Frammenti d'autore

La bomba di Hiroshima

💬 Il racconto di una monaca (1)

Ecco un racconto piuttosto interessante, ecco una paginetta di storia da tenere a mente. È un raccontino nel quale giace qualche centinaio di migliaia di morti, qualche centinaio di migliaia di mutilati, un raccontino che gronda sangue a fiumi, il raccontino di un fatto apocalittico. Al centro del raccontino brilla di luce folgorante l'atomo, la disintegrazione dell'atomo, questa conquista dell'umanità che potrebbe un giorno spedirci tutti in blocco nel Paese dal quale non si torna. È lo scoppio della bomba atomica narrato da una monaca, da una monachella, una di quelle monache dalle mani piccolissime e dalla voce d'argento fatta per recitare 'Dio ti salvi, Maria'. Una piccola gracile monaca italiana sulla cui cuffia nera, simbolo d'ogni mansuetudine, ha nientemeno deflagrato l'arma più terrificante della storia umana, la bomba di Hiroshima. Io trovai questa piccola monaca veneta a Hiroshima, essa mi 'disse tutto', con la sua voce gentile, mi disse come venne dal cielo la bomba, come scoppiò, quale luce aveva, come via via la città fu rapinata dal fuoco, come morirono gli abitanti di Hiroshima, gli alberi, le case di Hiroshima. Il suo nome religioso era Suor Marie Xavier, poiché essa apparteneva a un Ordine francese, l'Ordine di 'Maria Ausiliatrice delle anime del Purgatorio'. Ma il cognome italiano, secolare, era Saccardo Rasi.

Marie Xavier abitava in Giappone da dieci anni quando scoppiò la bomba atomica. Il convento di 'Maria Ausiliatrice' era stato fondato nel '35 a Hiroshima, sorgeva nel quartiere di Kusanochico a circa due miglia dal centro della città; nel '45, al momento dello scoppio della bomba, esso ospitava undici suore, nove delle quali francesi e tedesche, due delle quali italiane. Nella notte fra il 5 e il 6 agosto le undici suore non potevano dormire a causa dei continui allarmi. Gli americani bombardavano pesantemente le città circostanti, Kure, Iwakumi, Tokuyama e altre. Ma gli abitanti di Hiroshima non avevano eccessiva paura del 'B–San', che vuol dire il 'Signor B', cioè il B–29, la fortezza volante americana. S'era sparsa la voce che 'B–San' avrebbe risparmiato Hiroshima. II 'Signor B' passava spesso in grandi formazioni sulla città, le sirene cantavano, ma non accadeva niente. Tuttavia le suore, fra il 5 e il 6, trascorsero una nottataccia, si levavano, si consultavano, erano preoccupate della sorte del 'Santissimo' se mai il convento fosse andato a fuoco, avevano deciso di chiedere ai gesuiti tedeschi, il cui convento distava di poco dal loro, di consentir loro di portare il 'Santissimo' in una loro proprietà di campagna non lontana da Hiroshima.

Alle sette del mattino del giorno 6, Marie Xavier era intenta a rivedere della biancheria quando suonò l'allarme. Sospese il lavoro e si recò nel refettorio dove si trovava la radio; le sue compagne la seguirono. Era una giornata di sole scintillante, non una nuvola, faceva già caldo. Dopo dieci minuti la radio comunicò trattarsi di un solo apparecchio, probabilmente un ricognitore, non c'era quindi da preoccuparsi. Le suore temevano per il 'Santissimo', lo chiusero in un astuccio, lo portarono in giardino con un baule nel quale avevano chiuso un poco dei loro vestiti, tutte undici si misero a scavare una buca nella quale misero il 'Santissimo' e il baule, i quali furono coperti da venticinque centimetri di terra, poiché le suore non avevano la forza di scavare più a fondo. Alle sette e trentacinque suonò il cessato allarme: le suore, che erano rientrate nel convento, ne uscirono per l'ora della meditazione, si sparsero per il giardino, passeggiando lentamente con i libri di preghiere; e calpestavano lentamente l'erba del prato.

