Frammenti d'autore

Lezioni sull'antifascismo

💬 Altiero Spinelli

GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (4/6)

Prima dell'entrata in vigore del Codice Rocco, chi era condannato a più di cinque anni, doveva trascorrere, subito dopo la condanna, un sesto della pena in segregazione cellulare. Son molti ad aver così vissuto due o tre anni in solitudine assoluta. Dopo aver scontato la segregazione, o dopo la sua abolizione, si viveva durante il giorno in camerate, e durante la notte, a seconda della struttura delle carceri, in celle o in camerate. Si andava al passeggio in un cortile una o due ore al giorno. C'era teoricamente l'obbligo del lavoro, ma non essendoci in Italia lavoro sufficiente per tutti, praticamente si lavorava solo in alcune carceri, e dopo qualche tempo i politici ne sono stati esentati. Direi: fortunatamente, perché avendo dovuto per un certo tempo lavorare, posso dire tranquillamente che preferivo studiare per conto mio anziché impagliar sedie con un salario irrisorio, per far guadagnare un'impresa carceraria.

Giuridicamente non c'era nessuna distinzione fra delinquente politico e delinquente comune. Tutti eravamo trattati allo stesso modo, secondo il tipo di carcere di un paese povero, con scarsa pulizia, poiché pullulavano le cimici, con vitto scarso, che poteva essere integrato da chi riceveva denaro dalla famiglia o ne guadagnava col lavoro.

I politici erano, come si è detto, inizialmente mescolati con i comuni e sparsi per tutti i penitenziari d'Italia. Man mano che diventarono più numerosi furono concentrati in ogni carcere in camerate o in bracci occupati solo da loro. Poiché erano gente più tranquilla dei comuni, erano ben visti dai direttori delle carceri, i quali non si rendevano conto che quella tranquillità serviva a coprire una fitta rete di collegamenti clandestini con la cospirazione in Italia e all'estero. Come suole accadere in questi casi, l'idillio non durò a lungo. In seguito ad imprudenze verificatesi qua e là, le direzioni cominciarono a scoprire libri e giornali entrati nascostamente in carcere, e verso la metà del 1932 l'OVRA fece una irruzione improvvisa in tutte le carceri, perquisendo e scoprendo materiale clandestino. Da allora, salvo i malati che rimasero negli appositi penitenziari, i politici furono tutti concentrati sotto sorveglianza speciale nei tre grossi carceri di Civitavecchia, di Fossano e di Castelfranco d'Emilia. Alcuni, considerati pericolosissimi, come Ernesto Rossi, sono stati addirittura tenuti a Roma nel giudiziario sotto strettissima sorveglianza.

Benché il trattamento dei politici fosse uguale a quello dei comuni, c'era un notevole rispetto per loro. Si riconosceva che erano andati in carcere «per le idee», il che era strano ma ispirava soggezione ai guardiani. Ci furono qua e là alcuni tentativi di impedir loro di parlare di politica, ma ci si dovette rinunziare perché i carcerieri non riuscivano a comprendere la ragione di questo divieto. Tutti i delinquenti rievocavano i propri delitti fra loro, ed i nostri non consistevano in assassinî o furti ma nell'antifascismo. Era dunque nostro diritto continuare a parlarne.

Disponevamo perciò fra le mura del carcere di una libertà di parola che in Italia non esisteva più. A differenza del carcere borbonico e zarista, era però assai difficile ottenere la possibilità di scrivere, il che era abbastanza fastidioso poiché lo scrivere aiuta a concentrare e precisare le idee. In generale era proibito, ma in alcune carceri si finì col permettere di scrivere alcune ore al giorno in quaderni che erano conservati dalla direzione, e su cui occorreva perciò essere assai prudenti nel mettere nero sul bianco. Quando si era liberati dal carcere era quasi impossibile riavere questi quaderni. Uno dei rari casi in cui si sono salvati è quello dei quaderni di Gramsci, i quali, ad un livello intellettuale alto, vi danno un'idea del linguaggio coperto che bisognava adoperare per non svegliare l'attenzione del censore carceriere.

