La bomba di Hiroshima
💬 Il racconto di una monaca (2)
Le undici suore si avviarono al fiume Otagawa: pensavano di trovarvi ristoro alla sete e all'infernale calore immergendosi nell'acqua. Percorrere le strade in preda alle fiamme fu una grande fatica. Nel polverone e nel buio esse intravvedevano centinaia di persone giacere a terra combuste, mentre altre centinaia venivano via via 'arrostendosi' come pezzi di carne. Una folla di gente dai vestiti a brandelli e dai capelli sconvolti e inceneriti si avviava al fiume in silenzio, scarlatta di sangue, senza emettere un gemito. Marie Xavier dice di non avere udito un solo lamento da parte dei giapponesi feriti o moribondi. Qualcuno d'essi, spellato in tutto il corpo 'come un'arancia sbucciata', si limitava a dire sottovoce e inchinandosi cerimoniosamente: «Tasukete kure », 'per cortesia, aiuto'. Chi non era stato colpito aveva grande vergogna del suo privilegio e, sempre cerimoniosamente e sottovoce, diceva inchinandosi e sorridendo ai feriti: «Chiedo umilmente scusa d'essere stato risparmiato». Qualche 'pezzo di carne', a terra, mormorava con voce compìta, vergognosa di rivelare una debolezza di carattere: «Mizu, mizu», e cioè 'acqua, acqua'.
Le rive del fiume erano gremite di migliaia e migliaia di persone, quasi tutte mezzo bruciate. Marie Xavier mi disse che le rive del fiume erano un impasto di sangue e di brandelli di pelle 'simili a bucce d'arancia'. Grappoli d'uomini e donne s'erano immersi e si immergevano nella corrente, la corrente era rossa per i riflessi dell'incendio e forse per il sangue. Quasi tutte le persone immerse nel fiume morirono poco dopo per le irradiazioni dell'acqua. Vedendo le suore, alcuni moribondi dicevano: «Gesù Cristo». Marie Xavier battezzò al fiume cinque moribondi giapponesi nel giro di cinque minuti. Li battezzò con quella stessa acqua che probabilmente più tardi li uccise, con le sue mani arrossate di sangue. Così le suore stettero al fiume a soccorrere i feriti come potevano, mentre il vento rovente continuava a infuriare.
Alle dieci e mezzo il cielo si fece ancora più nero e improvvisamente cadde una pioggia violenta come per un uragano, malgrado dal mattino non ci fosse stata nuvola in cielo. Alle undici le suore tornarono al convento in cerca del 'Santissimo', facendosi strada a stento fra i morti e i detriti della catastrofe. Il convento (le sue mura cioè) bruciava ancora. Esse dissotterrarono affannosamente il 'Santissimo' e il baule. Li trovarono integri. Marie Xavier mi disse che tutto quel ch'era posto sia pure a venticinque centimetri sotto terra era rimasto intatto. Poi le undici suore presero la strada della montagna e andarono a portare il 'Santissimo' a Nagatsaka, dove era la casa di campagna dei Padri gesuiti tedeschi. Il superiore dei gesuiti da secolare era stato medico, nella casa di campagna fu installato un ospedale di fortuna, le suore e i Padri curarono come poterono centinaia di feriti. Dopo due-tre giorni dallo scoppio cominciò la diarrea. Gente che era rimasta miracolosamente illesa veniva assalita dalla diarrea e dal vomito, gran parte moriva entro ventiquattr'ore, parte – dopo tre giorni di diarrea e vomito – si ristabiliva completamente. Dopo dieci giorni Marie Xavier cominciò a perdere i capelli. Così le sue dieci compagne. Rimasero completamente calve, senza segno dei bulbi capillari: le loro teste erano simili alle loro guance. Le suore avevano 'terribile vergogna' d'essere divenute calve, nonostante la cuffia nascondesse la loro disgrazia. Un mese più tardi i capelli ricominciarono a crescere, e con grande generosità. Marie Xavier mi disse che molti malati di diarrea e vomito, guariti dopo tre giorni, in seguito morirono di tubercolosi tracheale. Per un anno Marie Xavier si sentì molto debole, 'come se avesse sempre l'influenza'. Essa aveva perduto gran parte dei globuli bianchi, un malessere indefinibile la tormentò senza sosta per mesi e mesi. Ora stava bene. Aveva il dorso delle mani coperto di piccole cicatrici rossastre.
