Lezioni sull'antifascismo
💬 Altiero Spinelli
GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (2/6)
Se si vogliono comprendere le ragioni per cui si andava in prigione e ci si restava nell'èra dello Stato totalitario fascista, occorre avere un'idea generale del modo in cui allora la gente viveva e sentiva politicamente in Italia.
Con l'introduzione delle leggi speciali e con l'instaurazione del regime totalitario, tutto doveva essere nello Stato, e lo Stato doveva essere tutto fascista. Apparentemente la realtà si adeguò a questa regola. Come suole sempre accadere in simili casi, l'accettazione dello stato di fatto fu quasi universale. Ed era naturale che fosse così. Il potere statale, forte e adoperato con durezza, intimoriva quasi tutti. Molte carriere si chiudevano a chi mostrava di disapprovare il fascismo, e molte restavano aperte a chi vi aderiva. Ciò valeva soprattutto per le giovani generazioni che, per entrare nella vita attiva, dovevano pagare lo scotto dell'accettazione del regime, della partecipazione alle organizzazioni giovanili. Fra tutti citerò un solo caso che mostra in modo assai caratteristico in che misura gli Italiani si inchinarono dinnanzi alla dittatura. Ad un certo momento il governo introdusse il giuramento di fedeltà al regime per i professori universitari. Fra costoro erano notoriamente numerosi i non fascisti e gli antifascisti, ed il giuramento era stato imposto per metter fine alla pretesa, che gli universitari avrebbero potuto mantenere, di essere al di là e al di sopra della politica. Solo undici professori rifiutarono il giuramento e persero il posto.
Questa l'apparenza. In realtà la presa del fascismo sugli animi fu assai superficiale. Numerosi erano coloro che «realisticamente» si adattavano, e coloro che profittavano del nuovo regime, ma se ci si chiede chi sia stato veramente fascista, dal fondo del suo animo, bisogna constatare che il loro numero è assai scarso, riducendosi ai gerarchi e gerarchetti, cui il fascismo dava una autorità che mai avrebbero altrimenti avuta, e ad alcuni pochi gruppi contadini cui il fascismo aprì una prospettiva di vita migliore con le opere di colonizzazione interna ed africana – in Libia e poi in Africa Orientale. Nell'enorme maggioranza della popolazione l'acconsentimento e il timore si accompagnavano regolarmente ad un malcontento latente che si sfogava in molti modi. C'era la scettica ed ironica incredulità che si manifestava in un'incessante fioritura di barzellette. C'era la distinzione, che si impara sempre rapidissimamente in ogni regime dittatoriale, fra l'atteggiamento pubblico e quello privato. Si portava la «cimice» all'occhiello – così era comunemente chiamato il distintivo del partito –, si faceva il saluto fascista, ci si dava del voi – poiché ad un certo momento Starace aveva scoperto che il voi era più rivoluzionario, più italiano e più maschio del lei – si rendevano i richiesti omaggi ai potenti, ma in privato tutto ciò era deposto con la stessa facilità con cui ci si leva lo scomodo frac dopo una fastidiosa cerimonia e si torna al vestito di ogni giorno. Si imparava a scrivere ed a leggere fra le righe – abitudine che i più giovani fra voi non conoscono, ma che allora tutti praticavano abbastanza bene.
Ognuno aveva amici di cui si poteva fidare e con cui parlare liberamente. Questi gruppi esistevano dappertutto, nel mondo laico, nel cui seno era nato il fascismo, e nel mondo cattolico che gli si era alleato: fra le classi lavoratrici e nei ceti borghesi; persino in certi ambienti fascisti ufficiali. Era, ad esempio, noto che intorno a Bottai si aggiravano ed erano protetti alcuni antifascisti, o che nell'Enciclopedia italiana, intorno a Gentile, c'era un covo di antifascisti. È questo un fenomeno che si verifica sempre nelle dittature. Persino nella Germania nazista, Goering diceva ad esempio che chi fosse o no ebreo era lui a deciderlo, il che significava che aveva qualcuno da proteggere.