Poiché volevano impedirci di seguire la vita politica, erano proibiti i quotidiani, salvo per qualche tempo il «Sole», perché era un giornale economico; evidentemente i censori non si erano accorti che portava ogni giorno due o tre colonne di notizie politiche. Erano invece permesse le riviste, ma nell'autorizzarne l'acquisto il ministero aveva dimenticato di precisare che dovevano essere italiane, il che ci permise, ad esempio a Civitavecchia, di ricevere per parecchi anni il «Manchester Guardian Weekly», che era forse il più antifascista dei settimanali di tutto il mondo. Viceversa per leggere ad esempio il quotidiano ufficiale di Mussolini, il «Popolo d'Italia», si doveva ricorrere ai traffici clandestini con le guardie carcerarie. Il capitolo delle nostre relazioni illegali con l'esterno è troppo complesso perché possa qui rievocarlo; basti ricordare che grazie a queste relazioni riuscivamo ad avere libri e giornali proibiti dalla censura carceraria, e persino, in alcuni periodi, qualche esemplare della stampa clandestina.

Ci furono alcuni tentativi di instaurare un regime più duro ed un controllo più severo. Pochi, e poco coerenti, ma da non dimenticare. Vi ho parlato del concentramento avvenuto nel luglio 1932 in tre soli penitenziari. Ricordo ancora il caso del microfono che la direzione del carcere installò a Regina Coeli nella cella dove erano Bauer, Rossi ed altri. Si tentò anche di imporre a qualche giovane minorenne l'obbligo di andare la domenica a messa. Ci fu infine il grosso tentativo della direzione del carcere di Civitavecchia, compiuto verso la metà del 1932, di togliere i libri ai politici. In entrambi questi ultimi casi bastò tuttavia un cenno di protesta collettiva, che preludeva allo sciopero della fame, per indurre le direzioni a cedere ed a tornare all'ordinaria amministrazione della vita carceraria.

Per completare il quadro ricorderò che fra i politici c'era una fortissima solidarietà. Si mettevano in comune tutte le risorse, ripartendo il denaro, che si riceveva in misura diversa dalle proprie famiglie, in parti uguali fra tutti, con un trattamento di favore per i malati. Le giornate trascorrevano secondo regole cenobitiche stabilite dai prigionieri stessi. C'erano le ore di silenzio e di studio, le ore di conversazione e di svago, le ore di dibattiti organizzati. L'atmosfera era di notevole tolleranza reciproca, a differenza di quella del confino. [Continua]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962

4. Una società politica dentro il carcere
La vita carceraria non ha nulla di eroico nella sua materialità: segregazione cellulare anche per anni, camerate, poche ore d'aria, cimici, sporcizia, cibo scarso, lavori malpagati. Giuridicamente il prigioniero politico non gode di alcuna condizione particolare rispetto al delinquente comune. Eppure, con il crescere del numero degli antifascisti, proprio il carcere finisce per trasformarsi in un ambiente politico autonomo.
I detenuti vengono progressivamente concentrati insieme; discutono, studiano, organizzano collegamenti clandestini, introducono libri e giornali, mantengono rapporti con l'esterno. Quando l'OVRA scopre questa rete, reagisce concentrando i politici in pochi penitenziari sottoposti a sorveglianza speciale. Ma nemmeno così riesce a impedire completamente una forma paradossale di libertà.
Spinelli la descrive quasi con divertimento: dentro il carcere si può parlare di politica più liberamente che fuori. I delinquenti comuni raccontano i propri reati; quelli dei politici consistono nell'antifascismo, e dunque parlare di antifascismo diventa, quasi per logica carceraria, il loro modo naturale di raccontare ciò che li ha condotti lì.
Più difficile è scrivere. La parola scritta può circolare, sopravvivere, organizzare il pensiero: per questo viene controllata molto più attentamente. I quaderni sono sorvegliati e il linguaggio deve diventare prudente, coperto, allusivo. Spinelli richiama proprio i quaderni di Gramsci come esempio alto di questa necessità.
Anche la censura, però, ha le sue falle. Si proibiscono i quotidiani ma si lascia entrare Il Sole perché economico; si ammettono riviste straniere per dimenticanza burocratica e così arriva perfino il Manchester Guardian Weekly; paradossalmente, per procurarsi il Popolo d'Italia occorre affidarsi al traffico clandestino con le guardie.
La vita dei politici si organizza allora secondo regole proprie. Denaro e risorse vengono messi in comune, i malati ricevono di più, le giornate sono scandite da studio, silenzio, conversazione e dibattito. Dentro l'istituzione che dovrebbe isolare e spezzare gli oppositori nasce così una piccola comunità disciplinata, solidale e intellettualmente attiva. Il regime li ha sottratti alla vita politica del paese, ma essi riescono a ricostruire fra le mura uno spazio nel quale pensiero, discussione e solidarietà continuano a vivere.

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