Tre giorni dopo lo scoppio, Marie Xavier fece una scappatina al convento. Le fu molto difficile orientarsi, Hiroshima non c'era più. Alcuni tram andavano, le rotaie non eran state bruciate, né divelte. Dal convento distante cinque chilometri dalla costa, Marie Xavier vide il mare. Prima dello scoppio il mare non si poteva vedere poiché fra il convento e il mare era frapposta tutta la città. Marie Xavier guardò quali edifici erano rimasti in piedi, della intera città; erano gli edifici in cemento o mattoni: il Fukuya Building, la Sumitomo Bank, la Gevi Bank, il Chukogo Press Building, il Commercial Building e pochi altri. Da sotto le macerie, in taluni punti, si udivano ancora venire alcuni deboli appelli: «Per cortesia vi sarei grato se vi disturbaste a togliermi di sotto terra»; «Prego, se possibile un poco d'acqua». Marie Xavier dissotterrò un bambino di nove anni la cui voce chiedeva: «Tasukete kure », 'per cortesia aiuto'. Il bambino appena dissotterrato disse cortesemente: «Domo arigatò gosaimasu », e cioè 'grazie vivissime'. Quindi morì nelle braccia della suora. La prima casa ricostruita a Hiroshima fu quella delle undici suore. Il loro convento, voglio dire. La ricostruirono i soldati americani in quindici giorni, con tavole di legno. Le suore furono molto meravigliate della velocità con la quale i soldati americani ricostruirono il loro convento. Nel piccolo convento di legno le suore riportarono il 'Santissimo'. Marie Xavier mi disse che alcuni alberi del giardino i quali erano morti 'subito dopo il fatto', più tardi risuscitarono, misero fiori e foglie.
Marie Xavier aveva la madre che abitava a Padova, in via Luca Belludi 15: essa si chiamava Giuseppina Saccardo Rasi. Marie Xavier mi chiese di scrivere alla madre, quando io fossi tornato in Italia, ch'essa stava bene, che era felice in Cristo e che pregava per lei. Ma a quell'epoca io non sapevo quando sarei rientrato in Italia. Ero in partenza per la guerra di Cina. Allora, a chiusura dell'articolo sul bombardamento di Hiroshima per i miei giornali, misi queste parole: Se qualche lettore vuole scrivere alla madre di Suor Marie Xavier, lo faccia per mio conto; scriva: «Gentile signora, sua figlia Marie Xavier è stata visitata da un italiano a Hiroshima, sta bene, è felice in Cristo e prega per lei». Al mio ritorno in Italia, tanto e tanto tempo più tardi, seppi che la vecchia madre della monachella di Hiroshima aveva ricevuto centinaia di lettere che le avevano empito gli occhi di lacrime; e il cuore di tenerezza. [...] # Altro
✦ Virgilio Lilli. Penna vagabonda: giro del mondo in quattro tappe. SEI, 1969
La catastrofe non riesce a cancellare ogni cosa. Restano una voce gentile, un inchino, una richiesta d'acqua pronunciata quasi con vergogna, un bambino che ringrazia prima di morire. Restano le mani che soccorrono, il pensiero rivolto a una madre lontana, perfino alcuni alberi che, creduti morti, tornano a mettere foglie e fiori. In mezzo a ciò che supera ogni misura umana, la vita continua ad affidarsi ai suoi gesti più piccoli: la cortesia, la cura, la memoria. E forse è proprio questo a rendere tutto ancora più terribile o, invece, a impedire che l'orrore abbia davvero l'ultima parola.