Frammenti d'autore

Letteratura e fascismo

💬 I. Premesse generali

Cominciamo con alcune osservazioni di carattere generale. Durante il ventennio fascista ci fu una sostanziale separazione tra i fatti di ordine politico e quelli di ordine letterario; non è errato pensare che se al posto del regime fascista avesse continuato quello parlamentare, la letteratura italiana forse non sarebbe stata molto diversa da quella che è effettivamente stata; in altri termini, il nostro discorso letterario negli anni '20 e '30 è molto più collegato con il discorso letterario del primo ventennio del secolo che non con la realtà politica del secondo ventennio. Le radici di quanto accade tra «La Ronda» e l'ermetismo le troviamo perciò più in quanto è accaduto dal «Leonardo» alla prima guerra mondiale che non in quanto accade in Italia dal 28 ottobre 1922 in poi, perché la letteratura italiana non subisce dalla presenza del regime un contraccolpo altrettanto forte quanto lo subiscono le istituzioni politiche o lo stesso popolo italiano.

Ma aggiungiamo subito altre osservazioni che circoscrivono e delimitano il senso di quanto abbiamo detto. Una prima distinzione va fatta tra ciò che avviene nel campo strettamente letterario e ciò che avviene in campi affini, come quello delle arti. Nel campo dell'architettura o dell'urbanistica, ad esempio (meno in quello delle arti figurative) l'incidenza del regime è più sensibile di quella nel campo della letteratura; e la ragione è abbastanza ovvia, perché in quei campi la committenza, che spesso è lo Stato stesso o un suo singolo organo (un ministero, una corporazione, ecc.) è molto più pesante che nella letteratura. Se si deve costruire una città universitaria, è chiaro che la progettazione non può non obbedire a condizionamenti politici; ancor più se si debbono fondare, come accadde nelle paludi pontine, degli interi centri urbani. In questi casi la committenza politica è invadente sia per la progettazione generale sia per una certa idea 'estetica' che obbedisca a criteri tipici del momento, per esempio un monumentalismo classicheggiante e romano.

Se si pensa invece all'attività letteraria, è difficile immaginare, se non a livelli secondari e trascurabili, una analoga incidenza; lo scrittore che scrive il romanzo o la poesia è evidente che non ha alle spalle un tal peso che lo condizioni o lo obblighi a scrivere in un certo modo, amenoché non si tratti di un settore del tutto particolare come quello scolastico dove si arriva al libro di Stato per il quale il condizionamento politico si fa sentire in modo assoluto.

Una terza osservazione o distinzione, che discende dalla prima, riguarda i diversi livelli in cui si opera nel campo della letteratura o delle arti. Si può dire che, in generale, l'atteggiamento del regime nei confronti dei due livelli ipotizzabili fu assai diversificato. Il fascismo aveva interesse a condizionare e a «forgiare» soprattutto la enorme massa della popolazione italiana, mentre, in fondo, si curava meno della ristrettissima cerchia degli intellettuali ai quali finiva per lasciare anche un certo spazio. Si notano perciò visibilmente due pesi e due misure: da una parte si concede agli intellettuali di pubblicare alcune riviste, di fare il consueto viaggio a Parigi, di conservare legami con la cultura europea, ma per le masse si attua un vero martellamento propagandistico e pseudoculturale quasi senza nessuna libertà di spazi. Da una parte si conserva una sorta di limbo di intellettuali dove l'aggancio si verifica piuttosto con la letteratura dei decenni precedenti che non con il regime presente, dall'altra si realizza un condizionamento pressoché totale attraverso quelli che noi oggi chiamiamo mass-media, la stampa quotidiana e settimanale (i rotocalchi compaiono negli anni '30) e soprattutto la radio e il cinema. La radio era monopolizzata dal regime poiché non esisteva altra emittente che non fosse quella dell'Eiar, e anche assoluto era il monopolio e il controllo censorio del cinema non solo per quanto riguardava la produzione di film d'arte, ma in particolare per quanto riguardava la produzione di cinegiornali d'attualità, i giornali LUCE i quali presentavano la realtà secondo un preciso cliché propagandistico: quello che accadeva in Italia era sempre bello e positivo (inaugurazioni di opere pubbliche, parate militari, fasti del regime, ecc.) mentre quello che accadeva fuori d'Italia appariva o brutto o vacuo.

