Frammenti d'autore

Memorie di una chiaroveggente

💬 Una vita movimentata e drammatica

L'infanzia

Mi chiamo Oriele (l'ho detto) e sono nata a Sassuolo, un piccolo e ridente paese in provincia di Modena. La più grande risorsa di un tempo (e di oggi ancora) è la ceramica, firma e vanto dei sassolesi in Italia e all'estero.

Seconda di sette fratelli, vissi in paese fino a sedici anni, cioè sino a quando mi sposai.

La mia infanzia sarebbe stata serena e tranquilla se non avessi avuto qualche cosa di diverso dagli altri bambini, qualcosa che ora racconterò. Una vita serena perché, nonostante i tempi duri e i presentimenti di una guerra che non tardò a farsi sentire, a casa mia non mancavano mai la sfoglia fatta dalla mamma ogni giorno ed un'abbondante pietanza. Erano, vi assicuro, lussi riservati a pochi. Papà aveva un buon lavoro e, come specializzato, poteva permetterci le scarpe feriali e quelle della domenica. L'accordo era perfetto, ma io ero diversa. Ora spolvererò i ricordi per rammentare il meglio di quegli anni e per meglio sottolineare la verità, che era ed è rimasta la cosa più importante che mi è stata trasmessa e che io ho sempre portato avanti fedelmente.

Avevo circa cinque anni quando sentii dire che una signorina a servizio presso una facoltosa famiglia aveva improvvisamente abbandonato lavoro e paese senza lasciare indirizzo; io dissi alla mamma: «La signorina tale se ne è andata perché è incinta». Risultato: presi tanti schiaffoni che non ho più dimenticato. Certe parole erano bandite dal vocabolario di casa mia. Inutile dire che la ragazza, quando tornò in paese, portava in braccio un bambino.

Sempre in quel periodo, una mattina, incontrai un omino che guidava un carretto con il cavallo. Stava dirigendosi alla fonte che chiamavamo «Bocca del leone» per approvvigionarsi d'acqua. Mi salutò; risposi al saluto e gli dissi: «Mi ha detto vostra Madre che non andiate alla fonte, perché azzoppate voi e il cavallo». Si fermò e rivolto ad alcuni presenti disse: «Sentite che sciocca; mia madre è morta da undici anni!». Non passò un'ora che sentii dire che il povero uomo era scivolato, rompendosi le gambe lui e il cavallo. Sua madre si era fatta «vedere» da me, perché lo avvisassi, ma non ero stata creduta. Così incominciarono i miei guai; la gente diceva che portavo scalogna e le mamme delle mie compagne mi consideravano una piccola strega, impedendo alle loro bambine di giocare con me.

Io ne soffrivo moltissimo. Incominciai allora ad andare spesso nel nostro Cimitero di S. Prospero dove vedevo, sedute sulle tombe, tante persone. Erano in genere curiose; parecchie portavano vestiti che non erano della mia epoca. Mi sedevo un po' qua e un po' là a chiacchierare, fino a quando cominciai ad avere qualche preferenza. In una tomba appartata c'era sempre seduta ad aspettarmi, ogni pomeriggio, una vecchina e facevo con lei tanti discorsi; mi sfogavo e ogni volta, salutandola, mi diceva: «Ti aspetto domani». Avrete capito che già a quell'età io vedevo i morti e li vedevo vivi. Avevo in sostanza quella che oggi chiamano «chiaroveggenza».

Una sera feci più tardi del solito; i miei genitori, cercandomi, seppero dove a modo mio andavo a divertirmi e mi proibirono tassativamente di tornare fra i cipressi del cimitero. D'altronde non era comprensibile che una bambina di cinque anni, invece di giocare con i coetanei, provasse attrazione per un luogo tanto triste e pauroso. Io poi non contribuivo molto ad aiutarli a comprendere. Avevo paura di non essere creduta? Non sapevo spiegarmi? Oggi direi che non ho mai veramente saputo distinguere i morti dai vivi ed è così tutt'ora.

Avveniva inoltre un altro fenomeno, a cui solo a distanza di molti anni sono riuscita a dare un nome: «bilocazione» o «levitazione».

Quando la mia nonna che m'adorava e spessissimo mi voleva con sé, mi chiamava al piano superiore della casa, io in pochi secondi ero davanti a lei; direi che il mio arrivo era simultaneo alla sua chiamata. Di questo erano veramente tutti stupiti e increduli, tanto che un giorno decisero di cospargere gli scalini con la cenere per vedere dove lasciavo le impronte; nessun segno, perché io la scala non la toccavo, quasi volassi!

Questo per mia fortuna non avveniva sempre, né allora, né oggi. Risparmierei tanti mezzi di trasporto, ma ho poi saputo che è un fenomeno pericoloso. Si può sbagliare traguardo e finire chissà dove, senza più poter far ritorno nel proprio corpo.

Iniziai la scuola ed ero talmente brava nei componimenti che arrivarono a bocciarmi, scrivendomi sui quaderni: «Non è farina del tuo sacco». Tengo a precisare che i temi si svolgevano in classe e non ho mai copiato da alcuno. Forse ero già guidata da allora.

Riuscii finalmente a terminare la quinta elementare e feci quella che a quei tempi si chiamava la sesta. Andai in seguito a lavorare in fabbrica, sempre accompagnata da strane manifestazioni, di cui non riuscivo perfettamente a rendermi conto. [...]
✦ Oria Deffendi Raiteri. Memorie di una chiaroveggente. AGIS, 1979

A cinque anni basta dire ciò che gli altri non vogliono sentire perché comincino gli schiaffi; poco dopo arrivano la fama di iettatrice, le compagne tenute lontane, il cimitero come luogo di conversazione. Per Oriele il confine che separa vivi e morti, presenza e assenza, corpo e distanza sembra semplicemente non esistere; sono gli altri, semmai, a trovarlo invalicabile. Da allora ogni stranezza diventa una prova e ogni prova un nuovo isolamento: perfino un tema troppo bello può trasformarsi in colpa. Così l'infanzia che avrebbe potuto essere serena prende un'altra strada: quella di una bambina costretta molto presto a difendere come verità ciò che tutti intorno a lei chiamano impossibile.

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