Frammenti d'autore

Vendetta

💬 Washington, D.C.

luglio 1995

1. L'AUTO ERA UNA FORD berlina compatta, modello recente, bianco e nero, anonima ai limiti dell'invisibilità e decisamente veloce. In origine era un veicolo della polizia municipale, comprata a un'asta nel Tennessee e successivamente elaborata per migliorarne la ripresa.

L'auto percorreva la Wisconsin in direzione nord sotto la vampa bianca del sole. Gli uomini che sedevano all'interno portavano camicie a maniche lunghe fuori dai pantaloni. Il sudore chiazzava le camicie sul davanti e ne impregnava la schiena. Il vinile nero dei sedili era incandescente. Seduto accanto al posto di guida Frank Farrow scrutava la strada. Marciapiedi deserti. Vetture straniere che procedevano lente, gli occupanti freschi e ben protetti. L'asfalto che ribolliva per la calura. La città sotto narcosi. Una giornata d'estate così.

«Quebec» disse Richard Farrow, le mani guantate strette al volante. Sistemò sul naso gli occhialoni da aviatore, e mentre si avvicinavano all'incrocio successivo disse: «Upton».

«Davanti hai la trentanovesima» disse Frank. «Devi imboccare l'incrocio, subito dopo Van Ness.»

«Lo so» disse Richard. «Vedi di non ripetermelo più.»

«Rilassati, Richard.»

«D'accordo.»

Sul sedile posteriore, Roman Otis canticchiava fra sé il primo verso di One in a Million You, alzando la voce quel tanto per dare alla melodia l'intonazione giusta, alla Larry Graham. Aveva sentito il pezzo a una radio locale, quella mattina presto, e non era più riuscito a toglierselo dalla testa.

La Ford superò l'incrocio con Upton.

Otis si guardò in grembo e constatò che il peso del fucile a canne mozze aveva causato una piega profonda nei pantaloni di lino. E dire che lo sapeva. Il lino basta guardarlo perché si spiegazzi, poco ma sicuro. E tuttavia un uomo deve avere un certo stile quando esce di casa per andare al lavoro. Otis depose il fucile sul pavimento, appoggiando l'impugnatura di traverso sulla punta dei mocassini in pelle di lucertola. Diede un'occhiata al Rolex da bancarella che portava al polso sinistro: le dieci e cinque.

Richard diresse la Ford sulla trentanovesima.

«Guarda là» disse Frank. «Quella Chevy se ne sta andando.»

«Lo vedo» disse Richard.

Aspettarono che la Chevy completasse la manovra. Poi Frank disse: «Infilati».

Richard posteggiò la Ford e spense il motore. Si trovavano sul retro di un'infilata di esercizi commerciali a un piano di fronte a Wisconsin Avenue. La porta che dava sulla cucina della pizzeria May's era al centro dell'isolato. Frank si deterse il sudore dai baffi a spazzolino e si passò una mano tra i capelli grigi tagliati quasi a zero.

«Ecco la Caddy» disse Otis, indicando la DeVille nera parcheggiata tre posti più avanti.

Frank annuì. «Il signor Carl è dentro. Sta facendo la raccolta delle scommesse.»

«Avanti, sbrighiamoci» disse Otis.

«Aspetta che il nostro uomo ci apra la porta» disse Frank. Da una scatola per fazzoletti di carta estrasse un paio di guanti da chirurgo in lattice e li infilò sopra quelli che aveva già indosso. Lanciò la scatola sul sedile posteriore. «Ecco fatto. Doppia protezione.»

Roman Otis sollevò la mano destra, al cui polso pendeva un braccialetto con una piastrina d'argento su cui era incisa la scritta "Ritorno a Oakland". Fece scivolare il braccialetto all'interno del polsino della camicia. Indossò con attenzione i guanti, poi, come per un riflesso, toccò il calcio della calibro 45 sotto la camicia. Nello specchietto retrovisore colse un lampo dei suoi capelli, lunghi fino alle spalle e freschi di balsamo. Caspita, pensò Otis, neppure Nick Ashford avrebbe potuto vantarsi di avere una testa di capelli più affascinante. Otis sorrise alla sua immagine riflessa, e l'unico dente d'oro scintillò alla luce. Si strizzò l'occhio.

«Frank» disse Richard.

«Saremo fuori in pochi minuti» disse Frank. «Non avviare il motore finché non ci vedi tornare.»

«Stai tranquillo» disse Richard, nella voce un accenno d'esitazione.

La porta posteriore della cucina di May's si aprì. Un nero sottile, interamente avvolto in un grembiule, uscì con un sacco della spazzatura. Si avviò verso un bidone e lanciò il sacco all'interno, mandandolo a rimbalzare contro il coperchio sollevato. Tornando in cucina guardò con la coda dell'occhio gli uomini nella Ford; poi entrò, lasciando la porta socchiusa dietro di sé.

«È lui?» chiese Otis.

«Sì, Charles Greene» disse Frank.

«Bravo ragazzo.»

Frank controllò la Woodsman calibro 22 e la Bulldog 38 nelle fondine sotto la camicia di oxford. Le pistole stavano comodamente adagiate contro la maglietta marrone. Guardò il suo fratellino minore che gli era seduto accanto: sudato come un cavallo dopo una galoppata, il respiro affannoso, lo sguardo vitreo, spaventato, da idiota.

«Ricordati, Richard. Aspetta finché non ci vedrai uscire.»

Richard Farrow annuì con un unico gesto del capo.

Roman Otis sollevò il fucile, se lo infilò a canne in giù sotto la camicia aperta, inguainandolo in una fondina di cuoio fatta a mano che gli pendeva sul fianco sinistro. Si sarebbe visto; ma non c'era modo di evitarlo. Del resto sarebbero entrati subito, e avrebbero fatto presto.

«Andiamo, Roman» disse Frank.

Otis disse: «Bene». Aprì la portiera della macchina e appoggiò il piede sull'asfalto. [...]
✦ George Pelecanos. Vendetta. Piemme, 2005

Il colpo è già cominciato molto prima che qualcuno impugni davvero un'arma. Comincia nel caldo che immobilizza Washington, nelle strade vuote, nelle indicazioni pronunciate senza alzare la voce, nei guanti infilati uno sull'altro. E intanto Roman pensa al lino spiegazzato, ai mocassini, ai capelli appena trattati, come se l'imminenza della violenza dovesse comunque rispettare un certo qual stile. È questa calma ordinaria a rendere tutto più teso: nessuno proclama nulla, nessuno ha bisogno di minacciare. Una porta lasciata socchiusa è sufficiente. Poi un piede tocca l'asfalto, e ciò che fino a un istante prima era soltanto preparazione diventa irreversibile.

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