzate; lui era in un pasticcio e quel bambino là poteva risolverglielo.
Scese dal veicolo e andò verso di lui: si stava guardando attorno con crescente panico e sbigottimento. Sì, pensò l'uomo, doveva avere cinque anni, forse anche sei... anche se era di costituzione delicata. Nella cruda luce fluorescente che veniva proiettata oltre la porta a vetri, il bambino sembrava pallido e malato. Forse lo era davvero, ma Sheridan si convinse che in quel momento avesse solo paura.
Guardava speranzoso la gente che gli passava attorno, quelli entrati per comprare, quelli che uscivano carichi di pacchi, con la faccia imbambolata, quasi da drogati, ma che doveva riflettere la soddisfazione di avere fatto buoni acquisti.
Un bambino, in jeans e maglia sportiva, cercava aiuto, chiedeva di essere guardato perché si accorgessero del suo problema, insomma aspettava che qualcuno gli facesse la domanda giusta, del tipo: Hai perso il tuo papà, ragazzo? , insomma cercava un amico.
Sono qui , pensò Sheridan avvicinandosi, eccomi, figliolo... sarò il tuo amico .
Lo aveva quasi raggiunto, quando vide un agente del centro acquisti camminare lentamente nell'atrio in direzione della porta. Si stava infilando la mano in tasca, forse per prendere un pacchetto di sigarette. Sarebbe uscito, avrebbe visto il bambino e avrebbe fatto fallire il piano di Sheridan.
Merda , pensò, ma almeno non lo avrebbe visto parlare con il bambino mentre usciva. Sarebbe stato peggio.
Sheridan indietreggiò un poco e per darsi un contegno si frugò nelle tasche come per accertarsi di avere le chiavi. Le sue occhiate andavano dal bambino all'agente e di nuovo al bambino, che ora si era messo a piangere. Non strillava, non ancora, ma aveva dei lacrimoni che sembravano rossastri nel riflesso dell'insegna al neon COUSINTOWN MALL .
La ragazza al banco delle informazioni fece un cenno con la mano e disse qualcosa all'agente. Era graziosa, sui venticinque anni, con capelli scuri; lui aveva capelli e baffi biondo rossicci. Quando si appoggiò al banco con i gomiti e le sorrise, Sheridan pensò che i due somigliavano alla pubblicità delle sigarette stampata sul retro delle riviste. Spirito di Salem. Accendi la mia Lucky . Lui stava lì sui carboni ardenti e quelli perdevano il tempo in chiacchiere. Ora lei sbatteva le palpebre. Che carina!
D'improviso Sheridan decise di cogliere l'occasione. Il torace del bambino sussultava, e appena lui avesse cominciato a strillare forte, qualcuno lo avrebbe notato. Non gli piaceva agire con una guardia a pochi passi, ma se non pagava il signor Reggie entro ventiquattr'ore, avrebbe ricevuto la visita di due tizi nerboruti che gli avrebbero praticato una chirurgia improvvisa alle braccia, eliminandole completamente.
Si avvicinò al bambino; Sheridan era un omone con camicia ordinaria e calzoni kaki, una faccia larga e grossolana che a prima vista sembrava gentile. Si curvò, con le mani appena sopra le ginocchia, e il bambino, dal visino pallido e spaventato, alzò lo sguardo su di lui. Aveva occhi verde smeraldo, d'un colore reso più intenso dalle lacrime.
– Hai perso il tuo papà, figliolo? – gli chiese gentilmente Sheridan.
– Il mio Popsy – rispose il bambino, asciugandosi gli occhi. – Il mio papà non è qui e io... io non trovo il mio P... P... Popsy!
Allora cominciò a singhiozzare, e una donna che stava per entrare girò la testa con vaga apprensione.
– Tutto a posto – le disse Sheridan, e lei proseguì. L'uomo passò un braccio sulle spalle del bambino con aria di protezione e lo tirò un po' verso destra, nella direzione del furgone. Poi dette uno sguardo all'interno del centro acquisti.
L'agente stava a testa china accanto alla ragazza delle informazioni, come se vi fosse dell'intesa tra i due... e se non c'era... la scintilla sarebbe scoccata presto. Sheridan si tranquillizzò. Avrebbe potuto rapinare nella banca situata nell'atrio e l'agente non se ne sarebbe accorto. Le cose si mettevano bene per Sheridan.
– Voglio il mio Popsy! – diceva piangendo il bambino.
– Sicuro, naturalmente che lo vuoi – rispose Sheridan. – E noi lo troveremo. Non preoccuparti.
