Frammenti d'autore

Diario di una sciamana di città

💬 Nella cabina del Tupolev di Aeroflot, affido a una hostess il mio tamburo da sciamana. Trova subito da ridire. È troppo grande per entrare nel vano per i bagagli. Alla fine riesce a scovargli un posto in prima classe, tra due file di poltrone. Guardo la faccia del passeggero seduto davanti al tamburo. Guardo le facce degli altri passeggeri. Mi viene da piangere. Come reagirebbero quegli uomini d'affari, in giacca e cravatta, col computer poggiato davanti a loro, se ora dicessi, con voce tranquilla: «Io sono una sciamana, e quando suono quel tamburo mi trasformo in lupo!».

Tornando nella classe turistica, posto n. 23, vicino all'oblò, mi rendo lucidamente conto, per la prima volta da quando sono partita da Ulan Bator, che il minuscolo sedile in cui calerò le mie per fortuna piccole chiappe, mi rispedirà dritta dritta nell'universo occidentale. Dall'anima mongola della mia maestra Enkhetuya agli imprevedibili amici di Parigi.
✦ Corine Sombrun. Diario di una sciamana di città. Piemme, 2008

A volte il viaggio più lungo non è quello che separa due continenti, ma quello tra due modi di guardare il mondo. Da una parte, c'è il tamburo della sciamana, capace di aprire la strada a metamorfosi, spiriti e visioni; dall'altra, la cabina di un aereo piena di uomini d'affari, computer portatili e abitudini rassicuranti. Il tamburo trova posto fra le poltrone, ma la vera domanda è se possa trovarlo anche nell'immaginazione di chi lo osserva. Seduta al suo posto accanto all'oblò, la viaggiatrice avverte che il ritorno è già cominciato. Non verso una città, ma verso una civiltà diversa da quella che si lascia alle spalle.