Piccole donne uccidono
💬 Una duplice tragedia
Trattandosi di una commedia spagnola, quella sera Clotilde riuscì a immedesimarsi nella parte con un tale abbandono da apparire come l'incarnazione della forza e della passione. In quanto a me, non avrei certo potuto recitare male dal momento che ero realmente l'amante che impersonavo. Prima del suo arrivo mi accontentavo di interpretare i ruoli che mi venivano affidati con l'unica ambizione di guadagnarmi senza sforzo il salario.
Lei cambiò tutto, poiché intuì in me un talento che io invece disdegnavo e comprese che a rendermi indifferente era la totale mancanza di entusiasmo.
La sua influenza risvegliò in me uno spirito più virile spingendomi verso un successo del quale non mi ero mai fino ad allora curato. Benché sconosciuta e arrivata quasi all'improvviso, Clotilde visse subito una stagione di trionfi. Era tale il potere della sua bellezza, della sua genialità e del suo carattere, che immediatamente ottenne i favori del pubblico.
Erano trascorse solo poche settimane da quando avevo iniziato a interpretare la parte del suo amante, e già ne ero profondamente innamorato. Lei se ne accorse quasi subito e, con mia grande gioia, mi confessò di ricambiare il sentimento; ma quando le parlai di matrimonio rispose con uno sguardo e un tono che non sarei più riuscito a dimenticare.
– Non ancora, Paul; prima devo sistemare una cosa che riguarda me soltanto. Non posso sposarmi finché non avrò ricevuto la risposta che attendo; abbi fiducia in me e sii paziente, fallo per amor mio.
Fiducioso e paziente, continuai comunque a pormi domande nell'attesa, studiandola con attenzione. Grazie alla sua generosità, lei riusciva a conquistare tutti coloro che l'avvicinavano; ma io imparai a conoscerla meglio degli altri e intuii nel suo passato qualcosa di oscuro, e nel suo presente un'ansietà, un travaglio interiore che la perseguitava senza tregua. A volte la sorprendevo in preda alla malinconia o a una selvaggia agitazione, che nulla se non un violento dramma sarebbe riuscito a dissolvere; dramma nel quale il dolore potesse aver libero sfogo in azioni e parole. Avevo tentato di trovare una causa o una spiegazione al piccolo neo di una natura che, agli occhi di un innamorato, sembrava quasi perfetta; ma vi riuscii solo durante quella notte di cui mi accingo a scrivere.
La commedia era quasi conclusa, l'interesse generale era interamente concentrato sulla scena madre che Clotilde stava interpretando. Aveva appena sdegnosamente rifiutato di tradire un segreto di Stato che avrebbe messo in pericolo la vita del proprio amante e il Duca minacciava di denunciarla all'Inquisizione se lei non si fosse sottomessa, quando io, il suo amante travestito da monaco, colsi in lei uno strano e improvviso cambiamento.
A quel punto avrebbe dovuto tremare, terrorizzata dalla minaccia, rivolgere un ultimo appello al Duca per poi accettare il sacrificio, affrontando e sfidando qualsiasi cosa per l'uomo amato. Rimase invece in piedi, pietrificata, con lo sguardo fisso di fronte a sé, come se avesse perduto il senso della realtà.
All'inizio pensai si trattasse di un suo modo personale di esprimere la paura, poiché lei, affidandosi all'ispirazione del momento, raramente interpretava una parte due volte allo stesso modo. Ma un rapido esame mi convinse che non stava affatto recitando; perché il suo viso impallidì, i suoi occhi si dilatarono fissando qualcosa alle spalle del Duca, le labbra si socchiusero, e lei assunse un'espressione di autentico sgomento, come se le fosse improvvisamente apparso uno spettro. Lo sguardo interrogativo del mio collega mi provò quanto anch'egli fosse rimasto sconcertato dal comportamento di Clotilde, e, temendo un suo crollo nervoso, m'introdussi nel dialogo. Il suono della mia voce parve risvegliarla: si passò una mano sugli occhi, respirò profondamente, e volse intorno a sé lo sguardo.
Pensai che si fosse ripresa e stesse per rientrare nella parte, invece, con mia enorme sorpresa, mi si aggrappò sussurrando disperata:
– La risposta... Paul... la risposta che aspettavo è giunta!
Fui l'unico a poter udire quelle parole; ma lo sguardo e l'atteggiamento suggerirono chiaramente terrore, angoscia e passione, tanto che, scambiandolo per un'intensa prova recitativa, il pubblico applaudì a lungo e con fervore. Quel suono familiare risvegliò Clotilde e intercorse fra noi un breve dialogo.
– Che cosa ti succede? Ti senti male? – mormorai.
– È qui, Paul, è vivo... l'ho visto. Che il cielo ci protegga!
– Chi... è... qui?!
– Aspetta! Non ora. Non c'è tempo.
– Ricomponiti... fra un momento tocca di nuovo a te.
– Cosa devo dire? Aiutami Paul... ho dimenticato ogni cosa tranne quell'uomo.
Sembrava stordita e io compresi che uno spavento improvviso doveva averla completamente annientata.
L'applauso stava scemando e lei avrebbe dovuto parlare. Fortunatamente ricordavo abbastanza la sua parte da poterle suggerire le ultime battute; infatti, comprendendo il suo stato, Denon e io tagliammo la scena per portarla a termine nel più breve tempo possibile. Nell'istante in cui calò il sipario, fummo assaliti dalle domande dei compagni, ma Clotilde non fornì alcuna risposta e pareva ancora fissare l'entità che aveva procurato in lei l'allarmante cambiamento.
Dissi a tutti che non si sentiva bene, la condussi nel suo camerino e l'affidai alle cure della sua cameriera. Poi tornai in scena.
Non potrei dire come riuscii a terminare la mia parte, poiché non feci altro che pensare a Clotilde; ma un attore ha l'obbligo di imparare a vivere una doppia vita, così mentre Paul Lamar soffriva tormentato dall'ansia, Don Felice si batteva a duello, uccideva l'avversario e veniva condotto a giudizio.
I miei occhi vagarono spesso, involontariamente, verso il punto dove mi era parso che Clotilde avesse fissato lo sguardo. Era uno dei palchi. Dapprima lo credetti vuoto, ma subito dopo notai lo scintillio delle lenti di un binocolo. Attraversai il palcoscenico e, appoggiandomi alla spada nell'attesa che i padrini regolassero i preliminari, osservai a lungo quel palco.
Non vidi nulla se non una mano elegantemente adagiata sulla tappezzeria di velluto rosso; una mano maschile, bianca e ben proporzionata. Su un dito brillava un anello, un esile cerchio di diamanti, di foggia chiaramente femminile.
«Senza dubbio un bellimbusto... un uomo del genere non potrebbe mai intimidire Clotilde...» pensai; e ansioso di scoprire se qualcun altro occupasse quel palco, avanzai di un passo e spinsi lo sguardo nell'oscurità.
Una ironica risatina mi giunse da dietro la tenda che quella mano spostò come per permettermi di soddisfare la mia curiosità.
Dunque il palco era occupato da una sola persona, per quanto nascosta al mio sguardo; e quando uno dei compagni mi richiamò al dovere con un bisbiglio, quella stessa mano riapparve in un beffardo adieu . Frustrato e infuriato, tornai a dedicarmi ai problemi di Don Felice, chiedendomi se da lì a poco Clotilde sarebbe stata in grado di riapparire in scena, e se quell'uomo potesse esser davvero stato la causa del suo terrore. [...]
✦ Louise M. Alcott. Piccole donne uccidono. Editori Riuniti, 1996