C'era poi quella che, con espressione adoperata più tardi in Germania, si può chiamare l'emigrazione interna: uomini autorevoli come Croce ed Einaudi; meno noti, come alcuni professori, giudici, professionisti, ed altri che avevano avuto un certo significato nella vita sociale, i quali se ne stavano sdegnosamente appartati, e dei quali era difficile dire quanto pensassero al passato e quanto al futuro. La loro influenza non era trascurabile, anche quando scrivevano o parlavano di cose che non avevano a che fare con l'attualità politica, anche quando tacevano.
Il regime totalitario non funzionava alla perfezione e c'erano pubblicazioni le quali, evitando prese di posizione poliziesche, che avrebbero portato alla loro immediata repressione, indirizzavano gli animi verso valori diversi da quelli predicati dal fascismo, ed esercitavano una notevole influenza. Le più importanti furono la «Critica» di Croce, la «Riforma sociale» di Einaudi, e su un piano più politico gli Acta Diurna che Gonella pubblicava sull'«Osservatore Romano». Ma c'erano molte altre riviste e rivistine, alcune effimere, altre autorevoli, fino a quel minuscolo «Amico delle famiglie» pubblicato da non so più quale parrocchia di Genova, che, in certi periodi, fu per noi in carcere una delle principali fonti di notizie intelligentemente scelte da un redattore che non era certo fascista.
Questo stato d'animo, che Mussolini chiamò una volta beffardamente lo jus murmurandi , era diffuso, ma oscillante come le maree. C'erano punte acute nei momenti più difficili, come durante la grossa crisi economica del 1929 e del 1932, durante la guerra di Spagna, durante la guerra mondiale, e c'erano punte di depressione durante la relativa prosperità del 1928-1929, al momento della guerra abissina, delle sanzioni e della fondazione dell'impero. Il silenzio diventava allora quasi assoluto, perché sembrava agli Italiani che il fascismo fosse veramente riuscito a creare qualcosa di permanente, qualcosa che non permetteva più di pensare con un minimo di realismo a prospettive differenti. Ma erano momenti effimeri che il fascismo stesso o gli eventi mondiali si affrettavano a dissolvere.
Bisogna riconoscere che grazie a questo atteggiamento di salutare riserva, gli Italiani riuscirono a salvare parecchio del capitale culturale prefascista ed a trasmetterlo alle generazioni nuove che, col passare degli anni, si facevano avanti. Più di quanto sia stato possibile ad esempio in Germania, dove simili posizioni di riserva non mancarono, ma furono più rare, e soprattutto più pericolose a mantenersi. Però il tono generale della vita pubblica e della vita individuale si abbassava; si attenuava il senso della sicurezza personale, dei propri diritti, della propria dignità. Cresceva il servilismo verso i potenti. C'erano quelle che Tocqueville chiama le qualità private di buoni padri di famiglia, ma sparivano le grandi virtù politiche della vita libera.
In questa atmosfera di piccole libertà private e di servitù pubblica, ci furono, dal primo all'ultimo momento della dittatura, alcuni che alimentavano in segreto il loro antifascismo, lo lasciavano maturare, diventare serio, e ne traevano infine la decisione di rifiutare la comoda ma umiliante situazione del mormoratore. Il primo passo verso l'antifascismo militare era sempre una protesta non solo contro il regime, ma anche contro coloro che si contentavano dello jus murmurandi . Dapprima furono uomini che erano stati antifascisti fin dall'inizio; ma col passare degli anni apparvero generazioni le cui sole esperienze politiche erano state quelle dell'ambiente fascista. In genere questa o quella tradizione famigliare aveva mantenuto in qualche modo aperto uno spiraglio su un mondo diverso. Ma talvolta erano anche veri e propri giovani fascisti che entravano in crisi e passavano dall'altra parte.