Lo tirò ancor di più verso destra.
Il bambino lo guardò, improvvisamente speranzoso.
– Davvero? Lei può, signore?
– Sicuro! – confermò l'uomo e sogghignò. – Trovare i Popsy perduti... beh, diciamo che è una mia specialità.
– Davvero? – Il bambino si esibì persino in un piccolo sorriso, benché avesse ancora gli occhi bagnati.
– Certamente – disse Sheridan, sbirciando ancora all'interno per assicurarsi che l'agente, che adesso scorgeva appena (e l'agente difficilmente avrebbe visto Sheridan e il bambino semmai avesse alzato lo sguardo) fosse tuttora ipnotizzato. – Com'era vestito il tuo Popsy, figliolo?
– Portava il suo vestito – rispose il bambino. – Lo porta quasi sempre. Una volta sola l'ho visto con i jeans. – Parlò come se Sheridan conoscesse tutte quelle cose del suo Popsy.
– Scommetto che era un vestito nero – disse Sheridan.
Gli occhi del bambino s'illuminarono, mandando bagliori rossi riflessi dell'insegna del centro acquisti, come se le sue lacrime si fossero mutate in sangue.
– Lo ha visto! Dove? – Il bambino tornò indietro verso la porta, senza più lacrime, e Sheridan si trattenne per non afferrarlo subito. Sarebbe stato un errore. Non poteva provocare una scena. Non poteva fare cose che dopo la gente avrebbe ricordato. Doveva portarlo sul furgone. Il veicolo aveva i vetri oscurati, escluso ovviamente il parabrezza; era impossibile vedere all'interno da più di quindici centimetri.
Doveva metterlo sul furgone, per prima cosa.
Toccò il bambino sul braccio. – No, non là dentro, figliolo. Io l'ho visto da quella parte.
Indicò oltre il grande parcheggio, con le infinite file di auto. C'era una corsia di accesso in fondo a esso, e al di là i doppi archi gialli di McDonald's.
– Perché Popsy sarebbe andato là? – chiese il bambino, come se Sheridan o Popsy, o entrambi, fossero diventati matti.
– Non lo so – rispose l'uomo. La sua mente stava lavorando in fretta, con il ritmo di un treno espresso, come sempre avveniva quando arrivava al punto o di smettere di farsela addosso e di agire bene o di rinunciare del tutto. Popsy. Non papà o paparino, ma Popsy. Il bambino lo aveva corretto a quel riguardo. Popsy doveva stare per nonno, concluse Sheridan. – Ma sono abbastanza sicuro che fosse lui. Un po' vecchiotto, con un vestito nero. Capelli bianchi... cravatta verde...
– Popsy si era messo la cravatta blu – disse il bambino. – Sa che è quella che mi piace di più.
– Sì, poteva essere blu – disse Sheridan. – Con queste luci, chi le distingue? Vieni, salta sul furgone, ti porto fin là da lui.
– È sicuro che fosse il mio Popsy? Perché non so come mai è andato in un posto dove...
Sheridan si strinse nelle spalle. – Senti, bambino, se sei sicuro che non sia lui, forse è meglio che te lo cerchi da solo. Magari lo ritrovi. – E si allontanò bruscamente, per tornare al furgone.
Il bambino non abboccava. L'uomo pensò di tornare indietro, di riprovarci, ma la cosa stava andando troppo per le lunghe: bisognava farsi notare il minimo possibile, altrimenti si rischiavano vent'anni ad Hammerton Bay. Faceva meglio a spostarsi in un altro centro acquisti. Magari a Scoterville, o...
– Aspetti, signore! – Era il bambino con il panico nella voce. E il leggero battere di scarpe di gomma nella corsa. – Fermatevi! Gli ho detto che avevo sete e lui deve aver pensato di andare fin là per prendermi da bere. Aspettatemi!
Sheridan si voltò sorridendo. – Non intendevo abbandonarti veramente, figliolo.
Accompagnò il bambino al furgone, un mezzo vecchio di quattro anni, verniciato di un blu anonimo. Aprì la portiera e sorrise al piccolo, che lo guardò dubbioso, con gli occhi verdi lacrimosi nel musetto pallido.
– Entra nel mio salotto – disse Sheridan.
Il bambino ubbidì e, anche se non lo sapeva, appartenne a Briggs Sheridan nel momento stesso in cui la portiera fu richiusa. [...] # Altro
✦ Stephen King, James Herbert, Richard Matheson e altri. Popsy e altri racconti. Fanucci, 1995