Le «figurine»
💬 I fumajuoli [1875]
[...] I fumajuoli sospiravano sempre più languidamente sui tetti; poi mancò loro affatto lo spirito e si spensero. Dove il grigio della valle sbocca nell'azzurro della pianura cominciò a formicolare un concistoro di lucciole. Era la città che si illuminava a gaz. La città con la Borsa, codesta fabbrica legale e soleggiata di monete mezze false, in cui la cartella e la cambiale ti ammiccano da cortigiane, e in cui si creano dal nulla delle fortune sperticate, mentre le fatiche proficue e necessarie della terra e dell'ingegno rendono della miseria – la città con il tribunale incrostato di lagrime e di sangue – con migliaia di uomini che dormono, mangiano, ridono in camere mobiliate e dal trattore, senza babbo, né mamma, né sposa, né sorelle. Ciò è falso! – nel villaggio almeno quasi tutti hanno la famiglia, che è il nido dell'uomo. E dietro queste montagne quanti altri villaggi vi saranno felici nella propria pelle! Dopo le Alpi la Francia anch'essa con città e villaggi... dopo la Francia il mare... poi l'Inghilterra con villaggi e città... poi l'Oceano... poi l'America... Oh, come in considerazione della terra è piccolo il sindaco di Valverde! E sopra noi nel firmamento, e disotto a noi nella sabbia, nella muffa, nella goccia d'acqua o di latte quanti mondi, quanti infiniti! E ciascuno è ordinato e contento dentro la sua buccia.
Vedevo il campanone a far giravolte e capriole con il suo battocchio; e non lo udivo più sonare. In cambio sentivo un ronzio d'insetti, che dalla terra saliva in su, diventando tintinnìo, poi marcia strepitosa e sfolgorante. Era la musica degli astri, che girando camminano, la musica descritta da Cicerone, che noi non sentiamo, perché siamo tutti e sempre egualmente immersi in essa: così non sentiamo il peso perpetuo dell'aria che preme uniformemente ogni nostra parte. Intesi quelle note formare quasi dei grappoli di api in aria; mi pareva un palleggiamento di avemmarie paradisiache... Ricevevo nell'animo degli splendori, come quasi si aprissero delle finestre in un immenso stanzone oscuro... Doventavo più leggero... Ascendevo; mi tuffavo nell'azzurro, nel cielo. – Provavo un istante di solitudine così beata, che avrei pagato un'oncia del mio sangue, perché niuno venisse a rompermela.
Comparve nel capannuccio della scala la servetta maghera, ombrosa, una mezza servetta, degna di essere stata scritta da Dickens; la quale mi avvertì, che scendessi a cena. Tombolai la scala e mi trovai nel salotto terreno, dove scopersi, illuminata da una lampada, tutta la ripienezza e la felicità di una famiglia: un figliuolo deputato; un babbo con gli occhiali verdi e con la papalina da notaio; una sposa bionda e lustra per la contentezza; una suocera tutta cuffia, tutta faccende, tutta gomiti; un cane pelliccione che indorava la sua lana ricevendovi dentro la luce del petrolio; un gatto tristo che rantolando studiava una marachella contro il cane nella divisione della broda; una gabbia di canarini e l'almanacco del Mantegazza. – Messici a tavola, il mio giovane amico si lagnò che i vermicelli sentivano di fumo. Ed io gli risposi: «Va' a Roma, perché il genere umano è un complesso di servitù, e fra le servitù c'è anche quella del deputato. Ma, ricordati: se là, incapperai dei colleghi, dei giornalisti, della gente senza cuore e senza famiglia che ti morderanno; allora tu vieni a casa, ché qui solo c'è l'elisire, il quale ti risanerà infallibilmente, ed è la minestra del tuo fumajuolo.» # Altro
✦ Giovanni Faldella. Le «figurine». Bompiani, 1942
La città accende le sue luci mentre i fumajuoli si spengono, e subito si apre la distanza fra due mondi: da una parte il denaro, i tribunali, le vite senza radici; dall'altra il villaggio, la famiglia, il nido. Ma anche questa opposizione si dissolve quando lo sguardo sale oltre i tetti, attraversa continenti, oceani, stelle e mondi invisibili, fino a sentire la musica segreta dell'universo. Poi basta una servetta a richiamare tutto sulla terra. La vertigine cosmica finisce davanti a una minestra che sa di fumo, e proprio lì si scopre l'unico rimedio possibile contro le servitù del mondo: tornare dove qualcuno ci aspetta.