A gonfie vele
💬 CAPO PRIMO
COME DUE MERCANTI FIORENTINI GIUNSERO AD ACAPULCO E COME DOPO QUATTRO GIORNI SE NE DIPARTIRONO PER SOLCARE IL GRANDE OCEANO
Correndo l'anno 1596, Antonio Carletti. mercante fiorentino, ed il figlio suo Francesco, giovane di vivace animo e ben fatto della persona, divisarono di lasciare il porto di Acapulco e passare per certi loro negozi alle Isole Filippine.
Poche case, intessute di paglia ed intonacate di fango, ed alcune baracche di legno erano tutto il paese; gli Spagnuoli le abitavano solo in quella stagione, che la flotta si dipartiva da Acapulco per le altre terre del Re Cattolico. Ciò avveniva nel mese di marzo od aprile, secondo le grazie della primavera, e fu il tempo che, venendo dalla città di Messico, vi giunsero i due fiorentini.
Discesi da cavallo, padre e figlio si allogarono nella casa, che era ordinata dal Vicerè per ospizio dei viaggiatori; per tutta la nuova Spagna, ogni borgo, o villaggio, ne aveva una.
I due Carletti rimasero ad Acapulco alcuni giorni, dormendo assai, per riposarsi delle fatiche del viaggio, ed aspettando le mercanzie, che avevano comperato nel Messico e nel Perù, e speravano di portare con molto guadagno attraverso il Grande Oceano.
Durante il giorno, per ingannare il tempo, si recavano discorrendo dove finivano le poche case di Acapulco, e cominciava la boscaglia selvaggia. Allora si fermavano, e allungando lo sguardo cercavano di scoprire, se nell'intricata verzura non apparisse la carovana dei muli, dondolando le balle appaiate sul dorso.
Al quarto giorno che erano ad Acapulco, parve finalmente al giovane Francesco di udire le campanelle delle bardature, ed aguzzando la vista conobbe la piccola carovana venirsene pel verde, e disse: «Padre, vedo giungere le nostre robe sul dorso dei muli. È tempo di pensare all'imbarco».
Si avviarono al porto, e saliti a bordo d'un galeone, che stava completando il suo carico, domandarono di abboccarsi col capitano.
Questi, appena vide i due forestieri, indovinando il proposito loro, per conversare più liberamente, li invitò a discendere sotto coperta nella sua cameretta. Era uno stambugio piccolo ed oscuro, tappezzato di carte marine.
«Vostra Eccellenza», cominciò tosto Antonio Carletti, che soleva andar diritto ai suoi affari, «indovina già il proposito, che ci conduce a questo passo».
«Mercanti?» chiese il capitano, a voce bassa, avvicinando il suo sgabello a quello del fiorentino.
«...e disposti a lasciare nelle mani dell'Eccellenza Vostra un ragionevole vantaggio, dei guadagni che ci possa arrecare una felice traversata!» rispose Antonio placido e pronto.
Il capitano cominciò a noverare i mille bandi, decreti e proclami, che facevano assoluto divieto alle navi del Re Cattolico di prendere a bordo mercanti forestieri. Così dicendo, aperto un cassetto, mostrava ai due fiorentini i rotoli delle gride; a svolgerli apparivano grandi stemmi neri, e lunghe enumerazioni di pene pecuniarie e corporali.
«Il due per cento sugli utili basterebbe?» disse bruscamente Antonio, buttando da parte quelle cartaccie.
«Facciamo almeno il cinque», ribattè il capitano e, vedendo la faccia rabbuiata di Antonio: «Da altri mercanti», aggiunse, «che ho traghettato l'anno scorso per questi mari, ho avuto condizioni assai vantaggiose».
Mentre Francesco, curioso di tutto, sbirciava ora le carte marine, ora le gride, ora il viso arguto del capitano e quello sornione di suo padre, i due si accordavano sul quattro per cento, oltre al nolo delle mercanzie.
