Frammenti d'autore

In visita

💬 Ritorno a Torino

Sono arrivata alle otto, mentre mi aspettavano a mezzogiorno, ma non c'era ragione di privarsi di quelle ore fresche e intatte della mattina unicamente per portare disturbo, col mio anticipo, nella macchina di precisione della giornata dei miei attivi parenti settentrionali; e ho fatto un giro per la città. Era la prima volta che mi avventuravo a visitarla come una turista, perché in passato, quando vi facevamo regolarmente delle lunghe soste – la mia famiglia aveva allora a poche decine di chilometri di distanza una casa dove si veniva a passare l'estate – la mia semiappartenenza a quei luoghi mi intimidiva come una specie di parentela morganatica. Non ero abbastanza estranea per non sapere che su tutti gli attributi della città, dai monumenti alle linee dei trams, ai giardini, agli istituti, ai negozi, aveva diritto di voto solo chi possedeva piena e antica cittadinanza, e perciò competenza. Chi non voleva mostrarsi forestiero – cioè goffo e indiscreto – si inibiva qualsiasi curiosità o impressione, traversava le strade come un soldato in marcia, senza guardarsi attorno, considerava i monumenti come vecchie zie aristocratiche di cui si ride un po' ma si è orgogliosi, non andava mai – sarebbe stato ridicolissimo – al museo, e non affrontava la solennità dei commessi celebri dei grandi negozi, senza essere assistito dall'autorità di un vecchio cliente, perché altrimenti era certo che l'acquisto sarebbe stato ingenuo e criticabile. Non avendo dunque mai visitato questa città in cui non osavo confessare di sentirmi forestiera – la xenofobia era del resto uno dei rari caratteri di cui i cittadini di Torino amassero accusarsi – l'ho veduta oggi per la prima volta, e mi è parsa imponente. Non per forme e proporzioni, ma per la natura singolare della sua superbia, esosa eppure nobile, fondata non sulla pretesa, ma sulla ritrosia di una vitalità introversa, di una forza attiva, anche generosa, ma sprezzante di gare e competizioni.

Di quella forza superba si vedono ormai (non diversamente che in ogni altra città, da dieci anni a questa parte, dopo il passaggio del ghibli del consumo) soltanto i gusci almeno in apparenza vuoti, oppure alcune minute, ma chiarissime impronte, divenute più evidenti da quando la città si è spogliata della sua famosa eleganza. L'eleganza, la raffinatezza che aveva impazzato nel periodo fra le due guerre, era stato lo schermo, grazioso, uniforme, pedantesco e provinciale, dietro il quale Torino aveva nascosto il suo volto. E poiché quell'eleganza era stata fatta di cura, di garbo, di freschezza, di niente, ha lasciato il posto a uno squallore anche più smorto che altrove. Un colossale e brutto edifizio di esposizione della potente industria locale sovrasta colla sua mole biancastra l'ormai modesto fazzolettino verde del parco: i suoi padiglioni e steccati, di esposizione e di equitazione, marciscono nell'abbandono. Camminando lungo il viale esterno, lunghissimo colonnato di platani già tutto luccicante di gemme, i giardini riacquistano invece la loro bellezza; ma ho notato che non vi si scorge nemmeno una panchina, che non sembra vi si disegni nemmeno un sentiero, un itinerario propizio alla passeggiata oziosa. E veramente – salvo nelle vecchie canzoni dei reggimenti di quelle provincie –, di quei giardini, di cui oggi tanto parlano le cronache nere cittadine, non mi pare si sia mai a suo tempo fatto menzione in poesia o romanzo. A Torino, non sembra abbiano mai attecchito i poeti – non c'era fra l'altro persona rispettabile che si degnasse parlare altrimenti che in dialetto –, e quei pochi della stirpe sono rimasti residenti nella provincia, incoronati nelle piazze dei borghi nativi. Si incontrano invece fra gli alberi le statue di alcuni grandi uomini politici: piccoline, perché a grandezza esattamente naturale, e vestite modestamente in giacchetta, anziché nella rituale "finanziera". La città ne ha prodotti fra i maggiori d'Italia, ma anche di questo si deve parlare con assoluto understatement: gente loro, che ha fatto molto bene. Il culto della personalità non attecchisce in questo terreno singolarmente civico, ma soprattutto sarebbe di pessimo gusto fare un vanto nazionale di una cosa propria.

Dal termine del viale sono risalita verso il centro, fermandomi un poco in uno dei bellissimi caffè, nei quali credo che quasi mai un forestiero si sia trattenuto, esponendosi al contatto col pubblico e colla strada, a oziare o a scrivere lettere. Nei caffè qui non si va da soli, ma almeno in due, possibilmente con un familiare o un amico intimo. E al riparo della compagnia, che è a questo scopo indispensabile, si osservano con distacco i passanti. Non gli ignoti, che non interessano, ma le numerosissime persone conosciute. Come in tutte le città di provincia, naturalmente. Ma quello che conta, quando si parla di città di provincia, è la misura dell'ozio. L'ozio, il tempo da ammazzare, non si conosce a Torino. Dove, assai prima che il mondo intero si buttasse voluttuosamente nel vertiginoso martirio della vanificazione del tempo, regnava l'attività frenetica, e insieme la puntualità, la precisione, e una disciplina quasi militare. [...]
✦ Elena Croce. In visita. Mondadori, 1972

Torino non sembra una città che desideri essere visitata: pretende piuttosto che la si sappia già conoscere. Monumenti, negozi, giardini, perfino i caffè appartengono a un codice tacito nel quale il forestiero rischia continuamente di tradirsi. Dietro quella ritrosia c'è però qualcosa di più della superbia: un'antica disciplina civile, laboriosa e severa, che considera quasi sconveniente mettersi in mostra. Persino i grandi uomini devono restare a grandezza naturale, e l'ozio necessita della protezione di una buona ragione. L'eleganza è svanita, il consumo ha lasciato i suoi gusci, ma sopravvive il carattere: una città che ha fatto molto e preferisce non parlarne troppo, soprattutto con chi viene da fuori.

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