Un dramma in Livonia
💬 I. Il passaggio della frontiera
Un uomo era solo nella notte. Egli camminava come un lupo nell'oscurità profonda fra blocchi di ghiaccio accumulati dal gelo di un lungo inverno. I pantaloni doppi, la giacca di pelle, il berretto col para-orecchie mal lo difendevano dall'aspra tramontana. Dolorose fenditure gli fendevano le labbra e le mani, ma egli continuava a camminare con ostinazione. Benché si fosse al primo di aprile, le nuvole basse minacciavano di sciogliersi in neve, poiché si era al cinquattottesimo grado di latitudine nord. Egli non voleva arrestarsi: temeva di non poter più riprendere il cammino, ma verso le undici di sera d'improvviso si fermò, non perché gli mancassero le forze, ma perché egli aveva raggiunto la frontiera del suo paese. Mentre il suo sguardo abbracciava la distesa che si estendeva verso ovest, gridò, con inesprimibile accento di patriottismo:
– Finalmente la frontiera! La frontiera livoniana!
Egli veniva di lontano, aveva percorso migliaia di verste, superando con coraggio ed intelligenza pericoli continui che avevano messo la sua costanza a dura prova, sfuggendo alla polizia russa che esercitava una minuziosa sorveglianza!
Era giunto dunque alla fine alla sua terra natale, dove lo attendevano da lunghi anni i suoi amici, sua moglie, i suoi figli? No! Questo paese lo vedrà soltanto passare, fuggitivo! Egli tenterà di raggiungere il più vicino porto per imbarcarsi senza destar sospetti, e non sarà al sicuro finché la riva livoniana non scomparirà oltre l'orizzonte.
La frontiera che quest'uomo aveva raggiunta era la frontiera che separava l'Impero russo dai tre governi dell'Estonia, della Livonia, della Curlandia, compresi sotto la denominazione di Provincie Baltiche. In questa località il confine divideva da sud a nord la superficie, solida d'inverno e liquida d'estate, del Lago Peipus.
Chi era dunque questo fuggitivo dell'età di circa trentaquattro anni, alto di statura, vigoroso, con spalle e torace possenti, muscoli solidi e passo sicuro?
Dal suo cappuccio calato sul capo, sfuggiva una folta barba bionda e, quando il vento lo sollevava, si potevano scorgere vividi occhi. Una larga cintura gli cingeva le reni, dissimulando una piccola borsa di cuoio contenente tutto il suo denaro ridotto a pochi rubli di carta, il cui importo non poteva bastare per un viaggio di lunga durata. Il suo equipaggiamento si completava di una rivoltella a sei colpi, di un coltello a serramanico, di un tascapane contenente pochi viveri, di una borraccia piena a metà di liquore, e di un solido bastone.
Sacchetto, borraccia e borsa erano nel suo pensiero meno preziosi delle sue armi, di cui avrebbe fatto uso in caso di attacco da parte di animali selvaggi o di agenti di polizia.
Perciò egli non viaggiava che di notte nella costante preoccupazione di raggiungere, non visto, uno dei porti del Mar Baltico o del Golfo di Finlandia.
Fino a quel momento, durante un così pericoloso cammino, egli aveva potuto passare, benché sprovvisto del lasciapassare prescritto dall'Autorità militare, ma sarebbe stato ancora così avvicinandosi al litorale ove la sorveglianza era più severa?
Egli non dubitava che la sua fuga fosse stata segnalata e che perciò dovesse essere ricercato con la medesima cura, sia che fosse un criminale comune od un condannato politico. In verità, se la fortuna, che sinora l'aveva favorito, dovesse abbandonarlo alla frontiera livoniana, sarebbe stato un naufragio in porto. [...]
✦ Giulio Verne. Un dramma in Livonia. In «Racconti». Edizioni del dopolavoro, 1957
Corre da giorni, viaggia solo di notte, ha pochi rubli, poche provviste e due armi che considera più preziose di tutto il resto. Finalmente la frontiera è davanti a lui. Finalmente? Sarebbe troppo semplice. Perché quella terra non è il ritorno a casa, ma soltanto un altro tratto della fuga, e proprio quando il cammino sembra aver superato il peggio comincia il pericolo più sottile: porti sorvegliati, polizia allertata, nessun lasciapassare, il mare ancora da raggiungere. Dopo migliaia di verste, cadere proprio adesso sarebbe davvero «un naufragio in porto». E Verne, prima ancora di dirci chi fugge e perché, ha già ottenuto ciò che voleva: farci camminare al suo fianco nella neve.