Frammenti d'autore

Argo il cieco

💬 X. La villa di don Nitto era stata costruita con abbondanza. Il viale d'accesso in garbato pendio, fiancheggiato da pitosfori e pini, era largo quanto bastava per tre vetture, e la vasca, appiè del doppio scalone, doveva sembrare un oceano al solitario papero che vi nuotava. Era una villa dell'altro secolo, con le comodità d'una volta, compresa la «camera dello scirocco», un padiglione dalle mura ciclopiche armato a fronteggiare le forze della canicola. Qui mi aspettava don Nitto, vestitissimo di bianco, rusticamente seduto su una panchetta, con un mucchio di cocci davanti, sporchi di fango e di tempo, roba da poco, visibilmente. Sennonché, strofinata da un dito, una pancia d'anfora lasciò trasparire un profilo, la semiluna d'un viso di donna, negro sul rossobruno del fondo, una dea, forse.

Alzai gli occhi: «Persefone» azzardai, tanto per dire qualcosa e giustificare la consulenza. Ma don Nitto: «Bene alzata» disse con rispetto a qualcuno dietro di me. Mi voltai, Cecilia s'avanzava pianamente verso di noi, e aveva, sì e no, un fazzoletto di seta sopra la pelle. Lui mi presentò, come fossimo in un salotto. Ci guardammo: lei con pacifica curiosità, come sulla spiaggia si guarda un signore con la cravatta; io, perso per perso, con sfacciataggine.

Era certo la donna più bella che avessi mai visto. Con ogni parte del corpo così esatta da far pensare che non tutto fosse natura ma che un lapicida assai bravo le avesse qui tolto, lì aggiunto un milligrammo di carne, e tirato a pomice il seno, e affusolato la gamba, e dato allo sguardo quella luce fantastica e mesta, e insinuato nel mento l'impercettibile perfidia d'una fossetta... Ogni attributo era in lei valoroso, di qualità cittadina. La stessa voglia marrone che le segnava la spalla, appena visibile nel rame dell'abbronzatura, pareva meno una macchia che un fiordaliso regale. Benché io, facendone paragone con le più fresche vaghezze di Venera, una cosa vedessi certa: che quello era lo zenit d'una maturità, fra un anno o un giorno sarebbe incominciato il declino. Tanto minacciavano ai due lati degli occhi le grinze minute, che il sole ribadiva sopra la fronte, là dove l'attacco dei capelli prende lo slancio; altrettanto l'andatura che ad ogni passo chiedeva il sostegno d'un irrisorio colpo di reni; e il lampo di rancore ironico e adulto che le socchiuse la bocca, mentre la porgeva chinandosi al bacio del cavaliere.

La voce, quando parlò, suonò d'un colore violetto. # Altro
✦ Gesualdo Bufalino. Argo il cieco ovvero I sogni della memoria. Sellerio, 1984

Cecilia entra in scena come una di quelle apparizioni che appartengono insieme alla realtà e al mito. Prima, c'è una dea intravista su un frammento d'anfora; subito dopo, voltandosi, il protagonista si trova davanti una donna che possiede la stessa perfezione inquietante delle statue antiche. Ma la sua bellezza non è quella ingenua della giovinezza: è una bellezza che conosce il tempo e ne avverte già il respiro alle spalle. Nelle piccole rughe, nell'ironia dello sguardo, in quel lieve rancore che affiora sulle labbra, convivono splendore e fragilità. Forse è proprio questo a renderla irresistibile. Non la promessa dell'eternità, ma la coscienza che l'estate è breve e che ogni felicità, come ogni luce al tramonto, brilla più intensamente quando sa di dover finire.