Ma anche qui non si deve fraintendere. Quando si dice che ai livelli più alti si godeva di una certa libertà, è necessario poi precisare. Dal 1926 la stampa italiana venne totalmente uniformata, con la cessazione di ogni giornale di opposizione; per quanto riguarda le riviste letterarie, non c'è, immediatamente, una presenza censoria o le famose veline che compaiono solo con il ministero della Cultura popolare, e tuttavia quasi non c'è rivista letteraria italiana che non sia incappata nelle maglie della censura, «Solaria», «Campo di Marte», «La Riforma letteraria», «Argomenti», «Il Selvaggio», «900», «Corrente» ecc. anche se parlavano di letteratura, e talune quasi gelosamente solo di letteratura. E questo perché era assai facile uscire dal lecito; bastava, ad esempio, che Vittorini scrivesse in «Solaria» un romanzo non perfettamente in linea ["Il garofano rosso"], perché la rivista venisse sequestrata. Nel caso specifico, la ragione ufficiale e dichiarata nell'intervento del censore, era di ordine morale (per le scene nella casa di tolleranza); ma al di là c'era poi probabilmente la vera ragione che coinvolgeva l'intera ideologia del romanzo che era in sotterranea polemica con un fascismo che aveva ormai cessato di essere una sia pure illusoria rivoluzione.

Un'altra distinzione, e questa volta nel tempo. Non è possibile esprimere su un intero ventennio un unico giudizio. Quando il fascismo giunge al potere nel '22, non crea immediatamente, per ovvie ragioni, tutte le strutture dello Stato fascista, ma eredita quelle dello Stato liberale e parlamentare. L'inizio del regime vero e proprio non possiamo datarlo 28 ottobre 1922, dobbiamo cominciare a datarlo con il 3 gennaio 1925 quando Mussolini esce dalla profonda crisi seguita al delitto Matteotti. Da allora ha inzio veramente il «regime», che si realizza attraverso le leggi dette «fascistissime» che nel giro di due o tre anni modificano la struttura dello Stato italiano e gli stessi comportamenti individuali entro la società italiana, perché si ha la soppressione della libertà di stampa e di associazione politica, mentre il partito fascista si identifica con lo Stato e i suoi organi diventano organi dello Stato, come il Gran Consiglio del fascismo. Anche per quanto riguarda la cultura cominciano a sorgere atteggiamenti e organi nuovi. Appena tre mesi dopo il discorso del 3 gennaio, alla fine di marzo 1925, si tiene a Bologna il I Congresso degli Istituti fascisti di cultura, dominato da Gentile. Dal Congresso nacque il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Gentile in cui si diceva per la prima volta in modo esplicito quale fosse l'atteggiamento dell'intelletualità fascista. Il Manifesto usciva il 21 aprile e il 1 maggio rispondeva su «Il Mondo» il Manifesto degli intellettuali antifascisti noto come Manifesto Croce perché redatto da Benedetto Croce.

Nel 1925, dunque, anche dal punto di vista culturale le cose si vanno chiarendo tra chi è di qua e chi è di là della barricata, anche se poi non mancheranno passaggi e defezioni da una parte e dall'altra. Nel 1934 si crea il Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda elevato l'anno successivo a ministero, di cui fu primo titolare Galeazzo Ciano. Dal 1937 il ministero sarà detto della Cultura popolare e verrà affidato prima a Dino Alfieri, poi ad Alessandro Pavolini, infine a Gaetano Polverelli, ed è questo l'organo con cui il regime schiaccia definitivamente la libertà della stampa e degli altri organi di comunicazione come il cinema o la radio. Allora, tra gli inizi, quando Mussolini ha appena a disposizione un Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio che svolge funzioni censorie ancora necessariamente approssimative, e il 1937 quando c'è un ministero che non ha altra funzione se non leggere tutti i libri e i giornali che escono e vedere tutti i film per concedere o negare l'autorizzazione, c'è una notevole differenza. È solo l'ultima l'età delle veline, cioè gli articoli che partivano da Roma già praticamente scritti; è questo il momento della completa soffocazione della libertà di parola, ma, come sempre forse accade, è anche il periodo dei massimi fermenti: quanto più la cappa della censura è greve, tanto più l'insofferenza porta prima alla polemica contro il regime poi ad una sempre più decisa opposizione che giunge a farsi clamorosa alla fine degli anni '30 e al principio degli anni '40 quando scoppia la guerra. [...]
✦ Giuliano Manacorda. Momenti della letteratura italiana degli anni trenta. Bastogi, 1979

Il rapporto fra cultura e regime non procede per blocchi uniformi, ma per gradi, zone e strumenti diversi. La letteratura conserva più a lungo margini di autonomia perché affonda le proprie radici nel primo Novecento e non dipende direttamente dalla committenza pubblica; assai più esposti sono invece stampa, radio, cinema, scuola, architettura, cioè gli strumenti capaci di raggiungere e modellare le masse. Ma quel margine si restringe progressivamente: il 1925 segna una frattura anche culturale, visibile nei manifesti contrapposti di Gentile e Croce, mentre negli anni Trenta l'apparato di controllo si centralizza fino al Ministero della Cultura popolare del 1937. La distinzione decisiva è dunque fra una cultura ancora capace di respirare negli interstizi e una comunicazione pubblica sempre più sottoposta alla voce unica del regime.

Ti interessa questo libro? Chiedici la disponibilità