Il mondo coi baffi
💬 I. Abo è una città seduta
Abo è una città seduta. La sua vita scorre nei caffè i cui tavoli – d'estate e d'inverno – si stendono per chilometri di marciapiedi sotto i gomiti degli abesi che per culto e tradizione si occupano dei fatti altrui.
Una città del Sud. Pettegola ma straordinaria come tutte le città del Sud.
I suoi figli non sono celebri per immortali poemi o per aver inventato la pila elettrica bensì per aver frodato il Fisco o aver sedotto la moglie del colonnello al tempo in cui erano militari. L'un con l'altro non si amano gran che: si conoscono e procedono, in conseguenza, con la medesima cautela di chi avanzi nella giungla. Sono intelligenti ma un po' matti, spiritosi ma corrosivi. Se un abese si afferma nel campo nazionale, egli, dopo il commosso e pubblico abbraccio del proprio concittadino, proseguirà spedito e senza più voltarsi giacché sa bene che il concittadino il quale lo ha abbracciato è anche rimasto immobile a fissarlo, scuotendo il capo, piegando in giù gli angoli delle labbra, o borbottando: «Povera patria!», in tono di estrema sfiducia.
Con ciò, gli abesi non sono cattivi: sono abesi. Ogni città ha una propria caratteristica ed Abo, anzi – oltre la sorridente cordiale inimicizia che regola i rapporti sociali, – ha pure, dentro le teste dei suoi figli, una stravaganza selvaggia come gramigna di steppa.
Un vecchio vetturino di Abo, il quale s'era fitto in mente di fare il fachiro, usava sminuzzare del vetro a terra e ci si coricava sopra urlando poiché, essendo fachiro solo per ostinazione, si tagliuzzava la schiena producendosi un male dannato.
Non era matto: era uno di Abo.
Era abese. Tant'è vero ch'egli smise di "fare il fachiro" solo il giorno in cui, dopo aver annunciato che avrebbe inghiottito dei pezzettini di ferro – dietro pagamento anticipato – ed aver raggranellato dodici lire, ebbe disgustatissimo a scagliarle in faccia al pubblico gridando che siccome il ferro era venuto a costargli settantacinque lire, non era proprio il caso di rimettercene di tasca sessantatrè per divertire una "massa di disonesti".
Così passa il tempo, ad Abo. E il tempo, ad Abo, è l'unico che lavori. Volendo distinguere fra le attività principali dei cittadini, si può stabilire che metà della popolazione compie roba stravagante mentre l'altra metà siede sui marciapiedi a commentarla. Questo, però, con una certa regolarità di turni, per cui la seconda metà dà sempre il cambio alla prima che si riposa. In tal modo gli abesi sono sempre freschissimi e preparati, e in tal modo la Voce di Abo , uno dei tre giornali della città, poté apparire, un bel giorno, con una piccola freccia in calce all'ultima colonna di quarta pagina e la dicitura «Uscita» giacché all'impaginatore – dopo una bottiglia di vino dolce – l'idea che i cittadini, ultimata la lettura, avessero bisogno di una indicazione che li informasse sulla maniera di "uscire" dal giornale, era sembrata doverosa quanto l'indomani sembrò il suo licenziamento dalla Voce di Abo .
I succitati esempi vi presentino l'ambiente. Tutto vi è argomento di polemica, e la città stessa è inchiodata al proprio posto dall'indistruttibile cemento del sarcasmo, della malignità e degli entusiasmi per guai improvvisi capitati al sindaco o ad altre autorità. Sentimenti contenuti, peraltro, e quasi nascosti all'occhio estraneo perché come spolverati di tedio e di torpore. Le emozioni sono emozioni singole, e mai la città, o assai di rado, si era unita per saltar tutta in aria in seguito a reazioni collettive. Proprio questo fu il merito di Giannantonio Trampa, uno di quei tanti abesi che dopo essersi laureati in giurisprudenza s'eran guardati attorno per cercar di far qualcosa che non fosse, si capisce, l'avvocato. [...]
✦ Massimo Simili. Il mondo coi baffi. Rizzoli, 1950