Frammenti d'autore

Pier delle Vigne

💬 Delitto di crimenlese. Se fu fatto processo

Chi credesse di trovare nella tragedia di Pietro la traccia d'un qualunque giudizio, di un'accusa formulata, d'una discolpa qualsiasi, si ingannerebbe. Già per l'accusa di crimen lesae maiestatis, anche nella legislazione di Federico II, che per tanti versi fu la più civile ed illuminata del Medio Evo, non esisteva pietà. L'imperatore Federico si mostrò, sotto questo riguardo, più crudele d'ogni altro Principe, inventando le famose cappe di piombo ricordate da Dante:


Di fuor dorate son, sì ch'egli abbaglia,
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federico le mettea di paglia.


All'incolpato di crimenlese non era lecito conoscere i denunzianti e i testimoni, aver copia delle deposizioni, difendersi avanti i giudici a viso aperto. Il mezzo per conoscere la verità era sempre quello della tortura. Se la condanna veniva pronunziata, al disgraziato si toglievano gli occhi, si mozzava il naso o gli orecchi, o un braccio, o una gamba, e così conciato lo si menava per i grandi centri del Regno ad intimidazione degli altri, come avvenne per i congiurati presi a Capaccio. Per costoro – oltre agli altri tormenti – Federico dispose che fosse impressa sulla fronte a marchio rovente la lettera pontificia, che approvava la congiura, e che fossero inviati ai Re di Francia e d'Inghilterra, perchè tutti sapessero come egli puniva i traditori. E, soltanto per i prudenti consigli dei suoi ministri, si trattenne dall'offrire all'Europa così disumano spettacolo. Conseguenza poi della condanna era la devoluzione al fisco imperiale di tutti i beni dei condannati, senza considerazione se ci fossero o non figliuoli. Per Pietro, contrariamente alle Costituzioni, non soltanto i suoi beni passarono al Fisco, ma anche quelli dei suoi fratelli e nipoti.

Ci fu processo? L'Huillard-Bréholles da una lettera di Federico al conte di Caserta arguisce che per la condanna di Pietro ci fu l'avviso dei maggiorenti (consilium procerum): per uno storico italiano il semplice avviso dei maggiorenti si tramuta in una condanna dopo regolare giudizio.

Dubito assai che il documento citato dal Bréholles si riferisca a Pietro (e ne dirò più innanzi le ragioni), sopratutto perchè un consilium procerum non esiste nella legislazione di Federico II: in ogni modo un avviso di maggiorenti, che potevano anche essere stati i manipolatori dell'accusa, non potrebbe mai tener luogo del giudizio di tradimento quale le forme procedurali richieste dalle costituzioni imponevano.

Secondo le Costituzioni la competenza per i delitti di crimenlese apparteneva alla Magna Curia, presieduta dal maestro giustiziere, o dall'Imperatore in persona, se costui il credesse: alla sola Magna Curia competeva di procedere alle investigazioni, ed indi al giudizio. Per essere efficace il voto doveva essere reso dalla Magna Curia in seduta plenaria, cioè con la presenza di quattro giudici, onde fu detta quadriga imperii. Or nell'anno 1249, in cui si verificò la disgrazia di Pietro, erano giudici della Magna Curia Enrico di Tocco, Roffredo di San Germano, Giovanni di Tocco e Guglielmo della Vigna, nipote di Pietro e travolto nella sua rovina col sequestro dei beni. Per i mesi di febbraio, di marzo, di aprile 1249 non si ha notizia di riunione della Magna Curia. E ciò sarebbe stato anche difficile, perchè l'Imperatore (che non avrebbe potuto rimanere estraneo a tal processo) trovavasi assai lontano dal Regno, e dimorava con la corte a Cremona, dove il preteso tradimento si scopriva: mentre d'altra parte è del tutto inverosimile, che Guglielmo della Vigna si fosse prestato alla condanna dello zio, dal quale tanto era stato beneficato. Il fatto stesso del sequestro dei beni di Guglielmo della Vigna in onta alla legge scritta è la miglior prova che non è possibile ascrivere a lui una qualsiasi partecipazione nel preteso giudizio.

