Frammenti d'autore

Volti nell'acqua

💬 I giorni passavano, durante i pasti sedevo al mio posto a tavola senza mangiare perché l'odore della corsia e la stranezza del luogo mi soffocavano e mi impregnavano a tal punto che il cibo e l'aria e la gente stessa ne aveva il sapore. E le persone: sapevo ora che erano tutti automi regolati ad un volume di agitazione che sorpassava il loro intendimento, ma timorosi che le cose o le persone che le controllavano si stancassero di procurare loro delle distrazioni, e le lasciassero scaricare, come giocattoli rotti, fino a dover trovare in loro stesse un modo per vincere la desolazione nella quale vivevano. E dopo un mese, e pochissimo cibo, ero diventata così magra che mi misero a letto a riposare per un tempo indefinito; e giacevo lì, apatica, e mi nutrivano con riso e uova strapazzate. Credevano che fossi ammalata. Che cosa avrebbero detto se io avessi spiegato loro che la malattia può essere causata dall'odore, e che era l'odore della corsia quattro-cinque-uno, che prosciugava tutte le mie energie, la mia stessa volontà di vivere? Non potevo sfuggirgli, ne ero circondata. E non sembrava poter essere, che la gente vivesse così, a questo modo, come vivono le ricoverate della corsia quattro-cinque-uno, affollate e solitarie, senza mai ricevere visite, andando qualche volta in autobus, oppure, quale privilegio dei lavoratori, a fare un pic-nic; prese nell'ingranaggio del loro sistema di vita, l'unico modo di vivere che avessero conosciuto per anni e che d'ora in poi sarebbe stato sempre lo stesso fino alla morte. Non sembrava potesse essere che la corsia quattro-cinque-uno si aprisse sul giardino a condividere la vaschetta per il bagno degli uccelli, il salice piangente e le rose languide, con le dolci e mansuete pazienti privilegiate della settima corsia, reclinate nel loro salotto "contemporaneo" con le poltrone ricoperte di stoffe dai colori gai e alle quali venivano serviti pranzi accuratamente preparati, con panna, e dove le portate si passavano due volte.

Non fui sorpresa quando una ricoverata della corsia quattro-cinque-uno, la signora Jopson, ovviamente sentendosi isolata dalla agitazione sostenitrice, concertata e ardente della corsia stessa, un bel giorno si buttò dalle scalette anti-incendio, uccidendosi.

Una mattina, senza che lo sospettassi mi fecero l'elettrochoc, e quando mi risvegliai me lo rifecero. Vedendo l'apparecchio che si avvicinava per la seconda volta, persi ogni controllo di me stessa in un panico culminante in urla, e risvegliandomi di nuovo vidi l'infermiera che sistemava la mia roba accuratamente sulla sedia vicino al letto.

"È stata trasferita in un'altra corsia" mi disse.
Ero esausta e non particolarmente incuriosita, ma chiesi: "Dove?"

"Alla casina del prato."
✦ Janet Frame. Volti nell'acqua. Rizzoli, 1963

A poco a poco, la corsia smette di essere un luogo e diventa un clima. Non sono più soltanto le regole, la disciplina o le cure a opprimere: è l'aria stessa che sembra impregnata di rassegnazione. L'odore dei corridoi si deposita sul cibo, sui pensieri, sulle persone, fino a rendere indistinguibile la malattia dall'ambiente che la contiene. Le giornate scorrono identiche, chiuse in un meccanismo che pare destinato a ripetersi per sempre. Anche la morte della signora Jopson viene assorbita da questa monotonia senza fine. Poi, all'improvviso, arriva il trasferimento. Non una liberazione, ma uno spostamento inatteso all'interno dello stesso universo. Eppure basta quel nome – la casina del prato – per lasciare intravedere, per un istante, la possibilità di un altro paesaggio.