Frammenti d'autore

L'analista

💬 Una lettera sgradita

Nell'anno in cui si convinse che sarebbe sicuramente morto, trascorse quasi tutto il giorno del suo cinquantatreesimo compleanno come era solito fare: ascoltando gente che si lamentava della madre. Madri sbadate, madri crudeli, madri sessualmente provocanti. Madri morte, ma ancora vive nella mente dei figli. Madri vive che i figli avrebbero voluto uccidere. Persone come Mr Bishop, in particolare, Miss Levy e Roger Zimmerman, un autentico sventurato che divideva il suo appartamento nell'Upper West Side e, a quanto pareva, tutte le ore di veglia e i suoi vividi sogni con una donna ipocondriaca, manipolatrice e astuta che sembrava aver dedicato la propria esistenza a vanificare i deboli tentativi d'indipendenza del figlio... Quel giorno tutti utilizzarono il tempo a loro disposizione per spargere vetriolo sulle donne che li avevano messi al mondo.

Ascoltò in silenzio accessi di odio omicida, intervenendo solo di rado con il più blando dei commenti e senza mai interrompere il flusso collerico che tracimava dal lettino, con il costante desiderio che almeno uno dei suoi pazienti facesse un respiro profondo e per un istante prendesse le distanze dalla propria rabbia, la vedesse per ciò che era davvero: furia nei confronti di se stesso. Sapeva, per esperienza e pratica professionale, che prima o poi, dopo anni di discorsi amari in quel mondo all'apparenza distaccato dello studio dell'analista, tutti loro, perfino il povero, disperato Roger Zimmerman, sarebbero finalmente giunti a quella conclusione.

E tuttavia l'occasione del compleanno, che gli rammentava in modo diretto la sua stessa mortalità, lo spinse a domandarsi se gli restava ancora il tempo sufficiente per vedere qualcuno di loro arrivare a quel momento di accettazione che rappresenta l'agognato traguardo dell'analista. Suo padre era morto poco dopo aver compiuto cinquantatré anni, il cuore indebolito dal fumo e dallo stress, un dato di fatto che lui sapeva starsene in agguato, maligno e subdolo, sotto il livello cosciente. Così, mentre lo sfortunato Roger Zimmerman continuava la sua litania nei minuti finali dell'ultima seduta di quel giorno, lui era un po' distratto quando senti il debole, triplice squillo del campanello che aveva fatto installare nella saletta d'attesa.

Quegli squilli segnalavano l'arrivo di un paziente. Ognuno di loro, prima dell'inizio della terapia, veniva informato che appena entrato doveva fare due squilli brevi in rapida successione, seguiti da un terzo, più lungo. Questo serviva a differenziarli da qualsiasi rappresentante, lettore di contatori, vicino di casa o fattorino che si presentasse alla porta.

Senza cambiare posizione, lanciò un'occhiata all'agenda aperta che si trovava accanto all'orologio, sul tavolino dietro la testa del paziente. La riga delle ore diciotto era vuota. L'orologio indicava che mancavano dieci minuti.

Disteso sul lettino, Roger Zimmerman sembrò irrigidirsi. «Pensavo di essere sempre io l'ultimo della giornata.»

Lui non rispose.

«Non è mai arrivato nessuno dopo di me, almeno che io ricordi. Nemmeno una volta. Ha cambiato gli orari senza dirmelo?»

Di nuovo, lui non ripose.

«Non mi piace l'idea che venga qualcuno dopo di me» dichiarò Zimmerman con decisione. «Voglio essere l'ultimo.»

«Quale crede che sia la ragione?» domandò lui finalmente.

«In un certo senso, l'ultimo è come il primo» rispose Zimmerman. Il tono implicava che qualsiasi idiota l'avrebbe capito.

Lui annuì. Il suo paziente aveva appena fatto un'osservazione precisa e intrigante. Ma, come sembrava capitare sempre a quel poveraccio, l'aveva fatta nel finale della seduta. Non all'inizio, quando avrebbero potuto trarne spunto per una proficua discussione nei rimanenti quarantacinque minuti. «Domani cerchi di ricordare questa riflessione. Potremo ricominciare da lì. Temo che per oggi il tempo sia scaduto.»

Zimmerman esitò prima di alzarsi. «Domani? Mi corregga se sbaglio, ma domani è la vigilia della sua sparizione per la maledetta, stupida vacanza estiva, come succede ogni maledetto anno. A cosa mi servirà?»

Lui rimase di nuovo in silenzio, lasciando che la frase aleggiasse nella stanza. Zimmerman sbuffò forte. «Chiunque ci sia là fuori, probabilmente è più interessante di me, vero?» disse con amarezza, poi tolse i piedi dal lettino e diede uno sguardo ostile al suo analista. «Non mi piace quando cambia qualcosa» aggiunse seccamente. «Non mi piace per niente.» Si alzò scrollando le spalle, lasciando che sul viso gli comparisse un sorriso cattivo. «Dovrebbe essere sempre lo stesso: io entro, mi stendo e comincio a parlare. L'ultimo paziente della giornata. È così che dovrebbe essere. A nessuno piacciono i cambiamenti.» Sospirò, ma con una punta di collera, non con rassegnazione. «Va bene, a domani, allora. Ultima seduta prima che lei parta per Parigi, Cape Cod, Marte, ovunque sia diretto per lasciarmi qui da solo.» Zimmerman si voltò di scatto, attraversò con andatura decisa il piccolo studio e uscì senza voltarsi indietro.