«Per prendere imbarco», riprese il capitano, appena concluso il patto, «bisogna che le Signorie Vostre vengano iscritte nell'equipaggio della nave, ed assumano qualche incarico a bordo. Questo, per mia esperienza, è l'unico modo di beffare le gride, salvo sempre il rispetto dovuto al Nostro Sovrano».
«Credo, Vostra Eccellenza mi perdoni, che siamo fatti per intenderci!», esclamò Antonio, e tese la mano al capitano, che la strinse con effusione, concludendo:
«Sia dunque questo il modo del vostro imbarco: l'uno di voi avrà l'ufficio di contestahile delle artiglierie, e l'altro di guardiano della nave».
«Vostra Eccellenza vedrà, che faremo ogni diligenza, per corrispondere alla sua fiducia».
«Ma non ci sarà nulla da fare», avvertì il capitano sorridendo, «perchè questi incarichi possono restare apparenti, solo che le Signorie Vostre vogliano corrispondere il soldo, che spetterebbe al grado loro, ad altri, che io sceglierò, dell'equipaggio. Così potranno fare questo viaggio senza alcun pensiero».
«A meraviglia!», esclamò Antonio. «Come artigliere, ora lo posso dire, mi sentivo un poco a disagio. Invece guarderò il mare senza far nulla. Che bravo capitano! Non vedo l'ora di salpare!».
Ciò detto si lasciarono. I due fiorentini, scesi a terra, fecero mettere le balle dei tessuti, ed ogni altra loro mercanzia, sopra alcune zattere fatte di canne di zucchero, e con quelle le recarono a bordo, dove furono calate nella stiva.
All'imbrunire ogni cosa era al suo posto, ed affaticati assai, ma contenti della loro giornata, si recarono col capitano alla «Posada del Leone», e gli offrirono un banchetto, quale ad Acapulco non s'era mai veduto. Da buoni mercanti sapevano anche spendere.
Poi caddero in un profondo sonno. Un mozzo del galeone li scrollò dai loro giacigli ch'era ancor notte; saltarono in una barca e salirono a bordo.
Il galeone era quasi pronto a levar l'àncora.
Al lume delle torcie si alzavano le scalette, si issavano a bordo le ultime ceste di provvigioni. Nelle barche, accorse attorno alla nave prossima a salpare, languide donne guardavano sospirando le alte murate del galeone. Qualche amorosa brigata passava sulle acque brune con chitarre e canzoni; si vedevano splendere ai guizzi delle lucerne gli occhi e le spalle bianche delle ragazze.
Il grido degli ultimi saluti saliva dalle barche, scendeva dai castelli del galeone; qualche grassa risata scialbava nel mùrmure discreto dell'acqua sul fasciame. Poi un pianto lungo salì nell'ombra.
Alla prima luce dell'alba il capitano ordinò di tagliare le gòmene, e salpata l'àncora, al soffio della brezza mattutina, il galeone si avviò lentamente all'uscita del porto. Erano d'intorno altre navi del Re Cattolico, caravelle, caracche e galere, che, dopo il lungo ozio invernale, si apprestavano a riprendere il mare.
Il «Trinidad» era il primo, quell'anno, a tentare le vie dell'oceano. A tre alberi, alto di castelli e largo di fianchi, era un bel galeone.
Al suo placido passaggio, le ciurme delle altre navi, tralasciando le loro faccende, si affacciavano correndo ai parapetti ed alle finestrelle e salutavano la partente con alte grida. Da bordo si rispondeva con colpi di colubrina a salve.
Era la prima ora dell'alba, e una foschia leggera stagnava sulle paludose boscaglie del litorale. Le poche case fangose di Acapulco affioravano appena dalla nebbia diradante, mentre sull'unica strada, lungo il mare, si preparavano le carovane dei muli, che sul far del mattino partivano per la città di Messico. [...]
✦ Piero Gadda. A gonfie vele. Ceschina, 1931