Frammenti d'autore

La mosca

💬 I telefoni, e il trillo dei telefoni, mi hanno dato sempre fastidio. Anni fa, quando esistevano solo apparecchi a muro, io li detestavo, oggi invece, che sono piazzati in ogni angolo e angolino, sono diventati un vero e proprio flagello. C'è un proverbio da noi in Francia che dice che il carbonaio è padrone in casa sua; col telefono questo ormai non è più possibile, e ho il sospetto che persino l'inglese non sia più padrone nel proprio castello.

In ufficio, l'improvviso suono del telefono mi dà sui nervi: esso significa che, qualsiasi cosa io stia facendo, nonostante la centralinista, nonostante la segretaria, nonostante le porte e le pareti, uno sconosciuto è penetrato nella stanza ed è giunto fino alla mia scrivania per venirmi a parlare dritto nelle orecchie, che mi piaccia o no, in gran confidenza. A casa, poi, il senso di disagio è ancora maggiore; ma il colmo è quando il telefono trilla nel cuore della notte. Se qualcuno mi vedesse accendere la luce e, battendo le palpebre, alzarmi per andare a rispondere, immagino che non mi vedrebbe diverso da qualsiasi altro uomo disturbato in pieno sonno. La verità, però, è che in casi del genere io lotto contro il panico, combatto la sensazione che un estraneo mi sia penetrato in casa e si sia intrufolato nella mia stanza da letto. Mentre afferro il ricevitore e dico: "Ici Monsieur Delambre. Je vous écoute," apparentemente sono calmo, ma torno di umore normale solo quando riconosco la voce all'altro capo del filo e quando apprendo cosa si vuole da me.

Lo sforzo per dominare la paura e questa reazione bestiale mi era diventato così abituale che quando mia cognata mi chiamò alle due di notte per dirmi di andare da lei, avvertendo però prima la polizia che lei aveva ucciso mio fratello, io le chiesi tranquillamente come e perché mai avesse ucciso André.

"Ma François!... Non posso spiegare tutto per telefono. Ti prego, chiama la polizia e vieni subito."

"Non sarebbe meglio che vedessi prima te, Hélène?"

"No, faresti meglio a chiamare prima la polizia, altrimenti ti farebbero una quantità di domande imbarazzanti. Avrebbero, giustamente, il sospetto che io non l'abbia fatto da sola... E, a proposito, penso che dovresti dir loro che André... il corpo di André, è giù alla fabbrica. Forse vorranno andare prima lì."

"Hai detto che André è alla fabbrica?"

"Sì... sotto il maglio."

"Sotto che cosa?"

"Il maglio! Ma non farmi tante domande. Ti prego, vieni subito, François! Ti prego, cerca di capire che sono terrorizzata... che i nervi non mi reggeranno più a lungo!"

Avete mai provato a spiegare a un poliziotto addormentato che vostra cognata ha appena telefonato per dirvi che ha ucciso vostro fratello sotto un maglio? Ripetetti più volte il mio racconto, ma non mi lasciava mai finire. "Oui, Monsieur, oui, sento, sento... Ma lei chi è? Come si chiama? Dove abita? Ho detto, dove abita?"

Fu allora che il commissario Charas si inserì nella linea e in tutta quanta la faccenda. Lui almeno sembrò che capisse tutto. Volevo aspettarlo? Sì, sarebbe passato a prendermi e mi avrebbe portato a casa di mio fratello. Quando? Entro cinque o dieci minuti. [...]
✦ George Langelaan. La mosca. In «Alfred Hitchcock presenta Racconti per le ore piccole». Feltrinelli, 1962

Il telefono è già, in miniatura, la macchina che dominerà il racconto. Una voce attraversa lo spazio, entra in una stanza chiusa, viola una soglia; poco dopo un'altra macchina tenterà di fare lo stesso con la materia, e l'intrusione di un essere estraneo produrrà l'orrore. Per questo la telefonata notturna di Hélène è più di un espediente narrativo: annuncia un mondo nel quale le distanze possono essere abolite, ma nessun passaggio è del tutto innocente e nessuna trasmissione garantisce che arrivi soltanto ciò che doveva partire.

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