Il vento non sa leggere
💬 Ci volle tutto aprile e tutto maggio, per uscire dalla giungla. Il mio compleanno cadeva alla fine d'aprile e scommisi il mio orologio d'oro contro l'anello a sigillo di Peter che non sarei vissuto tanto da festeggiarlo. E l'avrebbe avuto, l'orologio, se il 27 aprile non fosse rimasto schiacciato in modo tale da escludere qualsiasi possibilità di riparazione. Gli dissi di prenderselo lo stesso per poi venderne l'oro, ma lui rispose che in ogni caso non saremmo stati in grado di celebrarlo, il compleanno, a meno che un'altra piaga ai piedi o un pugno di riso potessero chiamarsi una celebrazione; e comunque, se si fosse verificata l'altra eventualità, non voleva che il suo anello a sigillo finisse nelle mani dei giapponesi che avrebbero depredato il mio cadavere. – E poi, che cosa intendi dire con «vendere l'oro?» – soggiunse. In quel momento non pensavamo nemmeno di poter mai far ritorno nel mondo civile.
Dietro di noi il nemico stava avanzando. La nostra sola preoccupazione era di ritirarci, ma nessuno sapeva esattamente da che parte fossero le linee, e una volta i giapponesi erano strisciati avanti a noi ed avevano bloccato la strada. Avevamo dovuto abbandonare il nostro mezzo di trasporto e aprirci la via attraverso la giungla. Tutto il nostro equipaggiamento era andato perduto, ad eccezione d'una fiasca d'acqua, una bisaccia ed un recipiente per il riso.
Molti cascavano qua e là, per la febbre o per la stanchezza. Li lasciavamo con un fucile e cinque caricatori. Avremmo dovuto lasciargliene uno solo, data la scarsezza di munizioni, ma gliene lasciavamo cinque, da usarsi a scelta, sia sui giapponesi sia su loro stessi.
Vi erano anche casi gravi di dissenteria, che costringevano gli ammalati a gettar via i pantaloni e proseguire in camicia. Anch'io l'ebbi, in forma leggera, ma la mia afflizione maggiore erano le piaghe che m'eran venute ai piedi – quattro, della grandezza d'una moneta da mezza corona, che mi corrodevano la carne fino all'osso.
La notte dormivamo al margine della pista – quando v'era una pista in margine alla quale dormire, infischiandocene delle zanzare e del pericolo della malaria. E al diavolo anche le tigri – benchè per fortuna non si vide nessuna tigre da mandare al diavolo.
Le notti erano peggiori del giorno, specie quando si dormiva. Di giorno c'era una certa difesa, un certo cinico buonumore, il cameratismo, la preoccupazione di centellinare l'acqua, o la bramosìa dell'acqua, o la fatica d'arrampicarsi su per un'erta; e le distanze e le dimensioni erano quali uno se le aspettava. Ma col buio le paure aumentavano in modo grottesco. Ci si sentiva terribilmente piccoli e soli. Niente esercito britannico, niente esercito indiano, niente generale Alexander, soltanto voi stesso nella stretta d'un incubo. Credo che un incubo sia più reale della realtà stessa, poichè non si sa che è un incubo, mentre si dorme, invece quando si è svegli si può fingere che la vita sia tutto un sogno.
✦ Richard Mason. Il vento non sa leggere. Frassinelli, 1959
Ci sono prove che non si misurano con le vittorie, ma con la capacità di continuare il cammino quando ogni speranza sembra ormai vana. In quei momenti il futuro scompare, il passato perde d'importanza e la vita si riduce all'essenziale: un sorso d'acqua, un passo ancora possibile, un compagno che non si abbandona. È allora che l'uomo scopre una verità paradossale: non è il coraggio a far tacere la paura, ma la decisione di andare avanti nonostante di essa. E, qualche volta, questo basta perché possa esserci un giorno ancora.