Frammenti d'autore

La vita pensata

💬 XIX. Spiegazioni teologiche

Non solo la metafisica, ma anche la teologia ha lottato contro le tenebre. Una tradizionale domanda teologica chiede perché Dio permette che ci sia il male nel mondo. Vorrei considerare alcune risposte non tradizionali. Per la persona religiosa questo è un problema pressante, ma anche chi non è religioso può trovarlo interessante, o per lo meno uno stimolante esercizio intellettuale.

Il «problema del male» nasce dal fatto che Dio, qual è tradizionalmente concepito, ha determinati attributi: onnipotenza, onniscienza e bontà. E tuttavia, il male esiste. Eliminiamo uno di questi attributi, e non si pone più alcun dilemma intellettuale. Se Dio non fosse onnipotente il male potrebbe esistere perché egli (o ella) non potrebbe impedirlo. Se non fosse onnisciente il male potrebbe esistere perché Dio non avrebbe saputo, quando ha creato il mondo, di stare creando anche il male. Se non fosse buono, se non gli importasse la presenza del male (almeno per come lo concepiamo noi), o se fosse malizioso, di nuovo il male potrebbe esistere e non ci sarebbe alcun problema (intellettuale). Non sembra esserci modo di conciliare le proprietà dell'onnipotenza, onniscienza e bontà con l'esistenza del male nel mondo, si tratti di persone che fanno del male ad altri o di eventi – un tipico esempio sono i terremoti – che causano un grande dolore a persone che non lo meritavano. Sembra impossibile dare una spiegazione religiosa della presenza del male nel mondo. In ogni caso, una spiegazione religiosa (o teodicea) adeguata e interiormente soddisfacente non è stata ancora data.

Una soluzione è stata di negare del tutto l'esistenza del male. Secondo alcuni punti di vista il male non è una cosa positiva, ma una privazione. Il male è (nient'altro che) mancanza di bontà. Non è che Dio ha fatto il male, è che semplicemente non ha messo abbastanza bene dappertutto, non ha riempito tutto di bontà. (I teorici di questa prospettiva devono aver pensato che se Dio non ha creato il male, ma semplicemente non ha creato abbastanza bontà perché ce ne fosse quanto basta, allora è meno moralmente responsabile del male che esiste.)

L'idea che il male è semplice mancanza di bontà non è mai parsa molto plausibile, soprattutto a coloro che l'hanno subito o patito di persona. Se la bontà è un numero sopra lo zero, allora il male non è zero, non è solo mancanza di bontà bensì un numero sotto lo zero. È una cosa a sé, qualcosa di negativo. Una teoria ha sostenuto che il male ha un ruolo nel mondo, quello di educarci. Il mondo è una grande scuola, quella che Keats ha chiamato una valle di anime in formazione. Subendo il male, attraverso il dolore, diventiamo saggi. In questo modo un essere divino ha gentilmente provveduto alla nostra educazione.

Questa idea pone un problema molto serio: perché allora non ci sono state risparmiate certe tappe? Perché non siamo stati costruiti prefabbricati o con uno status più avanzato, in modo che non fossimo obbligati, come siamo, a subire tutto quanto il processo di apprendimento?

Un'altra teoria tradizionale sostiene che il male deriva dal libero arbitrio. Un essere divino creò esseri umani dotati di libero arbitrio, sapendo che talvolta l'avrebbero usato per fare il male. Ma non tutte le brutte cose che capitano agli uomini risultano dall'azione di altri uomini; ci sono anche le calamità naturali, terremoti, uragani, ecc. In linea di principio il teorico potrebbe attribuire questi eventi all'azione di altri esseri a cui Dio avrebbe dato il libero arbitrio, ad angeli (caduti) o demoni; così, in un modo o nell'altro, tutto il male si spiegherebbe con l'azione di agenti liberi.