Costoro, dunque, rifiutavano il parlar velato, il pensare con riserva mentale, e decidevano di uscire dalla legalità per affermare e preparare un avvenire diverso da quello fascista.
Durante questi diciassette anni ci sono state diverse cospirazioni che hanno alimentato ininterrottamente carceri e luoghi di confino, e che elencherò qui limitandomi a tratteggiarne le principali caratteristiche.
Comincio da quella più numerosa e più fortemente organizzata: la cospirazione comunista. Era la meglio attrezzata, sia perché, grazie agli aiuti dell'Internazionale, disponeva di maggiori mezzi, sia perché il partito comunista è un movimento fra politico e religioso che seleziona uomini particolarmente efficaci specialmente nelle situazioni di illegalità. Questa superiore capacità cospirativa attirò molti, che vedevano nella cospirazione comunista una forma della lotta per la libertà. Ma si trattava di una illusione, dovuta al fatto che chi è perseguitato può sempre con naturalezza adoperare le parole e muovere i sentimenti della libertà. In realtà, per i comunisti si trattava di mantenere e sviluppare i quadri del partito che avrebbe dovuto fondare il potere totalitario comunista, il giorno della caduta del potere totalitario fascista. Era questa la ragione per cui davano un'importanza assai grande a tutto l'aspetto organizzativo: cellule, federazioni, centri interni, rete di funzionari. Continuamente bisognava rimettere in piedi l'organizzazione che la polizia continuamente spezzava.
La formula politica adottata dalla cospirazione comunista fu in un primo momento quella gramsciana che traduceva in termini italiani la tattica del fronte unico. Nel 1929 sopravvenne la svolta radicale del VI congresso dell'Internazionale, che decretò, per così dire, lo stato di emergenza per tutti i partiti comunisti del mondo, poiché a Mosca Stalin aveva deciso che il mondo si trovava ormai alla vigilia della rivoluzione ed aveva decretato che, ad eccezione dei comunisti tutti erano da considerare come reazionari e complici diretti o indiretti del fascismo. Mentre i comunisti tedeschi durante questo periodo conducevano la loro folle campagna contro la socialdemocrazia senza accorgersi dell'ascesa del nazionalsocialismo, il partito italiano si piegava, malvolentieri ma disciplinatamente, ad ordini assurdi che gli imponevano di denunziare come fascisti i cospiratori democratici. Dopo la caduta della repubblica di Weimar ed alcuni anni di meditazione su questa sconfitta, i comunisti passarono a predicare il fronte popolare, il che permise loro contatti e relazioni meno tese con altre forze antifasciste. Più avanti, dopo la fondazione dell'impero, i comunisti si avventurarono fino allo strano tentativo di adoperare nella cospirazione anche le formule del fascismo rivoluzionario del 1919, che opponevano a quelle del fascismo statale ed imperiale nella speranza di attirare le giovani generazioni fasciste, senza obbligarle a vomitare il fascismo come tale. Fu in questa epoca che i comunisti impararono ad adoperare il linguaggio risorgimentale, che non hanno poi più abbandonato. Successivamente ci fu il breve periodo di smarrimento completo seguito al patto Hitler-Stalin, ed all'aggressione sovietica contro la Finlandia. Nell'ultimo periodo la propaganda comunista assunse la fisionomia comune a tutto l'antifascismo, e cioè quella di un elementare patriottismo che rimproverava al fascismo di aver venduto l'Italia alla Germania ed al nazismo.