Per un momento lui rimase seduto in poltrona, ascoltando il rumore smorzato dei passi irosi che risuonavano lungo il corridoio oltre la porta. Poi si alzò in piedi, accusando un po' l'età che gli aveva irrigidito muscoli e giunture durante il lungo pomeriggio seduto dietro il lettino, e si diresse verso una seconda porta, quella che dava nella modesta saletta d'attesa. Sotto diversi punti di vista, lo studio, la stanza dalla forma strana e improbabile dove aveva iniziato la professione decenni prima, era un locale particolare ed era stata la sola ragione per cui aveva affittato l'appartamento l'anno dopo che aveva finito l'internato e per cui ci era rimasto più di un quarto di secolo.

Lo studio aveva tre porte: la prima dava nel vestibolo, che lui aveva adibito a minuscola sala d'attesa, la seconda si apriva direttamente sul corridoio esterno e la terza portava alla modesta cucina, al soggiorno e alla camera da letto che costituivano il resto dell'appartamento. Lo studio era una sorta di isola personale, provvista di portali d'accesso agli altri mondi. Lui lo vedeva spesso come un non-spazio, un ponte tra realtà diverse. Questo gli piaceva, perché riteneva che la separazione dello studio dal grande esterno in qualche modo gli rendesse il lavoro un po' più facile.

Non aveva idea di quale dei suoi pazienti fosse venuto senza appuntamento. Non riusciva a ricordare un solo precedente analogo in tutti gli anni di professione.

Né era in grado di immaginare chi potesse attraversare una crisi tale da spingerlo a un simile, inaspettato cambiamento nel rapporto tra analista e paziente. La routine era la base su cui lui costruiva, la routine e i tempi lunghi, un processo nel corso del quale le parole pronunciate nella sacralità artificiale, ma assoluta, dello studio dell'analista finivano con l'essere il lastricato stesso delle strade che portavano alla comprensione.

Su questo, Zimmerman aveva ragione: il cambiamento era nocivo. Così attraversò la stanza con il passo affrettato dalla curiosità, un po' turbato all'idea che qualcosa di potenzialmente urgente si fosse insinuato in una vita che spesso temeva fosse diventata fin troppo statica e prevedibile.

Aprì la porta della saletta d'attesa e guardò.

La stanza era vuota.

Per un attimo si senti confuso e pensò di aver immaginato gli squilli del campanello, ma li aveva sentiti anche Zimmerman e pure lui aveva riconosciuto il segnale di una persona conosciuta nella saletta.

«C'è qualcuno?» domandò, anche se era chiaro che non c'era nessuno ad ascoltarlo.

Sentì la fronte aggrottarsi per la sorpresa e si aggiustò sul naso gli occhiali dalla montatura sottile di metallo. «Strano» commentò a voce alta. Poi notò la busta sull'unica sedia che aveva messo a disposizione di chi era in attesa. Espirò lentamente, scosse la testa e pensò che la cosa era un tantino troppo melodrammatica, perfino per uno dei suoi attuali pazienti.

Si chinò e raccolse la busta, su cui compariva il suo nome scritto a macchina.

«Che strano» ripeté, di nuovo a voce alta. Non aprì subito la lettera, che sollevò invece davanti alla fronte come faceva sempre Johnny Carson nel ruolo di Carnac il Magnifico, cercando di indovinare quale dei suoi pazienti l'avesse lasciata. Era qualcosa che non sembrava caratteristico di nessuno di quelli che vedeva regolarmente. A tutti loro piaceva esprimere a voce, in modo diretto, le rispettive rimostranze e proteste su ciò che percepivano come i suoi numerosi difetti e carenze; cosa talvolta irritante, ma che comunque era parte integrante del processo.

Strappò la busta ed estrasse due fogli fittamente battuti a macchina. Lesse solo la prima riga:

Buon cinquantatreesimo compleanno, dottore. Benvenuto nel primo giorno della tua morte.

Inspirò bruscamente. L'aria chiusa dell'appartamento sembrò fargli girare la testa; tese in fretta una mano verso il muro per sostenersi. [...] # Altro
✦ John Katzenbach. L'analista. Mondadori, 2003

La tua vita è costruita sulla prevedibilità: stessi pazienti, stessi orari, stesse parole, lo stesso lento lavoro di ricondurre il caos a una causa. Poi arriva una lettera che rovescia ogni cosa. Qualcuno che sembra conoscerti bene ti ordina di ucciderti, minaccia uno dei tuoi cinquantadue parenti e ti lascia una sola via d'uscita: scoprire chi è. Da quel momento non sei più l'analista, ma il paziente; o meglio, la marionetta di cui un sinistro burattinaio tira i fili a suo piacimento. Devi rileggere il tuo passato, interrogare ricordi e omissioni, capire chi può odiarti abbastanza da trasformare la tua vita in un inferno. E sei certo che, nella caccia appena aperta, tu sei la preda.