Ma se Dio voleva creare esseri dotati di libero arbitrio, non poteva prevedere in anticipo quali avrebbero usato (erroneamente) il loro libero arbitrio per fare il male, e quindi escluderli dalla creazione? (C'è tutta una vasta e raffinata letteratura che discute se questa sia una possibilità reale.) Il libero arbitrio è una cosa di valore; solo agenti autonomi che scelgono il bene invece del male possono essere moralmente virtuosi. Ma il teorico che spiega il male a partire dal libero arbitrio deve sostenere non solo che quest'ultimo è una cosa buona e di valore, ma anche che è enormemente più di valore della migliore alternativa disponibile. Poniamo che la migliore alternativa al libero arbitrio sia che la bontà è insita negli uomini, i quali perciò scelgono naturalmente e inevitabilmente il bene. Forse questa alternativa non è buona proprio come l'altra – esseri dotati di libero arbitrio che resistono alle tentazioni e scelgono autonomamente il bene – ma quanto è peggiore? La differenza è così grande e importante da giustificare tutto il male e il dolore presenti nel mondo? Il valore extra che si ricava dall'avere esseri dotati di libero arbitrio piuttosto che la migliore alternativa disponibile è abbastanza grande da sopravanzare tutto il male e il dolore che (per ipotesi) il libero arbitrio reca con sé? Questa convinzione è, per lo meno, poco chiara.
Ricordiamo alcune altre posizioni a questo riguardo. C'è la concezione secondo cui il mondo sarebbe stato creato da un materiale preesistente e non ex nihilo (per come si interpreta normalmente questa espressione). Platone (nel Timeo) sostiene che così agisce l'artefice divino. Una teoria cabbalistica della tradizione mistica ebraica sostiene che prima di questa ci furono altre creazioni; i cocci lasciati dalle creazioni precedenti interagiscono negativamente con quella attuale. Dio quindi non ha colpa per i mali e i difetti della creazione, perché questi sono dovuti al materiale avanzato da prima. Nelle condizioni in cui ha dovuto lavorare, cosa si poteva pretendere? Tuttavia questa concezione pone un limite al potere di Dio. Anche se ha dovuto usare un materiale preesistente, non avrebbe potuto trasformarlo per non lasciare alcun residuo di male?

Secondo Plotino e i neoplatonici c'è un essere divino (l'Uno) che emana livelli inferiori. Esso li emette involontariamente e non sa della loro esistenza; li secerne, potremmo dire. Poiché l'essere divino non sa nulla di questi livelli inferiori, non fa niente per bloccarli. Ogni livello ne emette un altro, sicché ne nascono sempre di più. Ad una certa distanza dal divino si incontra il livello in cui esiste il male. E sfortunatamente questo è il livello che occupiamo noi, o quanto meno le nostre nature materiali. A prescindere dal valore teorico della concezione neoplatonica, il suo non è un Dio degno di venerazione. Ci viene presentato un essere che non sa cosa sta facendo, che emette involontariamente delle cose, che non sa cosa sta succedendo. Una teoria simile potrà andar bene come metafisica, ma come religione non funziona.

Gli gnostici (le cui dottrine, insieme al neoplatonismo, andarono ad alimentare la cabbala) sostenevano che la divinità che creò il nostro mondo non era assolutamente perfetta e saggia, e non era neppure la somma divinità. Sopra il nostro creatore c'è un Dio più distante dal mondo. Il nostro mondo fu creato da un aiutante o da uno spirito divino ribelle – da qualcuno, comunque, che eseguì male il lavoro. Questo indusse i teorici gnostici a pensare che il loro compito fosse di sfuggire a questo mondo, di valicare il regno del signore del luogo per prendere contatto in qualche modo con quella divinità superiore di assoluta bontà.

I dualismi sono stati, in una forma o nell'altra, episodi frequenti nella storia del pensiero. Se si ha più di un Dio si può dire che in realtà ne esiste uno di assoluta bontà, solo che non è quello con cui abbiamo a che fare noi, il responsabile di tutto questo. Ma così il problema è solamente posposto, rimandato a un altro livello. Se il Dio superiore (accontentiamoci di due livelli, e non domandiamoci cosa succederebbe se i livelli fossero tre o un numero infinito) è davvero una somma divinità, perché permette al Dio che domina il nostro mondo di pasticciarlo in questo modo? Se quell'essere divino superiore è di assoluta bontà e non vuole che ci siano il dolore o il male, perché permette alla divinità minore di fare tutti questi pasticci? (Non ha il potere di fermarlo?) Se l'essere superiore ha creato quello inferiore, perché non ne ha creato uno che non commettesse sbagli? É chiaro che le teorie gnostiche si limitano a posporre i problemi, per quanto non si possa negare che sarebbe bello pensare per un momento che da qualche parte c'è un Dio che non ha nessuna colpa.