La seconda cospirazione fu quella democratica. Si imperniava intorno al movimento «Giustizia e Libertà», suscitato da Carlo Rosselli dopo la sua fuga da Lipari, ma accanto e dopo «Giustizia e Libertà» apparvero altre iniziative, fra le quali ricordo qui solo i gruppi liberal-socialisti formatisi intorno a Guido Calogero, e i primi raggruppamenti di quello che doveva poi diventare il partito d'azione. Questa cospirazione aveva come suo preciso ideale la riconquista della libertà e l'instaurazione della democrazia in Italia, concependo l'avvenire non come una restaurazione dello Stato prefascista, ma come una creazione nuova che avrebbe dovuto sorgere da una rivolta democratica del popolo italiano. Aveva mezzi assai più modesti di quelli del partito comunista, e non aveva né la capacità né le manie organizzative dei comunisti, essendo i suoi seguaci tutti impregnati di uno spirito romantico e cavalleresco, che li rendeva più simili ai cospiratori del Risorgimento che a quelli delle moderne rivoluzioni. Ma proprio per questa loro più diretta umanità avevano contatti assai maggiori dei comunisti con quei vasti strati della società italiana, di cui ho descritto il latente benché passivo antifascismo. La loro influenza andava molto al di là della loro organizzazione.
Né la cospirazione comunista né quella democratica predicavano e praticavano il terrorismo, e se si confronta la cospirazione italiana di quel tempo con altre cospirazioni di altri paesi e di altre epoche si può constatare che il terrorismo rivoluzionario ha avuto in Italia una parte assai poco importante. Non è tuttavia mancato del tutto, poiché c'è stato uno stillicidio di attentati e di mancati attentati, quasi sempre di anarchici, aiutati talvolta da «Giustizia e Libertà». Questa amava l'idea delle cosiddette «azioni dirette» che tendevano con qualche gesto vistoso a fare appello alla fantasia degli Italiani, ma non miravano all'eliminazione fisica dei capi fascisti. Ernesto Rossi vi parlerà egli stesso del tentativo compiuto da lui e da Bauer di organizzare una di queste azioni dirette. Negli atti terroristici propriamente detti troviamo assai spesso, già nel momento in cui cominciavano ad essere elaborati, la presenza della polizia fascista, talvolta vera e propria provocatrice, talvolta oculatamente informata di quel che si tramava, in modo da essere pronta ad intervenire al momento opportuno. Zaniboni era accompagnato da una spia. L'attentato della fine del 1926 – detto di Zamboni, perché si concluse col linciaggio di un giovane avanguardista del tutto innocente, che così si chiamava, e con la condanna di quasi tutti i suoi famigliari – fu certamente opera di fascisti. Ugualmente fascisti erano gli autori dell'attentato al re di qualche anno dopo, cui fecero seguito l'arresto e la tortura di un gruppo di comunisti, nel vano tentativo di far loro confessare quel che non avevano fatto.
Non possiamo qui dimenticare la cospirazione slovena, attiva dal principio alla fine, e che fornì innumerevoli prigionieri politici. Gli Sloveni erano stati un vero e proprio bottino di guerra dell'Italia nel 1918, ed il fascismo esercitò un'enorme e dura pressione per italianizzarli. Conformemente alle tradizioni rivoluzionarie slave la cospirazione slovena, a differenza di quella italiana, fu fortemente terroristica.
Vorrei attirare la vostra attenzione anche sulle cospirazioni che non ci sono state. C'erano nelle organizzazioni dell'Azione cattolica numerosi antifascisti, ma non c'è stata una cospirazione cattolica. Salvo due o tre casi, è mancata quasi del tutto la cospirazione socialista. Al di fuori del caso dell'Alleanza Democratica di Vinciguerra non conosco altri casi di cospirazione liberale. A differenza degli Sloveni, i Sudtirolesi non hanno generato nel loro seno alcuna cospirazione.
Gli attentati e le «azioni dirette» punteggiavano qua e là l'attività cospirativa antifascista, ma non ne hanno costituito la caratteristica centrale. Se ci si chiede quale fosse la principale attività per cui tanta gente stabiliva difficili collegamenti clandestini, che andavano da una città all'altra e facevano capo a centri interni ed esteri; perché si varcavano illegalmente le frontiere; perché si tenevano pericolose riunioni segrete; perché si affrontavano arresti e condanne, bisogna constatare che l'antifascismo militante consisteva essenzialmente nell'allestimento e nella diffusione di giornali, volantini ed opuscoli clandestini. Erano ben modesta cosa, ma lo stamparli o l'introdurli in Italia, il distribuirli ed il leggerli erano imprese che si potevano pagar care. Una parte non arrivava mai al lettore perché intercettata dalla polizia, ma ogni foglio che entrava in circolazione non era letto e gettato via, come si fa ora con un giornale; passava di mano in mano ed era letto da centinaia di persone.
