Frammenti d'autore

La mia vita di giornalista

💬 PARTE PRIMA

VIII. Le figlie del banchiere

Feci la traversata da Shanghai a Formosa su una nave giapponese piccola ma ben condotta della linea OSK. Fra i passeggeri c'erano un uomo d'affari giapponese e sua moglie, accompagnati dalla figlia, piuttosto carina. Non ancora ventenne, era molto riservata e modesta, e teneva invariabilmente gli occhi bassi o rivolti altrove, come si addiceva a quell'epoca a una giovane giapponese bene educata.

Il commissario di bordo, notando un giorno che la occhieggiavo, sogghignò e disse: – Non come modan garu giapponesi, sodesu-ka, ne? Non guarda gli uomini.

– No, certo. Ma è molto graziosa.

– Lei conosce modan garu in Giappone?

– Se ne conosco? be', sì, – risposi io, con sua meraviglia. – Ne ho incontrata qualcuna nel mio primo viaggio in Giappone, due anni fa. Erano figlie di un banchiere.

– Sì-ì? – Sembrava scettico, e aspettava che gli dicessi dell'altro. – Sì, – aggiunsi, – due ragazze molto simpatiche –; e lo lasciai con la sua curiosità...

 

Era stato Larry J. a presentarmi alle figlie del banchiere. Larry era un giornalista che avevo conosciuto poco dopo il mio arrivo in Giappone.

– Hai mai avuto un appuntamento con una ragazza giapponese? – mi chiese. – Voglio dire una ragazza perbene, figlia di famiglia?

– Non ho avuto appuntamenti con ragazze giapponesi di nessun genere, – risposi. – Come si fa?

– Ne conosco un paio da farti venire le traveggole. Sono figlie di un banchiere rispettabile. Una parla benissimo inglese.

– Ho sempre sentito dire che qui le ragazze di famiglia son troppo sorvegliate per poter andare in giro con degli stranieri – (e così era effettivamente, a quel tempo).

– Non sai che c'è una rivolta in corso? È guidata da quelle che qui chiamano modan garu; cioè «modern girl», figliolo. Altro articolo. Si taglia i capelli a zazzera, si mette la lacca alle unghie e il rossetto, va matta per il jazz e per il ballo. I vecchi sono in subbuglio. Che ne dici, le chiamo?

– Perché no? – Stetti a sentire, con ammirato rispetto, Larry che si effondeva al telefono in una quantità di hai-hai moshi-moshi. Aveva un cinque anni più di me e si trovava in Giappone da parecchi anni, abbastanza per sapersi muovere e prendere gusto a far colpo su uno che era novizio dell'Oriente.

– Tutto a posto, – disse dopo aver riappeso il telefono. – Le vado a prendere e le porto qui. Aspettami –. Partì in macchina, e un'ora dopo era di ritorno nel suo appartamento con Chiyeko e Seiko.

Erano tutto ciò che Larry aveva promesso, squisite creature simili a bambole; gli splendidi chimono, le alte cinture lucenti, le acconciature laccate erano davvero di un'eleganza quale soltanto un banchiere poteva permettersi. Prendemmo il tè e poi ballammo al suono di vecchi dischi americani. L'inglese di Seiko si rivelò limitatissimo ma lei lo usava in modo straordinariamente espressivo. Non avevo mai visto delle ragazze capaci di nascondere con tanta incantevole disinvoltura la confusione col riso.

Verso sera Seiko ci invitò a casa sua per la cena. Salimmo sull'automobile di Larry e uscimmo da Yokohama per una strada che correva lungo una costa rocciosa orlata di sempreverdi giapponesi, e a tratti tornava a internarsi in una campagna resa gaia dagli iris in piena fioritura. All'imbrunire la macchina svoltò inoltrandosi per un boschetto di cedri e di crittomerie, di là dal quale intravidi una spiaggia biancheggiante.

– Entrate in casa mia, prego, – disse Seiko con un inchino. – Adesso voi siete miei ospiti.

