Frammenti d'autore

La roccia di Sisifo

💬 Fonti della morale

Da vari filosofi viene rivolta alla civiltà l'accusa di rovinare i costumi. E molto probabilmente hanno ragione. Ma tra loro non c'è accordo su che cosa essa distrugga. La coscienza, secondo l'uno; e l'altro: l'energia. Ma è contro gli stessi danni che si scagliano entrambi. Ancora una volta valore e onestà sembrano inseparabili, come è già stato suggerito dal vocabolario, dove demoralizzare non significa corrompere, ma scoraggiare. Il coraggio sarebbe dunque tanto necessario alla virtù? E per quale ragione alla civiltà viene mosso il rimprovero di nuocer loro tanto? È comunque ad essa che si devono le regole che formano la morale e che intralciano così tanto l'uomo nella corsa alla realizzazione dei propri piaceri o dei propri interessi. Ci si chiede d'altronde come mai se le sia imposte, visto che le sopporta con tanta fatica e che nutre tanti dubbi sul fatto che esse siano fondate sulla ragione. Bisogna riconoscere che in seno agli Stati molto civilizzati, ognuno si rende subito conto di quanto esse siano pericolose da seguire per garantirsi prosperità e salvaguardia. È onesto, e lo si raggira subito; se generoso, il delinquente ne approfitta. La vittima viene più o meno in egual misura derisa e compianta. Non esiste virtù che non faccia passare per scemo colui che la pratica. Viene allora la tentazione di far solo finta di essere onesti e, per il resto, di agire come ci pare. Il più delle volte la società non chiede di meglio. Certo ci sono leggi il cui timore, si dice, è l'inizio della saggezza. Ma non è sicuro che sia anche l'inizio della moralità. Perché non si capisce bene come quest'ultima possa essere fondata sulla paura. Le leggi invitano solo alla prudenza. Ognuno ritiene di averle dalla propria parte e di potersene fare scudo finanche nelle cattive azioni. Non pervengono mai ad essere tanto complete o efficaci da evitare che individui abili ci riescano. Le rispettano, le rigirano o manovrano al fine di sfuggire, se è il caso, al castigo che esse prevedono. Ecco tutto. Come non convincersi, in queste condizioni, che non sia meglio far in modo da ottenere il massimo rischiando il minimo? L'ideale sarebbe addirittura non rischiare affatto. Non sono molti i mortali soddisfatti della loro sorte; ma ce ne sono ancora meno che, per cambiarla, si avventurerebbero in qualche impresa incerta. L'ozio, la timidezza, l'abitudine, fanno tacere l'ambizione. Ognuno considera la tranquillità come il bene supremo. Ora, non c'è niente che non consigli così vivamente l'egoismo, e nella sua forma più facile: quella dell'astensione. Ecco ciò che causa la rovina della virtù e la rovina del vigore. I costumi sono addolciti, la violenza condannata. Tutti sanno che bisogna salvare le apparenze e che con la brutalità non si ottiene niente. La si abbandona per la furbizia e per qualsiasi mezzo per arrivare che non richieda neanche di essere coraggiosi. Certo, non c'è dubbio in questo senso che la civiltà costituisca una specie di omaggio all'ipocrisia e alla debolezza. Essa indica nella virtù un lusso costoso se non una semplice stupidaggine, e allo stesso tempo reprime quanto più può l'uso della forza. Come meravigliarsi, di conseguenza, che prosperi una razza senza energia né princìpi, che quasi sempre solo per vigliaccheria preserva se stessa dal crimine?

Mi sembra un miracolo che nel mondo sussista un po' di moralità. Non credo che sia l'imbecillità a mantenerla: perché gli uomini non sono così sprovvisti di buon senso da non rendersi subito conto dei vantaggi di essere disonesti. Non mi pare neanche che il timore di un castigo eterno nell'altro mondo impedisca loro di comportarsi male in questo. È talmente lontano, l'altro mondo. In ogni caso non mi è mai capitato di vedere che chi professa una tale fede si comporti sensibilmente meglio di colui al quale essa fa difetto. Ma se è la sicurezza che rammollisce l'uomo, non sarà egli capace di trarre sia rettitudine che fermezza dalla prova? Gli è assolutamente necessario possedere l'una e l'altra. Dov'è il merito, infatti, se è la paura ciò che lo trattiene? Se egli è forte solo per seguire impunemente i suoi capricci, quale motivo riuscirà mai a trattenerlo dai peggiori eccessi? E se è soltanto dietro costrizione che rinuncia ad assumere come massima il proprio piacere o la propria avidità, il suo riserbo perde immediatamente valore. Così non c'è che un mezzo, mi sembra, per uscire da questa difficoltà: che la costrizione sorga dalle sue stesse azioni e che egli rimanga sempre libero di cedervi o sottrarvisi. Ecco perché mi viene il sospetto che le fonti vive in cui sgorga e si rinnova la morale non si incontrino nei luoghi in cui l'uomo si trova più a suo agio e in cui tutto è concepito per i suoi comodi. Si incontrano in posti più selvaggi.

Là dove è insediata la civiltà, non ho dubbi che la moralità possa corrompersi. Ma là dove la si fonda, le virtù sono necessarie ed è in questi territori ancora incolti che esse rinverdiscono la loro autorità. L'uomo non la finisce mai con la civiltà: si applica sempre all'organizzazione del mondo e al controllo di sé. Alcune grandi ambizioni non cessano di tentare il suo ardore. In paesi conquistati è naturale che si introduca il lassismo: niente di terribile interviene a ricondurre subito all'ordine colui che si addormenta. Questi si distrae e argomenta a suo agio; presto, non accettando più nessun tipo di obbligo e non sentendone più necessità, si considera affrancato da qualsiasi pregiudizio. Lo fa senza pericolo. Ma sui Gradini dell'Impero bisogna vegliare. Il minimo fallo è mortale. In mancanza di valori e di disciplina tutto crolla, tutto perde quota. Su quelle frontiere instabili, dove intrepidi pionieri sospingono continuamente in avanti le civiltà, tutto riveste la sua giusta importanza e assume la sua vera collocazione. Ora, resta sempre qualche contrada che è il momento di annettere all'Impero. L'universo è inesauribile e la civiltà inventa nuovi rischi nel momento stesso in cui sui suoi progressi diminuisce il rigore di quelli passati. Non appena ha domato i mari inizia subito ad immaginare qualche altra impresa, ancora più audace. Ancora non ha finito di aprire le vie dell'Oceano, che già pensa ad aprirne di più rapide e più incerte nei cieli. Lo sforzo è sempre lo stesso. Esige sempre le stesse rare qualità. È in queste avanzate postazioni che l'uomo capisce a che cosa servono le virtù. [...]
✦ Roger Caillois. La roccia di Sisifo. Lucarini, 1990

La virtù non nasce dall'obbedienza, né dal timore della pena: nasce quando l'uomo è costretto a misurarsi con qualcosa che non può aggirare. Dove tutto è sicuro, regolato e comodo, la morale rischia di ridursi a prudenza, apparenza, calcolo; dove invece l'errore costa caro, coraggio e rettitudine tornano a essere necessità concrete. I «Gradini dell'Impero» sono perciò più di una frontiera geografica: sono il luogo in cui la civiltà, spingendosi oltre ciò che ha già conquistato, ritrova le virtù che il proprio successo tende ad addormentare. La morale si rinnova là dove vivere torna a essere una prova.

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