Frammenti d'autore

Il lavoro dell'attore su se stesso

💬 I. La prima prova

Lunedì, 4 ottobre

Oggi aspettavamo emozionati la prima lezione di Torzov. Invece non ha fatto che entrare in classe e annunciare che è in programma un saggio in cui reciteremo noi, scene di commedie di nostra scelta. Il saggio si terrà nel Teatro grande, con pubblico, presente la compagnia e la Direzione artistica del teatro. Vogliono farci un esame in sede di spettacolo, sul palcoscenico, truccati e vestiti, con scene, luci e tutto. Solo così, dice Arcadio Nicolaevic, potremo dare una vera dimostrazione delle nostre qualità teatrali.

La lezione è sospesa. Impiegheremo il tempo che resta per scegliere le nostre scene. L'idea di Arcadio Nicolaevic ha provocato commenti vivaci. In principio andava poco a tutti. I più favorevoli erano tre: Govorkov, un giovane slanciato, che, ho sentito dire, ha già recitato in piccoli teatri; una bella bionda, alta e formosa, la Veljaminova; e un piccolino, vivace e rumoroso, Viunzòν.

A poco a poco però, anche gli altri si sono abituati all'idea dell'esibizione che ci aspetta. Abbiamo cominciato a vedere con l'immaginazione le luci allegre della ribalta, e dopo un po', anzi, il saggio ci è parso una cosa interessante, utile e perfino necessaria. Comincia a battermi il cuore.

In principio, io, Pushin e Shustov, ci siamo tenuti modesti. I nostri sogni non vanno più in là del vaudeville o della commedia leggera, i soli che ci sembrino alla portata delle nostre forze. Ma attorno non si sentono che grossi nomi: Gogol e Ostrovskij, tra i russi, poi i calibri internazionali. Senza accorgercene, anche noi abbiamo abbandonate le nostre posizioni modeste buttandoci verso il romantico, il dramma in costume e in versi. Io ero tentato dal personaggio di Mozart, e Pushin da Salieri [Mozart e Salieri, di Pushkin]. Shustov stava per Don Carlos. Poi siamo arrivati a parlare di Shakespeare e io mi sono fermato su Otello. Ho scelto quello perché a casa non ho le opere di Pushkin, Shakespeare sì. E mi è presa una tale smania di lavorare, una frenesia di attaccare, che non posso perder tempo a cercare il libro altrove. Shustov si è impegnato a sostenere la parte di Jago. La prima prova è stata fissata per domani.

Tornato a casa, mi sono chiuso a chiave in camera mia, e ho tirato fuori l'Otello. Sprofondato nel divano, ho cominciato a leggere, ma dopo due pagine, già mi era venuta la smania di recitare. Mani, braccia, gambe e viso hanno cominciato a muoversi da sé. Non riuscivo a non declamare. Mi è capitato tra le mani un tagliacarte d'osso, a forma di coltello, e me lo sono ficcato nella cinta dei pantaloni, come pugnale. Un asciugamano di spugna per turbante, e gli embrasses delle tendine come una fascia attorno alla vita. Col lenzuolo e la coperta ho fatto una specie di camicia e di mantello, e l'ombrello è diventato la scimitarra. Mi mancava lo scudo. Ma mi sono ricordato che in sala da pranzo, dietro l'armadio, c'è un grande vassoio che può benissimo servire al caso.

Così armato, mi sentivo un perfetto guerriero, bello e imponente. Ma avevo un aspetto troppo moderno, intellettuale: Otello è un moro, deve avere qualche cosa della tigre. Ci vogliono delle movenze feline e ho cominciato a fare una serie di strani esercizi, ecco: cammino per la stanza strisciando, con passo felpato, sgattaiolando abilmente negli interstizi tra mobile e mobile. Mi nascondo dietro gli armadi in attesa della preda, e balzando fuori dall'agguato, assalgo un immaginario nemico, rappresentato da un grande cuscino. Gli pianto gli artigli nel collo, gli salto addosso. Poi il cuscino si è trasformato in Desdemona. E l'abbraccio appassionatamente, le bacio la mano (che era un angolo della federa). Poi la respingo con disprezzo per abbracciarla di nuovo e finalmente la strangolo e piango sul suo cadavere. Ho lavorato per quasi cinque ore, e non me ne sono accorto. È una cosa che non si può fare per forza. Solo quando si è in stato di «grazia». Le ore mi sono sembrate minuti, e questa è la prova che ho lavorato in stato di autentica ispirazione.

Prima di togliermi il costume, ho approfittato del fatto che in casa tutti dormivano e sono scivolato in anticamera dove c'è un grande specchio. Ho acceso le luci e mi sono guardato: che delusione! Le pose, i gesti, risultato di tanto lavoro, non hanno niente a che vedere con quelli che immaginavo di fare. E non basta: lo specchio ha cominciato a rivelarmi certe angolosità del mio corpo, certe brutte linee che non sapevo di avere. È stata tanta la delusione che tutto il mio entusiasmo è svanito.
✦ Konstantin S. Stanislavskij. Il lavoro dell'attore su se stesso. Laterza, 1993

A volte la verità sceglie la forma di un'invenzione. Come quella di un diario che non appartiene a un allievo realmente esistito, ma a un personaggio immaginario attraverso il quale prende vita l'esperienza di chiunque abbia tentato di diventare attore. L'entusiasmo, l'impazienza, le illusioni, le goffe improvvisazioni davanti allo specchio e la prima, dolorosa scoperta della distanza tra ciò che immaginiamo di essere e ciò che realmente appare: tutto è narrato come un ricordo personale proprio perché possa diventare esperienza universale. Ogni autentico apprendistato comincia così, con la gioiosa certezza di aver già trovato la strada e con l'altrettanto preziosa scoperta che il cammino, in realtà, deve ancora iniziare.

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