Seguimmo lei e Chiyeko per uno stradino illuminato da lanterne, attraversammo una siepe e giungemmo in un giardino ben tenuto, con al centro un piccolo stagno infossato in cui carpe dorate guizzavano fra larghe foglie di loto. Sul tatami di un cottage con le finestre di carta, da cui giungeva il suono della risacca, cenammo serviti da una neisan a cui la mia goffaggine nell'usare i bastoncini suscitava scrosci di risatine soffocate. Alla fine del pasto Larry le disse qualcosa in giapponese; lei disse «Hai» e mi guardò, di nuovo con un riso educato. Poi Larry si scusò, dicendo che lui e Chiyeko andavano a fare una passeggiata. Non tornò più.

Rimasto solo con Seiko e qualche tazza di sakė nelle cui minuscole cavità galleggiavano scaglie d'oro vero, mi attaccai disperatamente al mio dizionario tascabile, cercando di interessarla alle meraviglie dell'America. Ma chi aveva voglia adesso di parlare dell'America? Perché la neisan era tornata, aveva toccato il pavimento con la testa, e depositato due sottili chimono di cotone.

– Ofuro wo kudasai, suki desuka? – disse; e Seiko aggiunse dolcemente: – Basu pronto adesso.

Dopo esserci cambiati indossando i leggeri chimono e dei sandali di paglia, Seiko mi guidò nel giardino. Seguimmo un altro sentiero rischiarato da lanterne che finiva a un padiglione rosso, dov'era un'ampia piscina vetrata e rivestita di ceramica da cui si vedeva e si sentiva il mare rompersi sulla riva. La piscina era punteggiata da una mezza dozzina di alte acconciature nere e splendenti che coronavano la testa di giovani donne giapponesi dall'aria dignitosa, intente a chiacchierare placidamente, tra i vapori fumanti, con dei signori giapponesi immersi accanto а loro. Mi chiesi se uno di quelli fosse il padre di Seiko; ma lei non accennò a presentarmi.

Invece, lasciò cadere il chimono e sedette su un basso sgabello di legno, mentre un inserviente le versava addosso dell'acqua e le strofinava vigorosamente la schiena. Quando si alzò, entrando nella piscina, mi fece segno di seguirla. Mi uniformai allora ai costumi del paese, sottoponendomi alla strofinata e alla doccia fredda prima di affidarmi solennemente ai flutti. Dopo un conveniente periodo di piacevole bollore Seiko tornò a farmi da guida nella notte incantata. Camminammo in silenzio per i boschetti fragranti e scendemmo sulla spiaggia rocciosa, mettendoci a tirare sassolini nell'irrequieto Pacifico. L'aria notturna si faceva pungente, e presto tornammo a rapidi passi nel rustico cottage dove avevamo cenato. Soffici trapunte erano stese adesso sopra le stuoie, e una teiera borbottava allegramente su un hibachi rosseggiante.

E anche qui tutto fu come un sogno di terre lontane che non si sarebbe mai più ripetuto, ma questa volta soltanto era vero.

La mattina dopo vidi che c'erano un'altra mezza dozzina di casette discretamente celate nel terreno sistemato con arte lungo la riva del mare. Larry aveva combinato in segreto ogni particolare per mantenere in me l'illusione del suo scherzo, in modo che io potessi apprezzare la cortigiana giapponese al suo livello supremo, artista di un'antica professione che là era riconosciuta degna di una stupenda messinscena. Seiko e Chiyeko erano figlie di banchieri; non di un banchiere particolare, ma di quello che era allora un nuovo e rinomato giardino di geishe. Naturalmente la differenza fra loro e le ospiti dei bordelli della Dodicesima Strada a Kansas City era soltanto una questione di tempo, di spazio e di cultura: le leggi economiche fondamentali rimanevano le stesse. Ma questo pensiero allora non mi turbò. [...]
✦ Edgar Snow. La mia vita di giornalista: un viaggio attraverso la storia contemporanea. Einaudi, 1977

Lanterne, iris, tatami, sakè con scaglie d'oro, il bagno fumante davanti al Pacifico: tutto sembra offrirsi come un'improvvisa intimità con un Giappone segreto, elegante e remoto. Anche Seiko pare appartenere interamente a quel sogno, finché il mattino non ne rivela la perfetta regia. Le «figlie del banchiere» lo sono davvero, ma soltanto nel nome di una casa di geishe; il caso era stato predisposto nei minimi particolari perché l'illusione risultasse completa. Eppure la scoperta non cancella l'incanto della notte: gli toglie soltanto l'innocenza. Dietro la poesia del rito ricompare, placidamente, il mestiere.

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