Piani per l'avvenire e forme di organizzazione erano diversi da caso a caso, ma in sostanza quel che si faceva e per cui si andava a finire ad un certo momento nelle mani della polizia, era la pura e semplice riaffermazione del diritto di pensare, parlare e vivere liberamente, senza rispettare né leggi eccezionali, né tribunali di parte, né polizia politica, né nulla di quanto la tirannide pretendeva che fosse rispettato. [Continua ]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962
2. Dal consenso apparente alla cospirazione
Una dittatura può ottenere obbedienza senza conquistare davvero gli animi. È questa una delle osservazioni più sottili di Spinelli. Il fascismo totalitario occupa la vita pubblica, condiziona le carriere, impone riti, organizzazioni e fedeltà; e quasi tutti, per paura, interesse o semplice necessità di vivere, imparano ad adattarsi. Il caso dei professori universitari che accettano quasi unanimemente il giuramento mostra quanto possa essere efficace questa pressione. Ma dietro l'uniformità pubblica continua a esistere un'altra Italia: quella delle barzellette, delle conversazioni fidate, della «cimice» portata all'occhiello senza convinzione, del saluto fascista eseguito come una formalità e dimenticato appena chiusa la porta di casa.
È lo jus murmurandi : una zona di dissenso privato, ironico, prudente, che non abbatte il regime ma impedisce che esso possieda interamente le coscienze. In questo spazio sopravvivono Croce, Einaudi, riviste non fasciste, piccoli ambienti culturali e persino nicchie protette dentro istituzioni ufficiali. Spinelli non disprezza questa resistenza passiva: riconosce che permise di conservare parte della cultura prefascista e di trasmetterla ai più giovani. Ma ne vede anche il limite. Quando la libertà resta confinata nell'intimità, la società si abitua al servilismo, perde sicurezza nei propri diritti e conserva le virtù private sacrificando quelle politiche.
L'antifascismo militante nasce proprio quando qualcuno non accetta più questa divisione fra pensiero e comportamento. All'inizio sono soprattutto uomini formatisi prima della dittatura; poi compaiono giovani cresciuti interamente sotto il fascismo e perfino fascisti che, entrando in crisi, passano dall'altra parte.
Da qui prendono forma cospirazioni diverse. Quella comunista è la più organizzata, disciplinata e resistente, ma anche strettamente dipendente dalle svolte dell'Internazionale: fronte unico, settarismo del 1929, fronte popolare, disorientamento dopo il patto Hitler-Stalin, infine patriottismo antitedesco. Quella democratica, raccolta soprattutto attorno a «Giustizia e Libertà», dispone di mezzi inferiori e di minore disciplina, ma possiede uno spirito più risorgimentale e rapporti più naturali con il vasto antifascismo latente della società italiana. Vi sono poi gli anarchici, la cospirazione slovena, più incline al terrorismo, e, significativamente, le cospirazioni che quasi non esistono: cattolica, socialista, liberale, sudtirolese.
Ma il tratto comune dell'antifascismo clandestino italiano non è il terrorismo. La sua attività fondamentale è assai più umile e, proprio per questo, eloquente: stampare, introdurre, distribuire, leggere fogli proibiti. Un giornale clandestino passa di mano in mano e vale molto più di una copia. In definitiva, dietro organizzazioni e programmi differenti, ciò che si rivendica è qualcosa di elementare: il diritto di pensare, parlare e vivere senza riconoscere come legittimi i divieti imposti dalla dittatura.