Uno scherzetto
💬 È un sereno meriggio d'inverno... Il gelo è rigido, la neve scricchiola e a Nàdenka, che mi ha preso per il braccio, si coprono di una brina argentea i riccioli sulle tempie e la lanugine sul labbro superiore. Siamo sulla cima di una montagnola. Dai nostri piedi fino al piano si stende una superficie levigata, in cui il sole si mira come in uno specchio. Accanto a noi è una piccola slitta foderata di un panno vermiglio.
– Lanciamoci giù, Nadežda Petrovna! – imploro io. – Una volta sola! Vi assicuro, resteremo interi, non ci faremo del male!
Ma Nàdenka ha paura. Lo spazio che corre dalle sue piccole soprascarpe fino al termine della montagna di ghiaccio le sembra spaventoso, un abisso d'insondabile profondità. Quando guarda in giù, si sente morire e il respiro le rimane mozzato, non appena le propongo di sedersi nella slitta; e che cosa accadrà quando si arrischierà di volare in quell'abisso! Morirà, impazzirà.
– Vi supplico! – dico io. – Non dovete aver paura! Non capite che è debolezza, viltà?
Finalmente Nàdenka cede, e dal suo volto vedo che cede con la paura di rischiare la vita. L'aiuto, pallida, tremante a sedersi nella slitta, le cingo con il braccio la vita, e con lei mi precipito nell'abisso.
La slitta vola come un proiettile. L'aria tagliata frusta i nostri visi, ulula, fischia nelle orecchie, tira, punge dolorosamente di rabbia, sembra voglia strappare la testa dalle spalle.
La violenza del vento non dà forza di respirare. Pare che il diavolo stesso ci abbia afferrati con le sue zampe e ci trascini urlando nell'inferno. Gli oggetti intorno si confondono in una unica striscia lunga che corre vertiginosamente... Ecco, ecco, ancora un istante, e sarà, sembra, la nostra rovina!
– Vi amo, Nàdja! – dico sottovoce.
La slitta comincia a scivolare sempre più lentamente, e l'urlo del vento e il ronzìo dei pattini non sono più così spaventosi, il respiro non più mozzato, e finalmente, siamo arrivati in basso. Nàdenka non è né viva né morta. È pallida, respira appena... L'aiuto ad alzarsi.
– Per nulla al mondo ci tornerei un'altra volta, – dice guardandomi con occhi sbarrati, pieni di terrore. – Per nulla al mondo! Per poco non morivo.
Poco tempo dopo si rimette e già comincia a guardarmi negli occhi con una espressione interrogativa, come volesse accertarsi, se ho detto quelle tre parole veramente, o se le è sembrato soltanto di udirle nel frastuono del turbine. Ed io me ne sto accanto a lei, fumo e osservo attentamente il mio guanto.
Mi prende di nuovo per il braccio, e a lungo ci mettiamo a passeggiare accanto alla montagna. L'enigma, si vede, non le dà requie. Sono state pronunciate quelle parole, o no? Sì, o no? Sì o no? È una questione d'amor proprio, d'onore, di vita, di felicità, una questione molto importante, la più importante del mondo. Nàdenka mi guarda in viso impaziente, triste, con uno sguardo scrutatore, risponde non a tono, aspetta che io mi metta a parlare. Oh, che variare di espressioni su quel volto caro, che variare! Vedo che essa lotta con se stessa, che ha bisogno di dirmi qualcosa, di chiedermi qualcosa, ma non trova le parole, si sente impacciata, atterrita, la gioia la turba...
– Sapete che? – dice senza guardarmi in viso.
– Che cosa? – domando io.
– Facciamo ancora una volta... scendiamo in slitta.
Ci arrampichiamo per la scala sulla vetta della montagnola. Di nuovo aiuto Nàdenka pallida, tremante ad accomodarsi nella slitta, di nuovo voliamo nel terribile abisso, di nuovo urla il vento e ronzano i pattini, e di nuovo quando la slitta ha raggiunto la sua massima velocità io dico sottovoce nel frastuono:
– Vi amo, Nàdenka!
Quando la slitta si ferma, Nàdenka abbraccia con uno sguardo la montagna sul dorso della quale siamo or ora discesi, poi scruta a lungo il mio viso, ascolta la mia voce indifferente e spassionata, e tutta essa, tutta, perfino il suo manicotto e il cappuccio, tutta la sua figurina esprime una estrema perplessità. Sul suo viso sta scritto:
– Che succede? Chi ha pronunciato quelle parole? Lui, oppure mi è parso soltanto sentirle?
Questa incertezza la rende inquieta, la impazientisce. La povera fanciulla non risponde alle domande, si fa scura in viso. È sul punto di scoppiare in lacrime.
– Dobbiamo forse tornare a casa? – domando io.
– Ma a me... a me piace questo scendere in slitta, – dice arrossendo. – Non potremmo forse scendere un'altra volta?
Le "piace" questo scendere, e tuttavia, mentre si siede nella slitta, è pallida come le prime volte, respira appena dal terrore, trema.
Facciamo la discesa una terza volta, e mi accorgo, come mi guarda in viso, fissa le mie labbra. Ma io accosto alle labbra un fazzoletto, tossisco e, quando raggiungiamo la metà della discesa, faccio in tempo a sussurrare:
– Vi amo, Nàdja!
L'enigma rimane tale! Nàdenka tace, pensa a qualcosa... La riaccompagno a casa, essa cerca di camminare più adagio, rallenta i passi e aspetta sempre, se non le dirò di nuovo quelle parole. E vedo, quanto soffre la sua anima, come sta facendo uno sforzo su se stessa, per non dire:
– Non può essere che le abbia dette il vento! E non voglio che le abbia dette il vento! [...]
✦ Anton Čechov. Uno scherzetto. In «Racconti e novelle I». Sansoni, 1954