Frammenti d'autore

Lezioni sull'antifascismo

💬 Altiero Spinelli

GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (3/6)

Quando si parla della repressione fascista mi sento sempre un po' imbarazzato nella scelta delle parole e del tono giusto. Era una cosa seria e dura, e quando cominciò ad essere applicata, suscitò un assai forte sdegno in tutti i paesi democratici, poiché quel che allora accadeva in Italia non era cosa degna di un paese civile. E tuttavia, col passare degli anni i sistemi della repressione totalitaria si sono talmente perfezionati; abbiamo conosciuto la repressione nazista, che mirava all'umiliazione totale ed alla distruzione fisica dell'avversario; la repressione stalinista che, rifacendosi su scala gigantesca ai metodi dell'Inquisizione, mirava a costringere l'avversario a degradarsi da se stesso, a considerare delittuoso ciò a cui credeva, a chiedere spontaneamente la propria condanna. La repressione fascista, che era ancora del tipo borbonico o zarista, è diventata al paragone solo moderatamente incivile. Ci sono state esecuzioni giudiziarie ed omicidi polizieschi, ma assai poco numerosi, se si confrontano con quelli cui ci hanno abituato la Gestapo e la Ghepeu. Fra i carcerieri, pur non mancando qualche occasionale atto di crudeltà, prevaleva una tal quale bonaria solidarietà di povera gente. «Voi siete l'ultima ruota del carro – ricordo di aver talvolta sentito dire da qualcuno di loro – ma noi siamo la penultima». Vi darò un solo esempio che mostra quanto poca ferocia ci fosse nella repressione fascista. A partire dal 25 luglio 1943 i confinati di Ventotene si trovarono ad essere quasi padroni dell'isola; ma, dovendo attendere che Badoglio si decidesse a mandare una nave che li riportasse sul continente, furono costretti a stabilire qualche provvisoria regola di convivenza con i militi ed i poliziotti che fino al giorno prima erano stati i loro guardiani. Chiedemmo dunque al commissario di polizia, ed ottenemmo che i più odiosi, i più zelanti fra costoro fossero tenuti fuori circolazione, chiusi nelle loro caserme. Ma non trovammo altro che due o tre fra militi e poliziotti. Tutti gli altri erano gente che aveva fatto il suo mestiere senza alcuna particolare cattiveria.

Ho voluto ricordare questi limiti di umanità entro cui si muoveva la repressione fascista, perché ce ne sono state di peggiori, ma non vorrei che pensaste che stessimo su un letto di rose.

Gli strumenti della repressione erano la polizia, il Tribunale speciale e le commissioni per il confino.

La polizia politica, l'onnipotente strumento di dominio di tutte le dittature, assunse in Italia la forma dell'OVRA, e molti dettagli su di essa si trovano nel libretto di Ernesto Rossi intitolato La pupilla del regime: l'OVRA. Alla polizia politica spettava il compito della sorveglianza e del metodico rastrellamento di tutto quanto apparisse antifascista nel paese. A questo scopo adoperava l'informazione, la delazione, la provocazione, gli arresti, gli interrogatori, la denunzia al tribunale o alla commissione per il confino. Nel corso degli interrogatori si ricorreva non di rado a forme varie di torture che andavano da semplici percosse a più raffinati supplizi eseguiti però alquanto dilettantescamente. Operai e contadini correvano assai più degli intellettuali e dei borghesi il rischio di essere torturati, perché erano considerati dalla polizia come materia umana di qualità inferiore. Le numerose informazioni che ho potuto accumulare in molti anni, conversando con molti prigionieri politici che erano stati torturati dalla polizia, mi hanno portato alla constatazione che la tortura rendeva assai poco a coloro che l'adoperavano. La percentuale delle persone che «cantavano» – come si diceva di coloro che davano alla polizia informazioni che avrebbero dovuto tenere per sé, provocando così arresti a catena – non mi sembra essere sostanzialmente più alta fra coloro che hanno subìto la tortura che fra coloro che non l'hanno subìta. Chi cantava cedeva non tanto al dolore fisico quanto allo spavento di trovarsi piccolo e solo, chiuso fra quattro mura, strappato di colpo da tutto il contesto della vita e delle relazioni umane quotidiane, dinnanzi a due o tre grossi e torvi poliziotti i quali incarnavano tutta la leviatanica strapotenza dello Stato. Non c'era quasi grosso processo in cui non ci fossero uno o due imputati che avevano cantato, permettendo alla polizia di moltiplicare gli arresti. Assai spesso coloro che avevano cantato erano brave persone il cui solo difetto era di essere un po' troppo deboli per le circostanze in cui si erano venuti a trovare. Quando non si trattava di vere e proprie spie, ma solo di uomini che avevano ceduto allo spavento, l'atteggiamento degli altri prigionieri politici a loro riguardo era di re-gola bonario. Si stava naturalmente attenti a non far conoscere loro le varie iniziative illegali che fiorivano anche in carcere ed al confino, ma erano perdonati ed accolti fra gli altri come compagni.

