La vita pensata
💬 X. Felicità
Alcuni teorici hanno dichiarato che la felicità è l'unica cosa che conta nella vita; l'unica cosa di cui dovrebbe importarci – dicono – è di essere felici; il solo criterio per valutare una vita è la somma o quantità di felicità che contiene. Questa perorazione in favore della sola felicità distorce, ironicamente, il sapore dei momenti felici. Infatti in questi momenti quasi tutto ci sembra meraviglioso: il risplendere del sole, l'aspetto di una persona, il luccichio dell'acqua sulla superficie del fiume, i cani che giocano (ma non l'assassino che uccide). Questa apertura della felicità, la sua generosità d'animo e ampiezza di sguardo, viene falsata e rimpicciolita dalla dichiarazione – che pretende di essere la sua migliore amica – che solo la felicità conta, nient'altro. È una dichiarazione meschina, proprio al contrario della felicità. La felicità può essere preziosa, magari perfino in modo particolare, ma resta pur sempre solo una cosa importante tra le altre.
Ci sono vari modi per dissolvere l'apparente ovvietà della concezione secondo cui la felicità è l'unica cosa importante. Primo, anche se fosse l'unica cosa che ci importa, non ci importerebbe solamente la sua quantità complessiva. (...) Ci importerebbe anche la distribuzione della felicità nell'arco della vita. Immaginiamo di tracciare un grafico della felicità complessiva di una persona nel corso della sua vita: la felicità è rappresentata sull'asse verticale, il tempo sull'asse orizzontale. (...) Se contasse solo la somma totale di felicità, per noi non ci sarebbe differenza tra una vita di sempre crescente felicità e una di continua decrescita, tra una curva ascendente e una discendente, a patto che la somma totale di felicità, l'area totale sotto la curva, fosse la stessa nei due casi. La maggior parte di noi, tuttavia, preferirebbe la linea ascendente a quella discendente; preferiremmo una vita di crescente felicità a una di decrescita. In parte, ma solo in parte, può essere che, poiché l'aspettativa di una maggiore felicità ci rende felici, essa aumenta ancora di più la nostra felicità attuale. (...) Allora prendiamo in considerazione il piacere dell'aspettativa e inseriamolo nella curva, che così in alcuni punti diventa più alta; pure, alla maggior parte di noi continuerebbe a non importare solamente l'area sotto questa curva più grande, ma anche la direzione della curva. (Quale vita preferireste per i vostri figli, una vita di declino o di progresso?)
Inoltre noi saremmo disposti a rinunciare a un po' di felicità purché la storia della nostra vita si muovesse nella giusta direzione, purché nell'insieme migliorasse. Anche se una curva discendente avesse al di sotto un'area leggermente più grande, preferiremmo che la curva della nostra vita fosse in ascesa. (Se la prima comprendesse un'area notevolmente più grande, allora forse la scelta sarebbe diversa.) Quindi il profilo della felicità non serve solo quando c'è da scegliere tra vite che hanno la stessa quantità complessiva di felicità, ma è importante come tale. Talvolta, per ottenere una direzione narrativa più auspicabile, noi sceglieremmo di non massimizzare il nostro totale di felicità. E se il fattore della direzione narrativa può giustificare la rinuncia a un po' di felicità, potrebbero farlo anche altri fattori. # Altro
✦ Robert Nozick. La vita pensata: meditazioni filosofiche. BUR Rizzoli, 2004
La felicità è un dono prezioso, ma non basta, da sola, a misurare il valore di una vita. Ciò che conta è anche il cammino che essa disegna, la direzione che prende, la persona che lentamente ci permette di diventare. Non siamo fatti per collezionare istanti piacevoli come si accumulano monete: abbiamo bisogno di riconoscere un senso nelle prove, una crescita nelle cadute, una mèta verso cui ogni esperienza, persino la più difficile, possa tendere. Forse una vita ben vissuta non è quella che conosce più felicità, ma quella che, guardandosi indietro, può riconoscere di essersi trasformata in qualcosa di più vero, di più libero e di più umano. La domanda decisiva non è: «Quanto sono stato felice?», ma «Che cosa ha fatto di me la vita che ho vissuto?». È una domanda socratica, aristotelica e, in fondo, anche profondamente umana: la felicità vi trova posto, ma come una delle forme in cui si manifesta una vita riuscita, non come il suo unico criterio.