Non essendovi stato processo si spiega la ridda di ipotesi, di narrazioni fantastiche, di circostanze vere e verosimili, le une alle altre contraddicenti, a cui i cronisti, seguaci del Papa o dell'Imperatore, si abbandonarono, secondo gli interessi di parte e gli scopi da raggiungere.

Naturalmente l'accusa, che parve in quel tempo la più logica per spiegare il grave avvenimento, che colpiva l'uomo più in vista del secolo, e che per tanti anni era stato la mente e il braccio di Federico Imperatore, fu quella di un grande tradimento a beneficio del Papa. Qualunque altra spiegazione sarebbe parsa impari alla crudeltà con cui l'Imperatore sacrificò il suo amico. Conviene, dunque, in primo luogo vedere di che entità sia stata tale versione.

Accusa di congiura col Papa
I commentatori danteschi accennano tutti a questa voce, pur senza prestarvi fede, ed aggiungono che il rimprovero degli imperiali si riferiva specificamente al Concilio di Lione, dove Pietro non avrebbe saputo o voluto difendere il suo signore. Dei cronisti contemporanei Pipino se ne lava le mani con un si dice, più circostanziatamente afferma Salimbene che l'Imperatore aveva proibito ai suoi legati di parlare col Papa separatamente l'uno dall'altro, e invece, secondo riferirono costoro, Pietro aveva avuto a Lione parecchi abboccamenti segreti col Pontefice. Secondo un'antica cronaca di Reims, l'Imperatore, entrato in sospetto che Pietro si intendesse col Papa, fece compiere una verifica nei suoi cassetti durante una di lui assenza, e cosi scoperse la prova del tradimento. Ma la Cronaca Pisana, pubblicata da Flaminio del Borgo, dà una versione del tutto opposta alle altre. L'Imperatore, entrato in rapporti col Papa, avrebbe voluto far la pace, e siccome Pietro s'opponeva ai suoi progetti fu soppresso come nemico dell'Impero.

A tutte queste voci sembra abbia dato alimento e consistenza una lamentatio, assai diffusa nel Medio Evo (lamentatio Petri dum erat in carcere imperatoris), nella quale l'infelice invocherebbe a suo soccorso la pietà del Papa. Tutti gli storici convengono nel ritenere apocrifa questa lamentatio, verosimilmente opera d'un retore, che, imitando lo stile solenne ed enfatico di Pietro, volle attribuirgli uno sfogo inverosimile pel contenuto e per le richieste formulate. Non è neanche supponibile che Pietro dal carcere, in cui era ristretto, già reso cieco, potesse scrivere od anche dettare una lettera, che sarebbe stata in mano ai suoi nemici la prova del tradimento che il meditato suicidio avrebbe poi smentito in pieno. [...] # Altro
✦ Antonio Casertano. Un oscuro dramma politico del secolo XIII: Pietro della Vigna. Libreria del Littorio, 1928

Quanto più grave appare l'accusa, tanto meno solida risulta la sua dimostrazione. Il tradimento contro l'imperatore consentiva procedure feroci e lasciava all'accusato pochissimo spazio di difesa; ma nel caso di Pietro manca perfino la traccia certa di quel giudizio che avrebbe dovuto stabilirne la colpa. Al vuoto processuale corrisponde così una proliferazione di versioni: complicità col Papa, colloqui segreti a Lione, lettere compromettenti, oppure, all'opposto, ostilità alla riconciliazione fra Impero e Chiesa. Le testimonianze si contraddicono e persino la più suggestiva, la lamentatio dal carcere, appare apocrifa. Rimane dunque un paradosso inquietante: un uomo punito come traditore, ma un tradimento che le fonti non riescono a mostrare.

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