Alle ore sette e quaranta Marie Xavier levò gli occhi al cielo, vide qualcosa galleggiarvi, un 'oggetto' sostenuto da tre paracadute, pensò che anche quel giorno gli americani avessero gettato manifestini, si meravigliò che non fosse suonato l'allarme, riprese la sua lettura e la sua meditazione. Alle otto meno cinque il suo libro di preghiere si trasformò in una fiamma gialla nelle sue mani, la fiamma volò in alto come succhiata, le sue mani sanguinarono. Allo stesso momento credette d'essere divenuta cieca per una portentosa luce verdastra che 'scoppiò attorno'. (Ecco l'espressione: a Hiroshima non scoppiò una bomba, scoppiò una luce; la bomba fu uno scoppio di luce). Marie Xavier non poté mai spiegare bene come fosse quella luce, diceva semplicemente che non esistono parole per descriverla: dapprima verdognola, poi giallognola, poi rossa, 'qualcosa come il lampo al magnesio dei fotografi moltiplicato per miliardi e miliardi e miliardi di volte'. Frattanto un risucchio di vento aveva svuotato il convento, e la chiesa, dei pavimenti, dei mobili, di tutto, erano rimasti ritti i soli quattro muri; i letti, i tavoli, le sedie, gli altari tutto era stato aspirato dal cielo come il libro ch'essa aveva fra le mani, divenuto fiamma. Marie Xavier si ricordò d'avere visto venti minuti prima un 'oggetto' galleggiare in cielo sospeso a tre paracadute. Ella mi disse che la bomba, prima di scoppiare, stette venti minuti in cielo e che un Padre gesuita, scienziato, le spiegò poi che lo scoppio fu prodotto dall'azione dei raggi solari. (Lo stesso gesuita le disse che solo un ventesimo della bomba scoppiò; se tutti i ventesimi fossero entrati in azione, non una città intorno a Hiroshima sarebbe rimasta in piedi per un raggio di cinquanta chilometri).

Marie Xavier non aveva una precisa nozione della sorte delle sue compagne al momento dello scoppio. Le parve che giacessero come morte in giardino (undici suore in un giardino, gittate al suolo, con quelle enormi sottane nere, in quella luce d'Apocalisse). Essa vide la scuola che distava duecento metri dal convento e che un minuto prima dal convento non era possibile vedere per le case frapposte fra i due fabbricati: non era più precisamente la scuola, era un enorme monte di bambini, cinquecento bambini morti in una frazione di secondo, bruciati, 'neri come castagne troppo arrostite'. Marie Xavier si mosse per il giardino senza aver nozione di quel che facesse, andò verso la grande vasca dove in un metro d'acqua le suore tenevano alcune decine di pesci rossi. La vasca era completamente asciutta, non una goccia d'acqua, i pesci giacevano al fondo, bruciati, neri, simili a tizzi di carbone. Intanto il cielo si era oscurato come fosse scesa la notte e una pesante nuvola di polvere bruna aveva coperto la città. Marie Xavier si meravigliava ancora, a distanza di anni, di non avere udito alcun rumore. (Una detonazione 'orribile' fu avvertita a dieci miglia da Hiroshima). Improvvisamente, quando le undici suore – parecchie delle quali facevano sangue – si furono radunate e già parlavano d'un miracolo della Vergine che le aveva salvate, 'scoppiò un'altra cosa'. Scoppiò un calore anch'esso 'portentoso', nella notte calata improvvisamente, fra il polverone che si faceva sempre più denso, sul terreno che pareva come divorato da un acido. Le suore cominciarono a sudare come fossero in una stufa, ebbero un solo bisogno: bere. Erano le otto e venti quando le mura del convento e della chiesa presero fuoco. In quello stesso momento Hiroshima, casa dietro casa, andava in fiamme. L'incendio divampò venti minuti dopo lo scoppio della bomba e allo stesso tempo un vento rovente cominciò a spazzare la città. [...] # Altro
✦ Virgilio Lilli. Penna vagabonda: giro del mondo in quattro tappe. SEI, 1969

Il primo istante dell'esplosione atomica su Hiroshima fu un lampeggiamento di luce abbagliante: il lampo divenne rosa, poi bianco, poi blu. Parve che un'immensa lampadina di magnesio fosse scoppiata sulla «città dei salici». Migliaia di persone rimasero incenerite dove erano, senza aver visto nulla. Il centro di Hiroshima divenne un forno gigantesco: un'ondata di calore liquefece le tegole delle case, fuse cristalli di quarzo, annientò le persone in modo tale che la loro ombra (solo l'ombra) rimase stampata nell'asfalto delle strade o sui muri di pietra. Poi si alzò un vento di 1500 chilometri l'ora: divamparono migliaia di incendi e la città si trasformò in un braciere. Intanto, la nube a forma di fungo si innalzava fino a 9000 metri da terra, e dal cielo cominciò a cadere la pioggia nera: goccioloni grossi come palline di vetro, color inchiostro. Erano le ore 8:15 del lunedì 6 agosto 1945, giorno dell'apocalisse. La bomba, centrata con esattezza, aveva sprigionato, nel punto di esplosione, una temperatura di 60 milioni di gradi di calore (dieci volte quella della superficie del Sole). Il cielo era sparito da Hiroshima, e con esso erano sparite (o lo sarebbero entro l'anno) centoquarantamila anime. Altre settantamila se le sarebbe prese l'ordigno che tre giorni dopo, il 9 agosto, devastò Nagasaki.

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