È naturalmente impossibile conoscere neanche approssimativamente il numero dei fermati e interrogati dalla polizia per ragioni politiche, ma se ne può avere un'idea approssimativa pensando che è certo stato di varie volte superiore al numero di coloro che sono arrivati fino all'imputazione ed alla condanna, poiché numerosissimi erano naturalmente i casi di coloro che la polizia rilasciava senza dare nessun seguito al fermo. Ernesto Rossi, con un lavoro da certosino, è riuscito a determinare alcune cifre concernenti coloro le cui pratiche furono trasmesse dalla polizia al Tribunale speciale o alle commissioni per il confino. Nei 17 anni che vanno dal 1926 al 1943 ben 21.000 cittadini furono denunziati dalla polizia al Tribunale speciale; di cui 5.319 furono rinviati a giudizio e 5.155 condannati. Il totale degli anni di reclusione inflitti fu di 28.116. I confinati furono all'incirca 10.000. I vigilati speciali e gli ammoniti circa 160.000. Poiché la fantasia si sperde fra i grandi numeri, si può anche dire che durante tutto questo periodo in media ogni settimana la polizia, attingendo da un numero imprecisabile di gente fermata, metteva 181 cittadini sotto il regime dell'ammonizione e della vigilanza speciale, ne mandava 11 al confino, e ne denunziava 24 al Tribunale speciale. Fra questi ultimi ne erano ogni settimana condannati circa 6 a pene che andavano da 1 a 30 anni, e la cui media era di circa 6 anni a testa. Ciò per 17 anni ininterrottamente.

Le condanne erano inflitte dal Tribunale speciale dopo dibattiti praticamente inutili, perché assai spesso tribunale e polizia non ci tenevano a far conoscere agli imputati le fonti delle loro informazioni, e perché all'inizio delle brevi sedute il tribunale aveva di regola già in tasca la sentenza. Processi che si concludevano con quindici, venti e più anni di carcere erano sbrigati in due o tre ore. Gli imputati potevano essere difesi solo da avvocati autorizzati dal Tribunale speciale, il che era sufficiente per stabilire un salutare clima di diffidenza dell'imputato rispetto al suo avvocato. Bisogna dire che malgrado questi metodi il Tribunale speciale procedeva, dal punto di vista fascista, con sostanziale buon fiuto. Gli errori giudiziari furono assai scarsi; chi era condannato aveva di regola effettivamente vio-lato la legge fascista.

Le commissioni per il confino e l'ammonizione erano organi amministrativi, cui bastava un rapporto della polizia per colpire l'imputato. Questi assai spesso non era nemmeno interrogato, ma attendeva in prigione che si decidesse di lui. Mentre il Tribunale speciale non commetteva in genere errori, le commissioni per il confino, procedendo in modo assai più approssimativo, non si limitavano ad ammonire o confinare i politici veri e propri, ma anche ogni ubriacone che, avendo trovato «in vino veritas», si fosse lasciato sfuggire in un'osteria qualche frase poco rispettosa per il duce e per il regime. Nel mucchio c'erano anche spie del regime non più utilizzabili, qualche turbolento fascista dissidente, qualche protestante, e via dicendo.

