Frammenti d'autore

Una amorosa notte

💬 È stata lei a volermi. Non mi è capitato spesso di essere ricercato da una donna. Cioè una donna che si sia fatta protagonista della scelta riuscendo in breve spazio di tempo ad immettermi nelle vene quel certo tremore che scalda il sangue. Allora ti istupidisci o ti meravigli di essere stato una volta tanto prescelto in una avventura almeno in partenza diversa dalle altre.

Ogni donna che avevo occasione di incontrare per una qualche ragione anche di lavoro, in ufficio, in strada, in uno stadio a fare il tifo per qualche incontro di calcio, diventava ai miei occhi e nel mio desiderio una preda. Su di me il femminismo non aveva avuto vittoria almeno per quanto riguardava il divieto di caccia. Non c'è bisogno di aggiungere che la donna è sempre stata per me di una traenza quasi irresistibile anche perché avendo poco tempo, preso dalla congestione del lavoro nel corso di una vita tutt'altro che da play-boy, gli amori dovevano maturare in fretta e quasi sempre morire nello spazio di brevi giornate. Eppure anche così improvvisi, spesso insperati, quelli erano i momenti che illuminavano la notte a giorno, davano sapore alla vita, la rallegravano anche quando capitava la cotta allorché la donna, che se ne rendeva conto, ti faceva soffrire e passavi giocoforza dalla parte della vittima.

È inutile darsi le arie di amatore cinico quando anche l'ultima donna con la quale hai avuto una avventura magari soltanto di sguardi ha sempre contato per darti un po' del suo miele o del suo fiele. Ma il femminismo in fondo non è proprio quello di considerare la donna come cosa importante da mettere al centro della vita?

Tutto questo per introdurre il discorso sul ricordo lontano di quella corteggiatrice. Dico subito che non era una intellettuale anche se per me questo non è titolo per starne alla larga. Non era una intellettuale ma nemmeno sprovvista di cultura. Aveva il gusto della lettura e si sforzava di capire la poesia. Perché non dirlo? Devo alla lettura dei miei libri l'innamoramento avvenuto nel silenzio della sua casa di provincia, una casa invece niente affatto provinciale, anzi adornata di libri, di disegni dove ogni cosa era collocata con gusto persino raffinato.

Ma lei com'era? Nella sua città era conosciuta col soprannome di una diva. Rispondeva al nome di una attrice che in quel tempo era sempre sulle prime pagine del giornali. Era infatti la diva del momento.

Ma lei come aveva il viso, il corpo, le gambe, il seno? A distanza di anni mentre il tempo consuma rapidamente anche i ricordi più dolci mi è rimasta la sua immagine precisa. Della sua bocca, dei suoi lunghi capelli, delle sue gambe. Soprattutto della sua bocca dalle labbra avide misteriosamente chiuse finché non si schiudevano e ti faceva serpeggiare nella pelle il desiderio. Erano baci in cui lei metteva corpo e anima e così, senza parole che li precedevano, lasciavano un sigillo di mistero. Forse anche perché non trapelava nulla nella luce dei suoi occhi. Occhi chiari con un fondo tenue di azzurro, liquidi come il mare quando visto in superficie è tanto calmo da darti l'impressione di una sua immobilità.

Tutto il suo bel viso, mentre mi teneva prigioniera la bocca, di un pallore d'ombra rimaneva sereno, non dava segno di partecipare in alcun modo a quel desiderio né di patire l'estasi. Era il momento della bocca soave e ferino. Una bocca che si faceva sempre più umida, calda come la febbre. Dopo che mi aveva stordito con i baci cominciava il gioco voluttuoso delle gambe che s'avviticchiavano alle mie ed era più di una stretta, una specie di amplesso caldo che neppure le braccia avrebbero reso più affettuosamente.

D'un tratto, per un cenno impercettibile del capo, i suoi capelli biondi sciamarono sul viso, sulla pelle, soffici come fossero proprio i capelli e soltanto loro nell'esprimersi di quei baci, per quegli strani collegamenti che moltiplicano la sensibilità e la fanno convulsa.

Rimanevo preso in quel laccio prensile, in quel sapore di bocca, di capelli, di gambe come un ragazzo intimidito nell'istante di essere deflorato.

Furono sopratutto quei baci insistiti alla perdizione che mi attrassero subito a lei più della capacità di memoria che le faceva ricordare intere frasi che avevo scritto non ricordando più dove.

Per varie ragioni dovute al poco tempo disponibile – ero morto e perso per il giornale in cui lavoravo che mi elettrizzava sempre – e per la distanza che ci separava, il desiderio mio e suo ebbe tempo a farsi sempre più cocente.

Viveva in una città lombarda non così grande da essere una vera città e non tanto piccola per essere considerata ancora un paese. La località era adagiata in basso nella piana dove ai margini scorreva lento un fiume dall'acqua verde come l'erba, l'altra parte della città saliva dolcemente verso le colline.

L'avevo incontrata in primavera, come ho ricordato, quando non c'è luogo che non porti dentro profumo languido e quando hai timore di toccare i petali dei fiori. Fu certamente anche la magia della stagione a non farmi dimenticare quel desiderio nel ricordo dei suoi occhi lontani e misteriosi. Ricordavo il suo incedere che le segnava le cosce come se il suo passo leggero arrivasse da lontano come un'eco. Ricordavo tutto di quel breve incontro. Lei camminava a testa eretta così come affrontava il mio sguardo a viso aperto. Ma la singolarità abbastanza straordinaria per una ragazza sui venticinque anni era la professione che faceva. Se non fosse stato di quella probabilmente lei avrebbe continuato a leggere i miei libri ma non ci saremmo mai incontrati. Qual'era la sua professione? Assolvere alle funzioni di capo stazione. In quella lontana prima volta la notai appena sceso dal treno che avevo dovuto forzatamente utilizzare perché a metà strada la macchina si era intestardita a battere inutili colpi al motore come uno stantuffo in via di estinzione.

La vidi imperiosa con in testa il berretto rosso dalle righe d'oro, la paletta indicatrice ben sicura nella mano. Mi feci subito curioso e mi comportai da giornalista. Fornii le mie generalità e le chiesi una intervista. Le bastò il mio nome per dirmi che benediva il treno che mi aveva portato nella sua stazione e le dava modo finalmente di conoscermi di persona. Appena finito l'orario del suo servizio venne il suo invito a casa e il momento della improvvisa dichiarazione d'amore con tutti quei baci emozionanti. [...]
✦ Davide Lajolo. Una amorosa notte. In «L'amorosa notte: racconti italiani». GEI Grandi Edizioni Italiane, 1983

Non fu una grande storia, forse, e nemmeno ebbe il tempo di diventarlo. Ma a certe donne non occorrono anni per ricavarsi un posto nella tua memoria. Mi basta ancora chiudere gli occhi e ritrovo quella bocca, quei capelli, le gambe sue strette alle mie, e specialmente la sorpresa di essere stato io, una volta tanto, quello scelto. E pensare che tutto cominciò perché l'auto si guastò e fui costretto a prendere il treno. Ci sono contrattempi che sul momento si maledicono ma che, anche anni dopo, si finisce all'opposto per benedire.

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