Frammenti d'autore

Volti nell'acqua

💬 Avevo freddo. Andai in cerca di un paio di calzini da corsia, di lana, lunghi, per avere i piedi caldi e non morire sotto la nuova cura, la terapia dell'elettrochoc e impedire che il mio corpo venisse trafugato, per la porta di dietro, nella camera mortuaria. Ogni mattina mi svegliavo in preda al terrore nell'attesa che l'infermiera di giorno iniziasse il suo giro, e annunciasse, leggendo la lista dei nomi che teneva in mano, se doveva toccare anche a me la cura dell'elettrochoc, il nuovo metodo in voga per tranquillare le persone e far loro capire che agli ordini si deve obbedire, che i pavimenti devono essere lucidati senza proteste, che i visi sono fatti per restare fissi nel sorriso e che piangere è un delitto. Quell'attesa, così, di prima mattina nelle gelide ore incappucciate di nero, era come l'attesa di una condanna a morte. Cercavo di ricordare tutti i minimi incidenti avvenuti il giorno prima. Avevo forse pianto? Mi ero rifiutata di obbedire agli ordini delle infermiere? Oppure, turbata dalla vista di una delle malate gravi, mi ero lasciata prendere dal panico e avevo tentato di fuggire? Un'infermiera mi aveva minacciata: "Se non sta attenta, domani toccherà a lei l'elettrochoc". Ogni giorno passavo il tempo scrutando i volti del personale come se fossero stati schermi del radar capaci di rivelare l'avvicinarsi del destino che mi era riservato. Ero furba. "Lasciatemi pulire l'ufficio" supplicavo. "Lasciatemi pulire alla sera, perché alla sera sui mobili dell'ufficio e sui registri si è deposta una patina di germi e, se il pericolo non viene rimosso, potreste cadere vittime di una malattia che porta di conseguenza l'irrequietezza, le impronte digitali e un sudario fatto di cotonina a buon mercato."

E così, come misura precauzionale, pulivo l'ufficio e mi avvicinavo di soppiatto alla scrivania della caposala per gettare uno sguardo rapido sulla pagina aperta del registro dove c'era la lista dei nomi di quelli che sarebbero stati chiamati per la cura la mattina seguente. Una volta vi lessi il mio nome, Istina Mavet. Cosa avevo fatto? Non avevo pianto, non avevo parlato fuori turno e neppure mi ero rifiutata di far funzionare la lucidatrice, né di aiutare ad apparecchiare le tavole per il tè, né di portare il bidone di rifiuti per il maiale, pieno fino all'orlo, fin sulla porta di servizio. Era ovvio che doveva trattarsi di qualche delitto a me sconosciuto, che non avevo elencato perché non ero riuscita a localizzarlo con il riflettore lenticolare della mente nell'oscuro retroterra dell'inconscio. Capii, allora, che dovevo stare in guardia. Che dovevo mettermi i guanti per non lasciare impronte quando andavo a scassinare la dimora affollata delle sensazioni per portar via per mio uso personale l'esuberanza, la depressione, il sospetto, il terrore. # Altro
✦ Janet Frame. Volti nell'acqua. Rizzoli, 1963

Avevo imparato a temere il mattino. Prima ancora di aprire gli occhi, ascoltavo i passi delle infermiere e aspettavo il mio nome come si aspetta una sentenza. L'elettrochoc incombeva su ogni gesto: una lacrima, una protesta, un'esitazione potevano trasformarsi in colpa. Così spiavo registri, studiavo volti, lucidavo pavimenti, cercando di decifrare un codice che nessuno mi aveva insegnato. Ma le regole cambiavano continuamente, e il reato più pericoloso era proprio quello che non riuscivo a identificare. A poco a poco, smisi di difendermi dalle infermiere e dai medici. Cominciai a difendermi da me stessa.

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