Frammenti d'autore

I demoni della notte

💬 ZEROTHOCTRO-SCHAH

PROTO-MISTAGOGO DELLA BATTRIANA

Antistrophe

Solo per condurre a termine la nobile missione di cui mi avete incaricato, signori, non esitai a buttarmi nella nuova cavità che si apriva davanti al mio sguardo; mi ci buttai con un salto, ma il fondo di quel pozzo circolare era formato da una botola che girò bruscamente sul suo asse e si richiuse sopra la mia testa, mentre scendevo nell'abisso senza fondo con la precipitazione comune ai corpi che obbediscono alla legge di gravità. Questo fatto dapprima mi diede da pensare seriamente, tanto più che non avevo fatto cinquecento leghe in questo modo, che già mi ero accorto di essere diretto al centro del nostro globo; avevo sempre desiderato di poterlo esplorare, ma disperavo di arrivarci indenne. La filosofia mi sostenne, non per aria, ma nell'anima; l'amore alle scienze venne a consolare, a rafforzare, a rallegrare la mia mente, e a convertire il mio terrore abbietto in dolci meditazioni. Mi abituai a poco a poco ad osservare con attenzione i differenti strati del terreno, le cui sezioni distinte si delineavano davanti ai miei occhi, e dalle quali, per la rapidità del mio passaggio, non ho potuto con mio sommo rincrescimento togliere dei campioni da sottoporre al vostro esame. Calcolai a grandi zone l'età del globo e la rivoluzione della natura, spettacolo sublime e incantevole per uno studioso che avesse la respirazione facile, ma disgraziatamente io mi ero preso l'asma salendo sul Chimborago. Infine, dopo quattordici ore e mezzo, orologio alla mano, arrivai al punto centrale della nostra terra con penose sofferenze, perché è difficile farvi comprendere, signori, quanto pesa una atmosfera a cui si sono aggiunte quattro o cinquemila leghe in più, sebbene siano un'inezia rispetto all'immensità dello spazio; e non vi parlo del calore vulcanico, sul quale gli studiosi del fuoco non hanno assolutamente esagerato. Non vi posso neppure dire i gradi esatti per l'imprevedibilità di questa investigazione e per il cattivo funzionamento del mio termometro Fahrenheit.

Quando i miei piedi toccarono terra, mi procurai una leggera storta. Mi rimisi in sesto e ripresi fiato; ne avevo bisogno. Il mio moccolo era ancora acceso sotto la sua capsula di vetro, per merito della benefica rarefazione atmosferica. Rischiarai ogni angolo della sala dove ero arrivato. Era una grotta e avevo qualche motivo per rimanere perplesso. Il centro di questo centro universale era occupato da un piedestallo su cui posava un piattello di cristallo che non sosteneva niente, almeno così sembrava. A forza di frugare tra le ceneri di uno stoppino usato, sul quale erano passati trenta o quaranta secoli, riuscii a scovare una piccola forma di uomo così pallida, così vecchia, così grinzosa, così vizza, così meschina, così intristita che il mio pensiero fu di metterla tra i fogli del mio taccuino. Un gridolino mi avvertì che c'era ancora un soffio di vita in questo embrione; lo presi, lo riscaldai col mio fiato, lo massaggiai con una goccia di acquavite che avevo trovato nella mia borraccia e lo posai in mezzo al piattello di cristallo, più allegro di quel che potevo aspettarmi. Quando vi fu al sicuro, con la mano sul fianco e con tutta la dignità che poteva comportare la sua figura alta due pollici e mezzo, non pensai ad altro che a risalire per dove ero venuto per ritrovare i miei confratelli e l'equipaggio della spedizione. Ma mi accorsi che era difficile.

– Fermati, Berniquet, – mi disse il nano, – e non uscire di qui senza ridarmi completamente la vita che attendevo da te da secoli innumerabili!

Mi prosternai pieno d'ammirazione vedendo che quella cosa parlava. L'avreste fatto anche voi, signori. Capita così raramente che un'idea espressa in bei termini esca da un candeliere, specialmente quando la candela è spenta.

– Fermati, – continuò con voce suadente, – e se trovi da qualche parte una piccola brocca di ceramica dove una volta tenevo l'elisir della vita, ti prego di farmi con esso un abbondante pediluvio, versandone fino all'orlo del mio candeliere; ma sta attento di non farne uscire dal bordo neppure una goccia, perché verremmo sommersi entrambi da un fiume di scienza da cui non potremmo più tirarci fuori, e che inghiottirebbe la tua accademia col resto del genere umano.

Avevo in mano la brocca, ma non mi fidavo del mio polso tremante; con la caramella incastrata nell'orbita dell'occhio, lasciai cadere il liquore sacro a goccia a goccia, seguendo l'aumentare del livello alla luce della candela tolta dalla sua custodia. All'improvviso la fiamma traballante dello stoppino si abbassò come per magia, e giunse a lambire con la sua lingua rosa-blu il liquido sconosciuto che si incendiò di colpo e si levò in spirali di fuoco, come una buona tazza di punch al rhum della Giamaica. Potete capire con quale spavento cercai allora, in mezzo a questo incendio piacevole a vedersi, ma al tempo stesso terrificante, la figuretta solenne che avevo appena tratto da una morte di tanti secoli per arrostirla viva su una bugia.

– Atomo organizzato, pensante e parlante, – esclamai, – monade archeologica, microcosmo vivente, che sareste stato, anche impagliato, l'attrazione del più bel museo della terra, creatura sublime e rara che i saggi del mio Paese sarebbero stati tanto fieri e tanto felici di possedere chiuso in una bottiglia, per quale fatalità proprio io vi ho ridotto in cenere prima di anatomizzarvi?

– Sbagli, Berniquet, – rispose il piccolo fantasma; – sono vivo, e sto benissimo. Questo diluvio di fuoco con cui mi hai inondato è la mia atmosfera e il mio elemento. Il suo calore mi dà forza, e mi sento rifulgere di tutto il mio antico splendore filosofico. Ti sono debitore della mia palingenesi e ti attribuirò il merito, se potrò, del progresso eventuale del mondo che verrà.

Si era sistemato pieno di baldanza sul piedestallo, e il suo volto naturalmente maestoso risaltava ancor più tra la cenere e il fumo. Il suo cappuccio a colori vivaci, che era rotondo come un fungo cullato sul suo peduncolo, gli dava solo l'apparenza di uno stoppino mal tagliato. Sotto, i suoi occhi brillavano come il lucignolo umido di una candela, o come due piccoli crateri appena apertisi sui fianchi di un vulcano in miniatura.

– Non potrei sapere – gli dissi – con chi ho l'onore di parlare?

– È il meno che ti devo per il favore che mi hai fatto, – rispose. – Sono Zoroastro. [...]
✦ Charles Nodier. I demoni della notte: racconti. Sugar, 1968

Berniquet precipita verso il centro della Terra senza mai smettere di comportarsi da scienziato: osserva gli strati geologici, rimpiange i campioni che non può raccogliere, consulta l'orologio e perfino un termometro malandato. Ma la satira colpisce più lontano: quella fiducia ottocentesca che vorrebbe fare della scienza, del progresso e dei nuovi sistemi filosofici una sapienza definitiva. Al centro del mondo non c'è la Verità, ma un ometto rinsecchito da rianimare con acquavite, pediluvi ed elisir; e il linguaggio solenne della conoscenza scivola continuamente nel gioco di prestigio. Poi l'ultima giravolta: quella creatura grottesca si presenta come Zoroastro. La nuova religione del progresso ha trovato il suo profeta – e Nodier gli spegne attorno tutte le candele, ridendo.

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