Scontati gli anni di carcere o di confino il prigioniero politico nei primi tempi era rimesso di regola in libertà, ma col passar degli anni si introdussero alcuni timidi perfezionamenti. Il principale consisteva nel mandare direttamente al confino il condannato che aveva scontato la pena carceraria, e nel rinnovare sistematicamente il confino. Ad un certo momento l'antifascista che entrava in questo ingranaggio diventava prigioniero a tempo indeterminato. Essere liberato dipendeva tuttavia da lui. La regola non scritta ma applicata dal regime rispetto ai suoi prigionieri era infatti che chi faceva atto di sottomissione, riconoscendo la grandezza del fascismo e, soprattutto, del suo duce, otteneva dopo un certo tempo, con qualche difficoltà nel caso del carcere, con relativa facilità nel caso del confino, di essere rimesso in libertà. Si può perciò dire che gli antifascisti non solo affrontavano coscientemente la prigione col loro rifiuto di riconoscere la validità delle leggi fasciste, ma ci restavano anche volontariamente con il loro rifiuto di fare atto di sottomissione al regime. [Continua]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962

3. La macchina repressiva e i suoi limiti
Parlando della repressione fascista, Spinelli rifiuta sia di attenuarne la durezza sia di descriverla con categorie che appartengono ad altre esperienze totalitarie. Dopo aver conosciuto ciò che nazismo e stalinismo avrebbero fatto della repressione politica, egli vede nel fascismo italiano una violenza ancora «borbonica o zarista»: seria, ingiusta e talvolta crudele, ma non organizzata sistematicamente per distruggere fisicamente l'avversario o costringerlo a rinnegare interiormente se stesso. Questa distinzione non diminuisce la responsabilità del regime; serve piuttosto a precisarne il carattere.
Persino fra i carcerieri Spinelli ricorda una certa solidarietà di povera gente, riassunta nella frase di chi diceva ai prigionieri: voi siete l'ultima ruota del carro, noi la penultima. È una delle tante sfumature che impediscono al racconto di diventare una rappresentazione schematica di carnefici e vittime.
Gli strumenti essenziali della repressione sono tre: polizia politica, Tribunale speciale, confino. L'OVRA sorveglia, raccoglie informazioni, utilizza delatori e provocatori, arresta e interroga; ricorre anche alla tortura, soprattutto contro operai e contadini, considerati più facilmente maltrattabili. Ma Spinelli osserva che spesso non è il dolore fisico a far cedere un uomo: è piuttosto il senso improvviso della propria piccolezza davanti alla potenza dello Stato, l'isolamento, la paura di trovarsi soli fra quattro mura. Anche per questo, quando chi aveva «cantato» non era una spia ma semplicemente una persona crollata sotto lo spavento, gli altri prigionieri tendevano più a compatirlo che a espellerlo.
Il Tribunale speciale opera diversamente. I processi sono rapidi, le garanzie quasi inesistenti, le sentenze spesso già determinate. E tuttavia Spinelli nota che gli «errori giudiziari» sono relativamente pochi: chi viene condannato ha generalmente compiuto ciò che la legge fascista considera reato. Proprio qui sta il paradosso più rivelatore. Non occorre sempre falsificare i fatti quando si è già trasformato in delitto il semplice esercizio della libertà politica.
Ancora più sommario è il confino amministrativo, che può colpire il militante come l'ubriaco imprudente, il fascista dissidente o chiunque cada nella rete del sospetto. Col tempo, inoltre, carcere e confino tendono a concatenarsi e a rinnovarsi, fino a rendere la detenzione potenzialmente indefinita.
Rimane però aperta una via d'uscita: la sottomissione. Chi riconosce il fascismo e il suo capo può sperare di tornare libero. È in questo senso, provocatorio ma chiarissimo, che Spinelli afferma che molti antifascisti «restavano volontariamente» prigionieri: non perché avessero scelto il carcere, ma perché rifiutavano di acquistare la libertà materiale al prezzo della propria capitolazione politica.

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