Un filone della tradizione ebraica, la cabbala. sostiene – seguo l'esposizione che ne ha fatto il grande studioso Gershom Scholem – che nell'essere divino, nell'en sof (tradotto con «illimitato») ci sono diversi attributi, diverse sfere (sefiroth). Il male nel mondo deriva, secondo la concezione cabbalistica classica, dalla tensione tra i vari attributi divini. Questi in sé sono buoni, nessuno è cattivo o malvagio o biasimevole, solo che quando interagiscono le cose non vanno più tanto bene. Non è un caso, penso, che nel definire i due attributi che non vanno d'accordo gli autori cabbalistici abbiano scelto il giudizio (din) e l'amore o pietà (chesed). Essi sono in tensione, non riescono a raggiungere il giusto equilibrio; questa tensione e questo squilibrio sono causa di turbamenti nel mondo creato.

Si potrebbe chiedere: perché l'essere divino non li ha posti nel giusto equilibrio? Questo non denota forse una sua imperfezione? Ma tra il giudizio e l'amore, tra la giustizia e la pietà, chi può dire quale dovrebbe essere il giusto equilibrio? Queste cose sono sempre in tensione. (Da alcuni punti di vista è difficile capire che spazio possa esserci per la pietà, se c'è la giustizia. Se pietà significa dare alle persone meno di quello che meritano – vale a dire, una punizione minore di quella che meritanо – come può essere una cosa giusta dal momento che in realtà meritano di peggio? Non lo chiedo per sostenere l'incompatibilità della pietà e della giustizia, ma per mettere in luce la loro tensione, tensione che rimane anche se si attribuiscono loro due sfere separate: la giustizia come tentativo di rimettere a posto il passato, la pietà di sanare le ferite del futuro.)

Dato che nella storia del pensiero c'è sempre stata tensione tra la giustizia e la pietà, i pensatori cabbalistici hanno fatto bene a sceglierle come le due sfere in disequilibrio. Questo non indica alcun difetto nella natura divina; in sé quegli attributi, data la loro natura, non possono conciliarsi facilmente. Cionondimeno, un essere divino li deve contenere entrambi.

E tuttavia, perché l'essere divino non realizzò l'equilibrio perfetto? Si potrebbe sostenere che non esiste un unico equilibrio giusto da realizzare, neppure per Dio, ma la teoria cabbalistica classica era che din, il giudizio o la giustizia, travalicava i confini impostigli dal giusto equilibrio. Secondo Jizchaq Luria, allorché l'essere divino, per creare il mondo, si contrae in se stesso, un po' del din si coagula o condensa e rimane fuori, un granello che finisce per produrre tutte le brutte cose che ci succedono. In seguito Nathan di Gaza, discepolo del presunto e screditato messia Shabbetaj Zevi, dichiarò che Dio aveva diversi aspetti. C'era il Dio totalmente soddisfatto di sé e che non voleva affatto creare il mondo, che voleva solo dedicarsi alla contemplazione, da buon aristotelico. Ma c'era un'altra parte di Dio che voleva creare il mondo. Perciò esso contiene il male: perché la parte soddisfatta di Dio si opponeva alla creazione.

Tutte queste teorie cabbalistiche hanno un pregio: cercano di spiegare l'esistenza del male nel mondo a partire da una tensione, un conflitto o processo interattivo interno alla natura divina. Per questa ragione esse sono, come osservò Scholem, visioni teosofiche, in quanto parlano dell'essenza interiore, della vita – non si tratta propriamente della «psiche» – e dell'esistenza in atto dell'essere divino. Entro questo raggio d'azione esse hanno grande libertà di manovra, servendosi delle esperienze mistiche e delle interpretazioni, spesso esoteriche, dei testi tradizionali. Sono teorie particolarmente profonde. # Altro
✦ Robert Nozick. La vita pensata: meditazioni filosofiche. BUR Rizzoli, 2004

Ci sono domande che non smettono di accompagnare l'uomo perché nessuna risposta riesce a esaurirle. Il male è una di queste. Ogni epoca ha cercato di comprenderlo, immaginando mondi, dèi, libertà, cadute, armonie infrante e misteriose tensioni nell'ordine stesso dell'essere. E forse il valore di questa ricerca non consiste nel trovare una spiegazione definitiva, ma nel rifiutare l'indifferenza. Continuare a interrogarsi significa riconoscere che il dolore non è un semplice fatto da accettare, bensì una realtà davanti alla quale il pensiero, la fede e la coscienza sono chiamati, ogni volta, a misurare la propria profondità.

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