Frammenti d'autore

Quae loca

💬 Quae loca sint apta serendis citriis
Quali sono i luoghi adatti a piantarvi i cedri

Prima di tutto, il campo sia esposto al calore del sole ed a venti tepidi; sia friabile il terreno, e il suolo tale che sotto i rastrelli dia un suono gentile e lasci agevolmente filtrare l'acqua che scorre. A me non dispiacerebbe neppure una campagna tutta ciottoli e arena, che col suo terriccio sottile somigli alla sabbia fina, purché vi si sparga spesso del concime e, scorrendo in pendio, l'acqua l'irrighi in abbondanza e l'innaffi una pioggia copiosa.

Quali difficoltà non saprebbe vincere un'alacre attività? Io non mi vergognerei, quando al mattino l'usignuolo riprende i suoi lamenti o il sole suscita ombre più lunghe, a rovesciar di mia mano secchi colmi d'acqua cristallina e a versare un fiume spumeggiante nel cavo dei canali, alleviando la gentile fatica con la dolcezza d'un canto; oppure, al tramonto del sole e sul far della sera, quando la notte si leva dall'oceano con le sue ali nere, o in mezzo alle tenebre e quando tutto tace nel cuor della notte e Febe notturna non nega il suo rugiadoso chiarore, a rovesciar sul terreno un fiume d'acqua sorgiva dall'urna che agevolmente si affonda: tanto è bramoso il cedro d'esser cosparso d'acqua!

Digressione poetica

E poi verrà il tempo di scegliere le pianticelle e di disporle nei giardini ben coltivati e di potarle a mano e di avviarvi scroscianti ruscelli e di raccogliere dai rami carichi i cedri profumati, sotto il sole d'estate e quando l'ombre frusciano al vento. Tu li cogli con la mano. Ti accompagna nella fatica la dolce tua sposa e li prende dai canestri calati giù con una fune e, piena di stupore, si colma il grembo dei frutti più pesanti.

Anche a me, ricordo, era accanto mia moglie e, mentre coglievo i fiori per estrarne l'essenza idalia, e i frutti, dolcissimo dono di Venere, mi abbracciò, poi si sedette sull'erba soffice e insieme con me, cantando, si abbandonò a dolci trastulli. Ora, o fortunata, senza di me tu vivi felice nei recessi dell'Eliso, senza di me ti aggiri per luoghi ombrosi, cogliendo magnifiche rose e intrecci fresche ghirlande; immemore, ahimè, e troppo preoccupata di te stessa, ti godi le quiete balze e i dolci silenzi del regno dei morti.

Spargi viole, ragazzo; salve, o spirito beato; la mia sposa, Ariadna, è qui, a sentir il peso delle mie braccia. Felice te, che sei morta, che non hai dovuto subire il prepotente dominio dei Briganti, che non hai visto l'infelice morte di tuo figlio e l'inguaribile ferita di questo vecchio rimasto privo del suo figliolo, e contaminati nella loro sede i patrii penati. Ma tu, vieni a consolarmi, o sposa: abbracciami, non illudermi ancora, abbraccia tuo marito, consola il suo dolore e, come facevi un tempo, vieni a cogliere ancora, con me, i fiori dei cedri. # Altro
✦ Giovanni Pontano. Orti delle Esperidi, Libro I. In: «Poeti latini del Quattrocento». Ricciardi, 1964

Ci sono giardini che non custodiscono soltanto alberi e fiori, ma l'intera vita di chi li ha amati. Ogni gesto paziente, ogni solco aperto nella terra, ogni acqua versata alle radici conserva il ricordo di mani che un tempo lavoravano insieme, di voci che si rispondevano tra il canto degli uccelli e il fruscìo delle foglie. Così il giardino diventa il luogo in cui il tempo continua a fiorire anche dopo l'assenza. E quando la memoria richiama chi non può più tornare, perfino un fiore di cedro sembra capace di unire, per un istante, la dolcezza della vita e la pace dell'eternità.